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Perché una pace Cartaginese?, di Marco Crosetto

Le ragioni di una pace punitiva imposta dagli Alleati alla nazione tedesca sconfitta dopo la Prima Guerra Mondiale nell'ambito dell'istituzione di un Nuovo Sistema Internazionale.

1919 Versailles, la Grande Guerra è finalmente giunta a una conclusione, i capi delle potenze vincitrici si ritrovano in quella dimora che aveva reso grande la fama dei re francesi. Clemenceau, Lyold George, Wilson e Orlando, ecco i nomi di quei signori, di quei personaggi politici che cercarono di ripetere l'opera di pace che compì il Congresso di Vienna all'indomani della sconfitta del Bonaparte. E proprio come cento anni prima, l'Europa era in ginocchio; la furia di quattro anni di scontri aveva lasciato il suo marchio, sul fronte Occidentale e nelle campagne russe ovunque era morte e distruzione.

C'erano gli sconfitti, proprio come Napoleone, c'era la voglia di rinascita e la stanchezza delle popolazioni, ma qualcosa era cambiato, il retroscena politico non era più lo stesso. Per quattro interminabili anni, gli eserciti non avevano combattuto per territori o per obiettivi necessari alla sopravvivenza, tutti quegli uomini non erano morti per il loro generale o per il proprio Paese, furono vittime di un sistema diverso dai precedenti, furono marionette in mano a un nuovo modo di concepire e affrontare la guerra. La Grande Guerra fu, infatti, anche la battaglia del bene contro il male, da motivi economici si passò a ideologie quali: diversità razziali e odio verso un'altra stirpe che a volte fu così profondo da voler morire piuttosto che diventare schiavi di una Nazione nemica. Ebbene, a Versailles cambiò anche il modo di fare la pace. I vincitori imposero le condizioni e non vollero repliche, scrissero e pretesero, ritenendo di risolvere così problemi che andavano ben oltre le motivazioni geo-politiche.

Con la scomparsa dei grandi Imperi, russo, turco, austro-ungarico e tedesco, si crearono dei grossi vuoti di potere che Versailles cercò di colmare applicando la nuova dottrina wilsoniana, ovvero autodeterminazione e democratizzazione; parole sconosciute alla diplomazia classica, ma che divennero il cardine di tutte le trattative del 1919. "Dare una nazione e un governo democratico ad ogni popolo" ecco il messaggio scritto dal presidente americano Wodroow Wilson nei suoi 14 punti. Gli Stai Uniti però, come del resto nessun'altra potenza, si accorsero che quelle che erano state le razze "dominanti" si ritrovarono ad essere governate da stirpi che fino a un paio di anni prima erano considerate "inferiori", in un'epoca di forte nazionalismo e xenofobia una simile proposta era improponibile.

Bene contro il male, ma anche odi e rivalità antiche: Francia contro Germania. La "revanche" era compiuta, l'onta di Sedan era stata pulita dalle memorie dei nazionalisti francesi, ma Clemenceau temeva ora per un ritorno tedesco; rioccupate l'Alsazia e la Lorena perse nel 1870, il ministro francese dettò il suo volere, pensò a una pace punitiva per la Germania a una pace cartaginese, con clausole che avrebbero dato il colpo di grazia all'economia tedesca e avrebbero annientato il suo potere politico. Ma perché tanta rabbia? E soprattutto perché la Francia, che sapeva bene che cosa volesse dire "odiare il nemico", non si rese conto delle possibili ripercussioni di tale politica?

La risposta è da cercare, ancora una volta, nella politica americana che, garantendo stabilità e aiuti economici all'Europa, lasciò spazio a ogni vendetta francese e a ogni tipo di punizione per i vinti. Il leone inglese non si sbilanciò molto al riguardo, Lyold George non vedeva l'ora di tornare in madrepatria e dedicarsi alla restaurazione dell'economia interna, inoltre gli inglesi erano debitori, dovevano al "serbatoio di risorse" americano, migliaia di dollari di vettovaglie e rifornimenti e di conseguenza non potevano rifiutare il volere di Wilson. La linea inglese ruggì solo quando la Francia propose di stabilire i suoi confini nazionali sul Reno, in modo da controllare un'eventuale rinascita tedesca; Lyold George così come i diplomatici anglo-sassoni si opposero a questa proposta adottando la loro classica linea di diplomazia internazionale: evitare assolutamente l'egemonia di una sola Nazione in Europa. Da secoli la Gran Bretagna era la custode dell'equilibrio europeo e aveva sempre rifiutato il dominio assoluto di un solo Stato. La situazione si riscaldò notevolmente ma, furono ancora gli Stati Uniti, dall'alto della loro potenza economica, a trovare la soluzione. La Francia non avrebbe cambiato i suoi confini, l'Inghilterra avrebbe mantenuto il suo protettorato sul Belgio e gli Stati Uniti, in cambio, si sarebbero impegnati a garantire, con la loro presenza sul territorio, la pace europea.

In questo modo trovò spazio un altro punto di Wilson: la Società delle Nazioni. Un'organizzazione internazionale con centro nella potenza americana, che si sarebbe impegnata a evitare che questioni politiche deteriorassero in scontri armati. L'idea in sé era intelligente, ma nacque malata e fu un vero disastro diplomatico. Vennero esclusi i paesi sconfitti così come l'orso russo, neo stato comunista e terrore del capitalismo Occidentale. Il vero problema, però, fu l'astensione degli Stati Uniti. Proprio il gigante, lo Stato più forte, quello che aveva predicato la guerra ideologica e la pace democratica, che aveva rassicurato la Repubblica francese e la Democrazia-Parlamentare inglese, alla fine tornò sui suoi passi lasciandosi alle spalle molte questioni irrisolte. L'opinione pubblica americana, avversa alla politica estera del Governo, mise alle corde il Senato che nel 1920 votò l'astensione da ogni trattativa e il ritiro immediato di ogni truppa dal suolo europeo.

Questa mossa fu uno schiaffo a ogni prospettiva di rinascita e a ogni ideale di pace. I sistemi dei conflitti erano cambiati, i metodi delle trattative di pace non erano più quelli di una volta. Inglesi e francesi non ebbero più le garanzie promesse da Wilson e per paura, soprattutto della Francia, di una rinascita degli Imperi Centrali imposero alla Germania la pace cartaginese. I punti di tale accordo erano inaccettabili: mutilazione del territorio, pagamento delle indennità di guerra, scioglimento di tutto l'esercito fatta eccezione per un piccolo contingente di soldati, tutte decisioni che vennero imposte e che crearono le premesse per un nuovo conflitto. Troppi i punti lasciati in sospeso, moltissimi gli errori di valutazione.

Pace: parola che a Versailles valse come l'intervento italiano di Orlando, ovvero niente; le potenze pensarono a incenerire gli sconfitti senza badare alle conseguenze; reputarono giusto dominare anziché aiutare. Il governo americano propose ma non attuò, predicò bene, ma non concluse nulla. Invece di risolvere la situazione, erano state create le basi per una nuova guerra mondiale. E così fu, sulle ceneri di Versailles si basarono infatti, le propagande naziste e fasciste e si crearono nuovi problemi nei Balcani.

L'esempio di Vienna del 1815 era ormai un triste ricordo, le trattative di Versailles chiusero un'epoca e ne aprirono una nuova in cui la diplomazia incominciò a basarsi sulle ideologie e divenne sempre più monopolio di un'unica nazione: gli Stati Uniti. I cento anni di pace che il Congresso viennese diede all'Europa erano ormai solamente una sfuocata ombra nel passato.

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