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Home > Approfondimenti > La psicologia degli stati "La psicologia degli stati", di Lucas TurksDiscussione sull'esistenza di sentimenti collettivi nell'ambito del diritto internazionale tra stati-nazione.E' comune sviluppare nelle relazioni interpersonali tra individui, dei sentimenti o delle sensazioni che variano da soggetto a soggetto. Essi possono essere di varia natura: paura, invidia, gelosia, amicizia, orgoglio, ira etc.. e possono modificarsi sia col trascorrere del tempo sia per l'ambiente in cui ci troviamo ad agire. Ciò non costituisce certo una novità e viene dato per scontato come elemento caratteristico della natura umana. Molto più controversa è invece la possibilità che gli stati, in quanto entità dotate di capacità d'azione e di intervento anche se dovute a intermediazione umana attraverso i soggetti politici, possano nutrire sentimenti analoghi al livello di relazioni internazionali. E' d'obbligo una premessa. Tutto ciò che verrà in seguito discusso in questa dissertazione fa riferimento unicamente ai cosiddetti stati-nazione con governo a carattere democratico di cui tenteremo di dare un'esemplificazione esauriente. Per stato-nazione s'intenderà quelle entità statali riconosciute a livello internazionale da altri soggetti con le stesse caratteristiche, il cui governo è affidato a un individuo o a un collettivo attraverso il sistema parlamentare classico, cioè l'elezione di un Parlamento con una o più camere per mezzo di suffragio universale maschile e femminile con nomina diretta o indiretta di un organo esecutivo. Negli stati-nazione il potere di governo è solo delegato da un insieme culturalmente e storicamente omogeneo che si è soliti definire "popolo". Seguendo una determinazione lessicale di questo genere potrebbe mostrarsi palese la dicotomia tra stati centrali e stati federali con la presunzione che questi ultimi non possano rientrare nel novero degli stati-nazione proprio per le loro stesse caratteristiche multiculturali e multietniche. Se ciò è fondamentalmente vero per stati quali l'Unione Sovietica comunista che comprendeva al suo interno comunità che non seguivano le indicazioni delle autorità centrali (indipendenza poi confermata ufficialmente con la disgregazione avvenuta nei primi anni novanta) tale asserzione non corrisponde a realtà in altri esempi quali la Svizzera o gli Stati Uniti d'America, dove pur persistendo diversità etniche e linguistiche, si conserva un senso di unità nazionale del popolo che permette di parlare di una psicologia collettiva. E' bene quindi comprendere che si può parlare di psicologia degli stati unicamente quando l'elemento collettivo democratico che sta alla base degli organi esecutivi segue o influenza in tutto e per tutto le decisioni degli organi stessi, indipendentemente dalla forma di governo con cui queste influenze si esplicano. Con questi presupposti, la ricerca nel campo della psicologia degli stati subisce una delimitazione temporale necessaria. Ci si riferirà di conseguenza al periodo che va dal 1870 ai giorni nostri, per la cogente necessità di avere esempi repubblicani diversi da quello statunitense. La data non è casuale, poiché coincide con il tramonto definitivo dell'Impero in Francia, prima repubblica effettiva in Europa. Sebbene l'argomento abbia mille volti e altrettanti studi siano possibili, ci siamo imposti di parlare unicamente di tre espressioni del fenomeno e cioè: l'isteria, la paura o panico e l'indecisione. Partendo dall'isteria, possiamo indicare una base che è comune a tutti e tre i sentimenti che abbiamo citato e cioè il fatto che si può parlare di psicologia delle nazioni unicamente come trasposizione sul piano generale e collettivo degli stati d'animo dei singoli individui. Senza arrogarci la pretesa di dare una definizione corretta di isteria dal punto di vista psicologico, useremo questo termine nel senso di sentimento estremo che, diretto verso qualunque soggetto od oggetto, faccia perdere la capacità razionale di prendere decisioni equilibrate. Abbiamo esempi molto famosi di questo tipo di impulso, già dai primi anni del periodo di cui stiamo trattando. Il caso Dreyfus è, infatti, uno delle dimostrazioni più lampanti di come il popolo possa essere colto da isteria collettiva. Il Capitano francese Albert Dreyfus, di origine israelita, fu condannato nel 1894 per spionaggio, essendo stato accusato di aver trasmesso al governo tedesco dei documenti di vitale importanza per la difesa della patria. In ragione delle sue origini, fin dall'inizio del processo vi furono notevoli discriminazioni razziali che inficiarono la validità del procedimento, senza però evitarne la condanna. Quando nel 1897 fu scoperto il vero colpevole, l'eminente scrittore Zola indirizzò a mezzo stampa una lettera aperta al presidente della repubblica francese (il famosissimo "j'accuse") in cui si accusava lo stato maggiore di aver emesso una condanna senza prove. La vicenda, cominciata come un semplice caso interno alle forze armate, fu ravvivata dai giornali che si accalorarono a tal punto sul caso da dividere l'intera popolazione in due fazioni, una a favore e una contro Dreyfus, non in base alle prove attinenti al processo, ma in base alle origini ebree del capitano. Le manifestazioni popolari che si susseguirono tra il 1898 e il 1906 causarono danni incalcolabili sia a cose sia a persone, mettendo a dura prova l'ordine pubblico interno della nazione francese. Passato il punto massimo di fervore, come tutti gli altri fenomeni di isteria di cui parleremo, la partecipazione popolare scemò, fino a far scomparire del tutto nell'anonimato Dreyfus, dopo la sua riabilitazione ottenuta nel 1906. Un secondo esempio di isteria collettiva, questa volta non limitato a una sola nazione, ma addirittura a carattere europeo, può essere rilevato nei mesi estivi del 1914, subito dopo l'attentato di Sarajevo, quando ancora non vi erano state le dichiarazioni di guerra. La popolazione maschile di Francia, Germania e Austria-Ungheria, cresciuta nel mito della cavalleria ottocentesca con principi di cameratismo militare, corse ad arruolarsi con la foga e l'inconsapevolezza di chi non sa cosa significhi davvero una guerra. I governi delle potenze centrali, composti comunque da individui già predisposti alla lotta armata per le stesse ragioni che abbiamo appena citato, furono in pratica spinti alla guerra dal desiderio popolare. La divisione avvenuta in Italia tra interventisti e non interventisti è particolare e significativa nello stesso tempo. Particolare perché nel medesimo periodo non si ritrova negli altri paesi europei una divisione simile tra pacifisti e fautori della guerra a oltranza e significativa, perché gli interventisti dimostrano il loro tratto isterico ignorando completamente il pericolo della guerra, giustificando il mezzo con il fine. Ancora una volta la stampa rivestì un'enorme importanza di indirizzamento della volontà popolare che a sua volta influì sul governo. Terzo esempio, ancora purtroppo legato all'antisemitismo, è l'incredibile ascesa al potere di Hitler. In una Germania distrutta dalla Prima Guerra Mondiale e provata dalla crisi economica internazionale del 1929, le sensazioni di risentimento e di vendetta nei confronti degli alleati vittoriosi e predatori delle ricchezze tedesche crebbe col passare degli anni, fino a ottenebrare la mente della quasi totalità della popolazione che vide nella figura del Führer la sola via di salvezza. Tale espressione isterica non venne meno neppure con l'inizio della Seconda Guerra Mondiale e nemmeno con le sconfitte del 1944 e 1945. E' sufficiente pensare a quale fanatismo avessero ancora i ragazzi delle unità della Hitlerjugend durante la difesa finale di Berlino per comprendere come l'indottrinamento nazista e la disperazione per l'incombente pericolo per la Patria non siano sufficienti a spiegare il comportamento della nazione tedesca. Non vogliamo affermare che il popolo tedesco sia naturalmente "cattivo", perché sarebbe un'assurdità, ma più precisamente "isterico" nel senso che abbiamo fino a ora espresso. La sua momentanea mancanza di capacità di intendere e di volere dovuta a quell'eccesso di sentimento è dimostrata anche dal senso di confusione e sfinimento che troviamo nel secondo dopoguerra. Come ogni altra forma sentimentale sproporzionata, l'isteria è sempre seguita da una sensazione di spossamento e di eccessivo rilassamento. Dopo l'esemplificazione, possiamo tracciare uno schema circolare dell'isteria riferito agli stati che può essere espresso nel seguente modo: popolo-stampa-governo. L'isteria cioè passerebbe dal popolo, attraverso la stampa, al governo della nazione. Si potrebbe obiettare che il ruolo della stampa e del governo sia generativo dei sentimenti popolari e parzialmente ciò è vero, ma non bisogna dimenticare che l'induzione di valori e principi se va in un senso, va anche nell'altro. Infatti, gli esponenti della stampa e dei governi non sono altro che membri del popolo, in quanto educati secondo principi omogenei (stiamo parlando di stati-nazione dopo tutto). La paura (o panico nelle sue forme estreme) ha una capacità estremamente elevata di attecchire nell'animo umano. Forse per la stessa natura ontologica dell'uomo che non conosce il proprio futuro dopo la morte, forse per l'intrinseca debolezza del corpo umano che può essere facilmente danneggiato o distrutto. Comunque sia, i timori che possono interessare un individuo, agevolmente si trasferisco sulle masse. Non parleremo delle paure recondite del diverso che hanno portato ai tristi fenomeni di xenofobia e antisemitismo, ma ci soffermeremo su quella forma di paura più semplice che si esplica quando a torto o a ragione ci si sente in inferiorità rispetto a qualcun altro. Sia che questo sentimento abbia fondamenta di verità sia che esso derivi unicamente da un'impressione del soggetto che lo subisce, gli stadi che portano alla sua esternazione sono di norma uguali. Si comincia con la diffidenza, che può essere accompagnata dall'invidia (a livello di nazioni, per una migliore condizione economica o tecnologica o per delle presunte mire su territori propri o di cui si reclama la sovranità etc). Successivamente si giunge al sospetto, individuando un nemico in quello che precedentemente era visto unicamente come avversario. Infine la conclusione è l'ostilità aperta che in alcuni casi, non certo sporadici, termina con i cosiddetti attacchi preventivi, solitamente considerati come pretesti di mire egemoniche, ma il più delle volte provocati da vera paura collettiva. Il caso più lampante di questo genere di sentimento è sicuramente l'evolversi delle relazioni franco-tedesche dalle guerre napoleoniche fino alla seconda guerra mondiale. Alternativamente, prima la Germania (Prussia), poi la Francia hanno temuto il proprio vicino naturale, cercando di frapporre tra sé e l'altro una serie di stati-cuscinetto che servissero da protezione per la rispettiva tranquillità interna. La creazione del Belgio e dell'Olanda ne sono una testimonianza. Una volta compreso come la distanza territoriale non servisse a diminuire la paura, si è tentato di arrivare ad una posizione di dominio o almeno di preminenza, conquistando una posizione di favore nell'ambito dello scacchiere strategico del Reno. La rivendicazione reciproca dell'Alsazia ha quindi una valenza che va ben al di là del semplice nazionalismo francese e tedesco. La paura francese è ancor più evidente analizzando il tentativo non riuscito e, del resto irrealizzabile, di annientare lo stato tedesco sia dopo la prima guerra mondiale, sia dopo la seconda. Come dimostrato dall'esperienza europea, il timore è tanto maggiore quanto più i due (o più) avversari si equivalgono. Ciò è significativamente presente anche nella guerra fredda, dove la paura divenne palpabile nella cosiddetta "strategia della tensione" che ancor prima di divenire famosa col terrorismo, faceva riferimento all'equilibrio "instabile" basato sulla paura di un olocausto nucleare mondiale. I rapporti russo-americani presentano anche un altro aspetto interessante, in quanto la paura si legò a uno degli episodi più famosi di isteria collettiva: il maccartismo. Questo movimento anticomunista e antisovietico che deve il suo nome al senatore americano Joseph McCarthy, si trasformò in una vera propria "caccia alle streghe" che nello stesso modo di quelle riprovevoli manifestazioni degli inizi dell'età moderna aveva come fondamento l'angoscia provocata dall'ignoto, dalla mancanza di informazioni sull'avversario. Il comunista che "mangia i bambini" usato per spaventare il popolino poco acculturato del secondo dopo guerra italiano è un'ulteriore espressione dello stesso sentimento di paura irrazionale. L'ultimo argomento su cui ci soffermeremo è l'indecisione. Essa è fondamentalmente il risultato di un profondo complesso di inferiorità che tanto nei singoli uomini, quanto nelle nazioni si esprime o nell'immobilismo o in decisioni incongruenti. L'Italia delle due guerre mondiali riassume in sé tutti i tratti essenziali di un'indecisione patologica. Nelle tradizione politica italiana è sempre esistito un concetto chiaramente ispirato alla massima machiavellica "il fine giustifica i mezzi". Già durante il risorgimento e in tutte le guerre d'indipendenza, lo stato italiano si è retto legandosi ad alleanze con altri stati per sconfiggere il nemico. Nulla di male, poiché il vecchio adagio "l'unione fa la forza" ha la stessa valenza delle parole del Machiavelli, se non fosse per il fatto che l'Italia non ha mai potuto concepire di aver potuto scegliere l'alleanza sbagliata. L'abbandono della Triplice Alleanza nella prima guerra mondiale e ancor più l'armistizio richiesto nel 1943 ci danno un'immagine di un'Italia puerile che una volta intravista la sconfitta, passa dalla parte del vincitore, proprio come i bambini durante i loro teneri giochi. Quanto detto non vuole essere un'affermazione di immaturità della nazione italiana, di cui chi scrive si sente orgoglioso di far parte, ma solo un dimostrazione fattuale dell'indecisione di cui essa soffre. Certo la mancanza di coerenza può avere anche i suoi lati positivi. Infatti, accorgersi per tempo che la strada che si è scelti non è quella giusta è una qualità di alto valore, però una condotta di questo tipo eletta a politica di governo non può che avere conseguenze disastrose. Innanzi tutto rovinando la reputazione di tale stato a livello internazionale. In una comunità degli stati dove non vi è un'autorità suprema che dirima le discordie e gli equilibri sono retti dai reciproci rapporti di forze che a loro volta sono determinati dalle alleanze che si riesce a concludere, è evidente che una reputazione dubbia rende difficile un'esistenza tranquilla all'interno di gruppi di stati forti. Dopo la seconda guerra mondiale l'Italia ha dovuto riabilitare il proprio nome e non è detto ancor oggi che ci sia riuscita, vista la pessima nomea di cui gode in ambito comunitario. Arrivando al termine del discorso, possiamo trarre alcune semplici conclusioni che, è d'obbligo sottolinearlo, hanno valore di pura dissertazione accademica, poiché non sono confortate da controprove empiriche, essendo gli episodi elencati storicamente impossibili da indurre nuovamente senza la piena collaborazione dell'attore principale e cioè del popolo, condizione praticamente impossibile da ottenere. L'ambito di questa disciplina è ancora praticamente inesplorato e perciò ogni tentativo fatto in questa direzione può essere facilmente fonte di controversie sui metodi e sui criteri con cui si è proceduto nella ricerca, ciononostante possiamo affermare che esiste una psicologia degli stati, pur con tutte le limitazioni che abbiamo elencate e che la storia è stata a più riprese influenzata da essa. Fonti e letture consigliate: "Le Guerre - Elementi di Polemologia", di Gaston Bouthoul, Longanesi. |
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