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"Piccoli titani", di Simone Pelizza
La prima battaglia di carri armati della storia durante la
Prima Guerra mondiale. Il primo scontro tra mezzi corazzati avvenuto
sul fronte occidentale in prossimità di Villers Bretonneux tra
unità britanniche e tedesche. Le armi, la progettazione e le
curiosità dell'invenzione di quest'arma moderna.
La situazione sul fronte occidentale
Il 21 Marzo 1918 l'Esercito tedesco lanciò una
massiccia offensiva sul Fronte Occidentale: a Oriente, la Russia,
sconvolta dalla Rivoluzione, si era appena arresa; ciò aveva
permesso il trasferimento di migliaia di soldati tedeschi nelle Fiandre
e nel Belgio occupato, in vista dell'ultimo decisivo attacco contro le
linee di difesa franco-inglesi. L'Alto Comando tedesco, guidato dal
Feldmaresciallo Paul von Hindenburg e dal generale Erich Ludendorff,
era conscio del fatto che la partita doveva essere chiusa al più
presto: sia la Germania che l'Austria-Ungheria, ovvero gli Imperi
Centrali, erano sull'orlo del collasso economico-sociale, strangolati
dal micidiale blocco navale imposto loro dalla Marina britannica;
bisognava vincere la guerra nel più breve tempo possibile,
approfittando della situazione favorevole venutasi a creare nelle
ultime settimane.
Questo sentimento "conclusivo" era condiviso anche dai nemici
dell'Intesa. Il lungo e sanguinoso conflitto aveva stremato sia la
Francia che la Gran Bretagna. Pure Londra e Parigi ritenevano
indispensabile una fine rapida e vittoriosa della guerra, pena gravi
problemi interni non dissimili da quelli che travagliavano Berlino e
Vienna. C'era però un grosso ostacolo a ciò: la sconfitta
della Russia costringeva gli sfiniti Alleati alla difensiva, contro un
avversario molto più forte dal punto di vista umano e materiale.
Solo l'intervento concreto e deciso degli Stati Uniti, con la loro
grande potenza industriale, poteva volgere gli eventi in favore
dell'Intesa; ma gli americani, pur in guerra contro la Germania
dall'Aprile 1917, erano ancora intenti nei preparativi per la loro
reale entrata in campo, prevista per l'estate 1918. Fino ad allora,
inglesi e francesi dovevano cavarsela da soli. Insomma, nella primavera
1918 la Germania partiva avvantaggiata nello sprint finale del
conflitto. Francia e Gran Bretagna dovevano assolutamente cercare di
resistere, ma le loro condizioni erano estremamente difficili.
Il piano dell'Alto Comando tedesco prevedeva un attacco massiccio nelle
basse colline delle Fiandre, a nord di Amiens. L'obiettivo era sfondare
il fronte e marciare spediti in direzione dei porti sulla Manica; la
loro occupazione avrebbe messo definitivamente in crisi gli Alleati
dell'Intesa, decretando la vittoria tedesca. Era impossibile che le
esauste truppe franco-britanniche potessero reggere un simile assalto,
potente nelle risorse e deciso nello slancio. Alla resa dei conti,
però, questo calcolo si rivelò clamorosamente errato:
quando l'offensiva partì, il 21 Marzo, i tedeschi riuscirono
sì a far retrocedere gli avversari di ben 80 Km., ma non
poterono raggiungere completamente i loro intenti iniziali. La BEF
(British Expeditionary Force), a prezzo di pesanti perdite,
riuscì infatti a mantenere il controllo di Amiens, nonché
di quasi tutti i principali nodi stradali e ferroviari. L'attacco
tedesco rischiava subito di impantanarsi. Furibondo per come si erano
messe le cose, Ludendorff, su suggerimento del generale von der
Marwitz, decise di muovere all'assalto delle piccole cittadine di Cachy
e Villers Bretonneux. Si trattava di una manovra diversiva, senza alcun
obiettivo importante, salvo quello di confondere gli Alleati e
disperdere le loro forze. Tuttavia, l'abile generale tedesco non mise
in conto la possibilità che tale semplice azione locale potesse
trasformarsi in una ghiotta possibilità di forzatura del fronte.
Questo nuovo, gravissimo errore di valutazione avrebbe portato al
fallimento dell'intera offensiva e alla sconfitta definitiva della
Germania. Sì, perché Villers Bretonneux era un importante
nodo stradale: vista la difficile situazione, per gli Alleati ogni
punto era vitale, da difendere ad ogni costo. La battaglia per questa
piccola cittadina nel Nord della Francia sarebbe stata, quindi, dura e
sanguinosa. E avrebbe fatto epoca; perché Villers Bretonneux
divenne sorprendentemente teatro del primo scontro tra carri armati
della Storia.
Le "navi da terra": i carri armati nella Prima Guerra Mondiale
Nel 1915 la guerra sul Fronte Occidentale era divenuta di
posizione. Migliaia di soldati, indipendentemente dalla
nazionalità, morivano nelle trincee, senza riuscire a portare
alcun attacco definitivo contro il nemico. Era una strage inumana e
costante.
La Marina britannica fu la prima a cercare metodi e mezzi per rompere
tale stallo catastrofico. Il primo Lord dell'Ammiragliato, Winston
Churchill, chiamò a raccolta i migliori tecnici militari e
civili del suo paese, ed espose loro la necessità di trovare
soluzioni per spezzare la guerra di posizione e battere i tedeschi. Tra
questi tecnici vi era anche Ernest Swinton, brillante colonnello del
Genio che aveva già prestato servizio durante la guerra
anglo-boera (1899-1902). Dopo attente riflessioni, egli giunse alla
conclusione, assolutamente rivoluzionaria, che solo veicoli corazzati
da combattimento, propulsi da una motrice, potevano travolgere le
trincee nemiche e riaprire il fronte. Nonostante dubbi e diffidenze,
Swinton riuscì ad attirare l'attenzione di Churchill e
dell'Ammiragliato sulla sua singolare intuizione.
Cominciarono studi, progetti ed esperimenti. Il 6 Gennaio 1916 mosse i
suoi primi passi il primo mezzo corazzato cingolato della Storia: il
Big Mother, veicolo romboidale dotato di un cannone da 57 mm. e/o di
una mitragliatrice, protetto da lamiere spesse 10 mm. In pochi mesi,
superati con successo i test iniziali, ne furono prodotti più di
100 esemplari. Nel Settembre 1916 i carri armati (o "navi da terra", in
quanto realizzati e prodotti dalla Marina seguendo precisi criteri
navali) furono impiegati per la prima volta sul campo di battaglia
durante l'offensiva della Somme. Privi di cooperazione, però,
furono facilmente sopraffatti dal fuoco nemico; nonostante l'insuccesso
finale, riuscirono comunque a sfondare alcuni punti delle trincee
tedesche, superando senza problemi reticolati e sbarramenti. La nuova
arma si assicurò così una certa fiducia tra i vertici
militari. Fu istituito un Quartier Generale del Corpo dei Carri Armati,
comandato dal Tenente Colonnello Hugh Elles e dal maggiore J.F.C.
Fuller. Entrambi erano accesi sostenitori dei carri armati. Dopo mesi
di duro lavoro, Fuller riuscì a ideare valide tattiche di
combattimento per i nuovi mezzi; Elles, invece, creò una corazza
più spessa (12-16 mm.), capace di sopportare i proiettili
dell'artigliera nemica. Nella primavera 1917 videro la luce due nuovi
modelli corazzati: il Mark I e il Mark IV. Alcuni mesi più
tardi, venne varato il Whippet, blindato più leggero rispetto ai
precedenti ma dotato della stessa corazza del Mark IV, velocissimo
(poteva raggiungere i 13 Km/h - per l'epoca, una velocità
straordinaria). Tutti i veicoli erano dotati di un cannone da 75 mm. e
di almeno quattro mitragliatrici.
Nell'autunno 1917 Fuller lanciò una mini-offensiva di carri
armati sul fronte, vicino alla città di Cambrai: questa volta, i
mezzi agivano in gruppo e dovevano seguire precise direttive. I
risultati dell'operazione furono sbalorditivi. I carri armati
travolsero le difese tedesche, e raggiunsero in un paio d'ore quasi
tutti i loro obiettivi nei dintorni della città. Il mancato
sostegno della fanteria, tuttavia, impedì agli inglesi di
sfruttare pienamente il successo ottenuto. Ma ormai la strada verso la
guerra corazzata era aperta. Agli inizi del cruciale 1918, anche i
francesi disponevano di carri armati (uno su tutti, il leggero
Schneider M16).
E i tedeschi ? La battaglia di Cambrai fu uno shock per loro. Lo smacco
subito, però, non convinse l'Alto Comando dell'importanza delle
nuove armi. Ludendorff rimase sospettoso e ostile verso i veicoli
corazzati a motore, da tempo studiati anche in Germania. Nonostante lo
scetticismo, autorizzò comunque la costruzione di 100 veicoli da
combattimento: erano gli A7V, pesanti e con armi poco efficienti (il
cannone principale era solo di 57 mm.), ma veloci quanto i Whippet e
dalla corazza impenetrabile (30 mm. di spessore). Prodotti a tempo di
record nel Dicembre 1917, restarono inattivi per settimane; la sfiducia
dei vertici militari nei loro confronti era totale. Tuttavia,
nell'Aprile 1918, Ludendorff decise incredibilmente di impiegarli nella
manovra diversiva su Cachy e Villers Bretonneux. Al punto in cui si era
giunti, ogni mezzo poteva essere utile per vincere la contesa; ma il
supremo comandante tedesco continuava a guardare con disprezzo alle
nuove armi. Questa sua incapacità di comprendere le vere
qualità dei mezzi corazzati lo avrebbe condotto alla sconfitta.
La battaglia di Villers Bretonneux (24 Aprile 1918)
Il 17 Aprile l'artiglieria tedesca cominciò un pesante
bombardamento su Villers Bretonneux, specialmente sul Bois d'Aquenne,
una foresta ad ovest della cittadina ove erano concentrati i principali
contingenti britannici a difesa della zona. Il cannoneggiamento
proseguì in maniera costante per sette giorni, provocando
numerosi feriti tra gli inglesi. Alle 7.00 del mattino del 24 Aprile,
quattro divisioni di fanteria, coperte da speciali proiettili fumogeni
e sostenute da 13 A7V , attaccarono con decisione i dintorni di Villers
Bretonneux e le difese della vicina Cachy. L'apparizione dei carri
armati tedeschi portò scompiglio e panico tra i difensori: gli
inglesi, infatti, non pensavano che anche il nemico potesse disporre di
propri veicoli corazzati (in precedenza, l'Alto Comando Tedesco aveva
effettuato sul fronte solo alcune piccole operazioni test, usando pochi
Mark IV catturati agli inglesi). In breve, molti soldati britannici
furono falciati senza pietà dalle mitragliatrici dei veicoli
nemici, mentre la fanteria tedesca neutralizzava i superstiti. Alle
10.00, appena tre ore dopo l'inizio dell'attacco, Villers Bretonneux
era stata occupata quasi completamente e gli A7V, seguiti dalla
fanteria, avevano sfondato le linee inglesi di circa 10 Km., arrivando
a minacciare Cachy anche da sud.
Giunta notizia dell'assalto nemico, le compagnie britanniche presenti
nel Bois d'Aquenne cercarono di riorganizzarsi e di passare al
contrattacco. Nella foresta era presente un piccolo distaccamento
corazzato, composto da tre Mark IV e comandato dal Capitano J.C. Brown.
Una delle unità era guidata dal Luogotenente Frank Mitchell.
Brown ordinò a Mitchell di supportare la fanteria, intenta a
consolidare le proprie posizioni di fronte al nemico. Mitchell
partì con il suo veicolo in direzione di Cachy, accompagnato
anche dagli altri due carri armati. Dopo tre quarti d'ora di marcia, i
tre mezzi corazzati raggiunsero finalmente il settore dei
combattimenti. All'improvviso, un A7V tagliò la strada al
veicolo di Mitchell; questi non credette ai propri occhi: un carro
armato tedesco ! Passata la sorpresa, il Luogotenente informò
della notizia anche gli altri tank e si gettò all'inseguimento
del mezzo nemico. Per la prima volta, due veicoli corazzati si
affrontavano in campo aperto, l'uno contro l'altro.
L'A7V, guidato dal colonnello Biltz, si accorse degli inseguitori e
attaccò con violenza il Mark IV di Mitchell, aprendo il fuoco
con il suo cannone da 57 mm. Il colpo andò a vuoto, e gli
inglesi risposero subito; ma anche loro mancarono il bersaglio.
Iniziò tutta una lunga serie di manovre e contromanovre, con un
fitto e vicendevole scambio di colpi. Ma nessuno dei due equipaggi
riusciva a mettere fuori combattimento l'avversario. Al termine di un
duello serrato e avvincente, Mitchell riuscì a centrare
mortalmente il carro armato avversario. Biltz e i suoi uomini
abbandonarono l'A7V ormai inutilizzabile e si unirono alla loro
fanteria. Vinto il suo primo scontro, il Mark IV di Mitchell si
scagliò contro altri due tank nemici, sopraggiunti nel mezzo
della battaglia. Forse spaventati dal fato del veicolo di Biltz, i due
A7V si ritirarono dalla scena a rotta di collo: uno di loro,
però, fu fermato da un proiettile dell'artiglieria britannica,
che mandò in frantumi buona parte della sua corazza. Ancora
vincitore, Mitchell andò in aiuto degli altri due Mark IV,
impegnati contro la fanteria nemica; in breve, i tedeschi furono messi
in fuga. Nel frattempo, un aereo da ricognizione informò la
guarnigione di Cachy che numerosi contingenti nemici stavano avanzando
verso di loro, appoggiati da svariati carri armati. A Cachy si trovava
un piccolo drappello di Whippet, comandato dal Capitano T.R. Price.
Egli prese subito l'iniziativa, e partì immediatamente in
direzione delle truppe d'assalto tedesche; strada facendo si congiunse
con Mitchell e i suoi veicoli. I Whippet e i Mark IV attaccarono
insieme la fanteria nemica, seminando morte e terrore. Pur perdendo
alcune unità, Price e Mitchell inflissero pesanti perdite ai
tedeschi e li costrinsero rapidamente alla ritirata. Nell'inseguimento,
Mitchell si imbatté nuovamente in un A7V: dopo un breve scambio
di colpi, il veicolo tedesco si ritirò in buon ordine. Due-tre
ore più tardi, il carro armato di Mitchell concluse la sua
corsa: un colpo d'artiglieria, infatti, distrusse completamente i suoi
cingoli. L'instancabile equipaggio del Mark IV scese allora dal proprio
mezzo, ormai inutilizzabile, e si unì ai difensori di una vicina
trincea. La prima battaglia tra mezzi corazzati della Storia era giunta
al termine.
Nel pomeriggio del 24 Aprile, era chiaro che gli inglesi erano riusciti
a respingere il primo assalto meccanizzato tedesco della Prima Guerra
Mondiale. Ciò era merito non solo del coraggio di Mitchell e
Price, ma anche dell'abilità dell'artiglieria britannica, che
continuò a bombardare incessantemente gli assalitori anche
quando la situazione pareva gravemente compromessa. Diversi A7V furono
messi fuori combattimento o in fuga proprio dalle batterie avversarie.
Quindi, sebbene i tedeschi fossero riusciti a conquistare Villers
Bretonneux, la linea del fronte presso Cachy aveva retto bene l'urto.
All'alba del 25 Aprile, due brigate australiane, appoggiate
dall'Aviazione e dal fuoco dell'artiglieria, lanciarono un attacco a
sorpresa, rimpadronendosi di Villers Bretonneux: l'ennesima mossa
tedesca in direzione di Amiens era fallita. Ludendorff non diede troppo
peso all'evento; la sua attenzione si era già concentrata su
altre zone del fronte. L'Alto Comando tedesco continuò a muovere
uomini e mezzi su e giù lungo le linee franco-britanniche,
lanciando inutili e sanguinose manovre diversive ovunque, sperando che
gli Alleati disperdessero le proprie forze e consentissero quindi una
nuova rottura del fronte, come avvenuto in Marzo. Tale rottura del
fronte non avvenne mai; i tedeschi sprecarono preziose risorse umane e
materiali, decretando così la propria sconfitta. Ai primi di
Maggio, infatti, l'offensiva verso Amiens e i porti della Manica si era
completamente impantanata. In estate, gli Stati Uniti affiancarono
concretamente Francia e Gran Bretagna sul fronte occidentale, e
l'Intesa poté considerare vinta la guerra, pur tra ulteriori
difficoltà e sofferenze.
In realtà, il fallimento dell'esercito tedesco era dovuto
all'incapacità dei suoi comandanti di concentrare gli sforzi
dell'offensiva su un singolo punto: ciò avrebbe davvero
consentito uno sfondamento deciso del fronte. Se a Villers Bretonneux
fossero stati impiegati più uomini e A7V, probabilmente gli
inglesi sarebbero crollati, e la strada verso Amiens si sarebbe aperta
senza troppi problemi alle stanche e provate truppe guglielmine. La
tendenza a giocare d'azzardo, e l'incapacità di comprendere le
potenzialità vere dei carri armati, del proprio comandante
supremo pesarono nettamente nella sconfitta finale della Germania.
Le lezioni dello scontro
Ma quali furono le lezioni della battaglia di Villers
Bretonneux per i due contendenti? Quali linee dettò tale scontro
per gli sviluppi successivi dei mezzi corazzati ?
Le lezioni dello scontro furono molto importanti, ma vennero comprese
appieno solo dagli ufficiali e dagli equipaggi dei carri armati. Gli
alti comandi e gli stati maggiori considerarono Villers Bretonneux un
combattimento secondario, uno dei tanti fili della situazione bellica
in corso. Invece, esso fu basilare, fondamentale per il Futuro.
Aldilà di Ludendorff e dei principali generali, parecchi
militari tedeschi si resero finalmente conto dell'importanza dei carri
armati. Ma ormai era troppo tardi per rovesciare le sorti del
conflitto: l'industria del Reich era praticamente al collasso, e
certamente non poteva tenere il passo con quella francese o inglese
(men che meno con quella americana). Si iniziò allora lo
sviluppo di armi anticarro speciali, con calibri fra 13 e 37 mm.;
queste armi, pur palliativi all'assenza di veicoli corazzati, ottennero
degli ottimi risultati nei test e nell'impiego concreto sul fronte.
Cominciarono anche studi seri e approfonditi sui carri armati e sulle
loro diverse applicazioni in battaglia. La consapevolezza dei propri
errori portò la Germania, nell'arco di vent'anni, a possedere la
più potente forza di carri armati del mondo. Uno strumento
imponente e terribile, che il nuovo regime nazista avrebbe sfruttato
nella maniera più completa e spietata nel suo folle desiderio di
predominio europeo e mondiale.
Come al solito, i vincitori imparano molto meno dei vinti. Dopo Villers
Bretonneux, Fuller e il Quartier generale del Corpo Corazzato si
impegnarono attivamente nella ricerca di migliorie e perfezionamenti
per i propri veicoli corazzati. Da questi sforzi nacque il Mark V, il
carro armato più avanzato dell'epoca. Dotato di 2 cannoni da 57
mm. e di ben 4 mitragliatrici, più veloce e più
resistente dei suoi predecessori, il Mark V fu il protagonista
indiscusso della Battaglia di Amiens dell'8 Agosto 1918, quando le
truppe anglo-franco-americane, con una sorprendente e vigorosa
offensiva, ruppero il fronte e misero in rotta l'intero esercito
tedesco. I nuovi carri armati travolsero le posizioni nemiche, aprendo
una breccia lunga 40 Km. e profonda 14; tutto questo, nell'arco di
poche ore. L'offensiva corazzata nei pressi di Amiens, condotta non
solo dai Mark V ma anche dai Whippet e dai nuovissimi Renault FT
francesi, segnò l'inizio della fine per gli Imperi Centrali.
Tuttavia, al termine del conflitto, i carri armati furono praticamente
messi in soffitta, nonostante le proteste e le resistenze di Fuller e
di Elles: negli anni Venti, gli esperimenti corazzati in Inghilterra
furono scarsi, anche se importantissimi. Lo Stato maggiore britannico,
così come quello francese, giudicava negativamente i mezzi
corazzati, nella convinzione che ormai si fosse davanti ad un periodo
di "pace perpetua" (un'illusione destinata ad essere pagata a caro
prezzo). Inoltre, pesò anche l'ostilità dei comandanti di
fanteria e di cavalleria, desiderosi di mantenere i propri privilegi.
Così, Gran Bretagna e Francia registrarono sì nuovi
progressi nello sviluppo di dinamiche forze corazzate, ma ad un ritmo
inferiore rispetto alle equivalenti ricerche tedesche. In più, i
comandanti rimasero attaccati a concezioni strategiche e tattiche
antiquate, completamente superate, inadatte di fronte alle grandi
possibilità dei nuovi veicoli. I generali inglesi e francesi
commisero errori simili a quelli di Ludendorff, e pagarono anch'essi un
prezzo pesantissimo per ciò: nella primavera 1940 le forze
Alleate sarebbero andate incontro ad uno dei disastri più grandi
della Storia militare moderna, proprio negli stessi luoghi che le
avevano viste vincitrici nell'estate 1918.
Una piccola curiosità finale: Mitchell, l'eroe di Villers
Bretonneux, sopravvisse alla guerra e scrisse, alla metà degli
anni Venti, un libro sulle sue esperienze belliche. Egli inviò,
insieme ai membri del suo ex equipaggio, anche una richiesta formale
all'Ammiragliato per ricevere un premio in denaro: il loro Mark IV ,
infatti, aveva abbattuto un A7V a Villers Bretonneux; la Royal Navy, da
cui dipendeva formalmente il Corpo Corazzato, dava una ricompensa agli
equipaggi delle navi che avevano affondato vascelli nemici. Ma il War
Office rifiutò il reclamo di Mitchell&co., giudicando un
carro armato come "un'arma di terra", che non aveva nulla a che fare
con le operazioni marittime. Eh sì, l'era delle prime "navi da
terra" era proprio finita…
Simone Pelizza
samurai@libero.it
Fonti:
Articolo di J.H. Roberts sul mensile "MILITARY ILLUSTRATED" (titolo: When Monsters collide), numero 154 del Marzo 2001
Kenneth Macksey, "TANK VERSUS TANK", Salem House Publishers, USA 1988
(edito in Italia da Fratelli Melita Editori con il titolo Carri Armati:
gli scontri decisivi)
B.H. Liddel Hart, "LA PRIMA GUERRA MONDIALE", BUR 1999 (ristampa) (titolo originale inglese: The Real War 1914-1918)
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