Progetto di Documentazione Storica e Militare Banner di Letture Fantastiche

Home
Documenti
Approfondimenti
Immagini
Trova
Link
Copyright
Collabora
E-mail

Home > Approfondimenti > Olocausto di un'ideologia

"Olocausto di un'ideologia", di Lucas Turks

La decadenza dell'impero sovietico e le prospettive delle nazioni dell'ex blocco orientale.

L'inizio della fine

Il 10 novembre 1982 moriva Leonid Breznev. L'Unione Sovietica che lasciava in eredità al suo successore, Yuri Andropov, aveva tutti i connotati di una nazione in decadimento. L'economia sovietica dava preoccupanti segni di stagnazione tanto da essere costretti ad importare cereali dagli Stati Uniti. L'industria siderurgica che per decenni era stata il vanto del comunismo reale rallentava la propria produzione del 5/8% annuo. Persino i generi alimentari di prima necessità mancavano nei negozi delle grandi città. L'Armata Rossa si era impantanata sulle montagne dell'Afganistan che si stava trasformato nel vero Vietnam russo. I rapporti con gli Stati Uniti e l'Occidente erano decisamente peggiorati con l'impiego nel nuovo arsenale nucleare sovietico dei missili intercontinentali SS 20. Infine, la classe politica era ancora legata agli equilibri di potere degli anni '60 e '70, dove il Partito Comunista svolgeva ogni mansione all'interno delle istituzioni dello Stato.

L'incombenza di risolvere questi e altri problemi era capitata ad Andropov, presidente del KGB, uomo dell'apparato e di pochi anni più giovane del suo predecessore. Ciò però comportava ugualmente un elemento di straordinaria importanza e cioè: per la prima volta l'Unione Sovietica era condotta da un uomo di una leva politica che non fosse precedente alla Seconda Guerra Mondiale e quindi sotto la diretta influenza dell'ideologia stalinista dei primi anni dopo la rivoluzione (Breznev era entrato nel Partito comunista nel 1931, mentre Andropov solo nel 1939). Sebbene di stampo tutt'altro che riformista, il nuovo Segretario del partito si adoperò per porre riparo alle gravi difficoltà in cui versava la sua nazione. Nel Luglio del 1983 fu sperimentata una campagna di controllo del lavoro e di gestione industriale su larga scala, ma soprattutto si cercò di trovare un punto d'accordo con la NATO. L'Unione Sovietica volle che in prospettiva di una riduzione delle armi balistiche vi fossero dei controlli accurati sugli arsenali europei, in particolare inglesi e francesi, ammettendo implicitamente la propria superiorità numerica di missili nella regione, disconoscendo così tutte le teorie d'aggressione americana che avevano caratterizzato ogni trattativa precedente.

Il piano politico di Andropov fu interrotto bruscamente dalla sua morte avvenuta nel Febbraio del 1984. Kostantin Cernenko ottenne i pieni poteri a larga maggioranza. Egli era un uomo conservatore, della stessa generazione di Breznev e con gli stessi legami interni al partito. Probabilmente, si sarebbe verificato un netto rallentamento delle riforme se anch'egli non fosse morto all'improvviso nel Marzo 1985 in circostanze nient'affatto chiare. L'11 Marzo dello stesso anno il PCUS nominava segretario Mikhail Gorbacev. Introdotto nella segreteria da Andropov, insieme a Ligacev, era entrato nel Partito solamente nel 1952 e risultava scevro da tutta l'ideologia stalinista. Nella sua squadra politica furono compresi Ligacev, Ryzkov ed Eltsin, ammesso nel Politbjuro dal Novembre 1985.

Ristrutturazione e trasparenza

Nel Febbraio e marzo 1986 al 28° congresso del Partito Comunista Sovietico, Gorbacev espose il suo disegno politico che si fondava su due pilastri incrollabili: perestrojka (ristrutturazione o nuovo corso) e glasnost (trasparenza). La perestrojka si riferiva sia al sistema economico sia alla struttura dei rapporti tra stato e partito unico. Gorbacev aveva in mente una chiara visione del mondo alla metà degli anni ottanta. Si aveva la contrapposizione tra i due blocchi delle superpotenze in una realtà economica e politica che non permetteva più che ci si potesse contrapporre unicamente sul piano ideologico, senza tenere conto della sempre maggiore interdipendenza dell'Unione Sovietica con il mercato mondiale.

Per evitare un declino che ai suoi occhi appariva inevitabile si doveva intervenire in due modi. Anzitutto riformando il sistema di economia centralizzata che era tipico del metodo sovietico, attraverso una politica dei piccoli passi che aprisse nuovi spiragli verso il libero mercato, facendo emergere dall'illegalità quel traffico sommerso e parallelo che si era sviluppato soprattutto nelle regioni più esposte per motivi geografici all'influenza dell'Occidente. Secondariamente si doveva evitare che il Partito Unico monopolizzasse l'attività statale concentrando nelle proprie mani ogni carica e ogni potere. Era, come si può vedere una vera e propria rivoluzione se analizzata con i canoni fossilizzati dell'apparato di partito precedente la sua elezione.

La glasnost era un concetto che doveva procedere di pari passo con la perestrojka. Si trattava di rendere più elastica la partecipazione del popolo all'attività pubblica attraverso una maggiore conoscenza delle funzioni svolte dal Partito e dalle istituzioni dello stato. Si intendevano evitare la censura preventiva del Dissenso (inteso come movimento popolare contrario alle decisioni del governo e non come opposizione politica democratica) e la repressione degli oppositori. In questa luce doveva avvenire anche la revisione della storia dell'URSS attraverso la pubblicazione degli archivi segreti dello Stato. Tale revisione non si sarebbe dovuta limitare unicamente al periodo stalinista, ma anche agli anni più recenti, compresi quelli trascorsi sotto Breznev.

Alle difficoltà dovute alla vastità del suo programma si aggiungevano altri problemi strettamente legati al sistema che si era andato consolidando in Unione Sovietica nel corso degli anni. Ad opporsi a questo ammodernamento vi erano larghi strati della burocrazia di partito e dell'amministrazione (nomenklatura) che per nulla al mondo avrebbero rinunciato ai propri privilegi ottenuti attraverso l'identità tra partito e stato. Secondariamente l'organizzazione centralizzata dell'economia russa non poteva essere trasformata immediatamente in piena libertà di mercato con il rischio di vedersi schiacciati da una grave crisi inflazionistica e sindacale. Per concludere, l'intreccio di potere tra Partito e Stato si radicava fino nelle provincie più sperdute della Federazione, mischiandosi con clientele e favoritismi locali che erano molto più difficili da eliminare rispetto alla realtà moscovita, più facile da controllare.

Due problemi ulteriori furono dovuti allo stesso Gorbacev che si ostinò a voler perseguire il proprio fine conservando come unico partito esistente quello comunista, senza considerare che i non iscritti al partito che fossero stati eletti nel Soviet Supremo, avrebbero naturalmente tentato di coalizzarsi in formazioni d'opposizione. In conclusione poi, se effettivamente le riforme avessero raggiunto il loro scopo, Gorbacev avrebbe distrutto quel sistema politico basato sul Partito Comunista, su cui si reggeva il suo stesso potere. Forse per questi motivi, l'inizio pratico della politica della Perestrojka fu piuttosto cauto, ricollegandosi con le riforme proposte da Andropov. Si tenne una dura campagna contro l'alcolismo (successivamente ripresa anche da Eltsin) e si propose ai manager e ai rappresentanti sindacali una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro che desse slancio alle dinamiche contrattuali, quasi sconosciute in Unione Sovietica. Furono prese alcune decisioni eclatanti nel campo della limitazione della repressione ideologica come il richiamo a Mosca dal confino di Sacharov che furono seguite anche da iniziative meno clamorose, ma altrettanto importanti, come una progressiva sospensione della censura che permise la nascita di alcuni giornali indipendenti. Si consentì la creazione di cooperative popolari che furono un primo passo verso la proprietà privata e nel 1988 le imprese meccaniche, siderurgiche, forestali, edili e dei trasporti ottennero piena autonomia decisionale.

Fu però nell'ambito della riforma costituzionale che vi furono maggiori e molto più incisivi interventi. Nel 1987 fu permessa l'elezione alle cariche pubbliche dei non iscritti al Partito Comunista e a difesa dell'autonomia dei candidati eletti e della libertà di scelta degli elettori, le votazioni per la designazione dei dirigenti dovevano avvenire a scrutinio segreto. Nel giugno 1988 Gorbacev fece approvare al Partito una riforma in senso presidenziale della carica di segretario, trasformandolo in vero capo dello stato. Nello stesso anno, a Dicembre, il Soviet Supremo, cioè l'organo popolare di maggiore importanza, votò la modifica del sistema elettorale che oltre a permettere più di una candidatura per distretto, rendeva il Congresso dei delegati del Popolo eleggibile per 2/3 a suffragio universale e per 1/3 nominato da organizzazioni sociali, tra cui lo stesso Partito Comunista, i sindacati e l'Accademia delle scienze.

La concentrazione dei poteri in mano a Gorbacev e la sua crescente fama internazionale, non potevano far altro che creare una forte opposizione conservatrice interna al Partito Comunista. Il Manifesto ideologico di questa corrente fu riassunto in una lettera dell'insegnante Nina Andreeva pubblicata nel 1988 sulla stampa sovietica. In essa si reclamava un ritorno al passato precedente la perestrojka che era vista come un tentativo di distruggere la lotta del proletariato per l'ottenimento della piena parità tra gli uomini in un vero stato comunista. Nell'importante dibattito politico che seguì la pubblicazione, si arrivò a sospettare che la lettera fosse stata suggerita da Ligacev, presidente del dipartimento ideologico del partito. Al fine di estirpare sul nascere questa opposizione, Ligacev fu sostituito da Medvedev, più vicino alle idee di Gorbacev. L'intervento del segretario era stato però tardivo, in quanto il dissenso interno al partito aveva trovato terreno fertile dove crescere e si sarebbe riproposto con molta più forza nei primi anni novanta.

La distensione verso l'Occidente

Nel periodo tra il 1985 il 1988 Gorbacev e il presidente americano Reagan si incontrarono ben cinque volte (Ginevra novembre 1985, Reykjavik ottobre 1986, Washington dicembre 1987, Mosca maggio 1988, New York dicembre 1988), originando la più intensa attività diplomatica tra le due superpotenze in tutto il dopoguerra. Argomento centrale dei vertici fu naturalmente il problema dei missili intercontinentali posti dalle due nazioni in Europa (i cosiddetti "euromissili"). La crescita del potenziale distruttivo di entrambi gli stati aveva portato sia Reagan sia Gorbacev al riconoscimento dell'impossibilità di continuare una corsa agli armamenti che non tenesse conto di come già fossero stati superati tutti i criteri di sicurezza (e sopravvivenza) in caso di conflitto.

Le trattative furono sul principio molto difficoltose per la volontà di Gorbacev di comprendere nella firma di un eventuale trattato sulla limitazione delle armi nucleari anche il progetto di "scudo spaziale" americano, cioè la creazione di un sistema difensivo che permettesse di eliminare i missili balistici sovietici durante la loro corsa nella parte alta della stratosfera. Su questo punto si arenarono sia la Conferenza di Ginevra sia quella di Reykjavik, ma a Washington Gorbacev acconsentì a stralciare questo punto dal trattato proposto dalla controparte. Fu così possibile la conclusione di un accordo che prevedeva lo smantellamento di missili nucleari a breve raggio per un totale di 860 missili per gli americani e quasi il doppio per i sovietici. I sovietici si impegnarono inoltre alla distruzione dei missili SS 20 dislocati lungo la frontiera cinese.

Spinti dall'entusiasmo di questo primo storico passo verso la pace, Stati Uniti e Unione Sovietica si riavvicinarono anche in altri scenari geopolitici di enorme importanza. L'URSS garantì il ritiro delle proprie forze dall'Afganistan che fu completato già all'inizio del 1989. Furono fatte pressioni verso l'alleato Vietnam affinché si disimpegnasse dalla Cambogia, si diede inizio al ritiro di tutte le truppe sovietiche dai paesi del Patto di Varsavia e dalla Mongolia. Vi fu persino un incontro con Papa Giovanni Paolo II che segnò un duro colpo contro l'ateismo di stato sovietico. Il disimpegno russo nel medio oriente trasformò completamente la realtà di quel conflitto, togliendo alle nazioni arabe il tradizionale rifornimento militare ed economico. La famosa cortina di ferro predetta da Churchill si stava finalmente sollevando.

Le tre vie verso l'indipendenza dei paesi del Patto di Varsavia: la Polonia

Se nei confronti degli Stati Uniti l'Unione Sovietica ebbe un comportamento molto attivo, non si può dire altrettanto per quel che riguarda i rapporti interni al Patto di Varsavia. Mentre per tutto il dopoguerra, ogni tentativo di staccarsi da Mosca era stato punito con l'intervento militare (Cecoslovacchia 1948, Ungheria 1956, ancora Cecoslovacchia 1968), con l'avvento di Gorbacev e della sua perestrojka, vi fu un generale disinteresse verso i destini delle nazioni europee alleate.

Nel periodo tra il 1987 e il 1990 tutti gli stati appartenenti al Patto di Varsavia ebbero un cambio di regime e un progressivo allontanamento dalla politica e dagli interessi sovietici. Le modalità con cui si svolsero questi mutamenti variarono da paese a paese, ma possono essere omologati tutti nell'esempio dato dalla Polonia, cioè un cambiamento ottenuto sotto la spinta popolare. Eccezioni a questa regola per motivi diversi sono le esperienze rumena e tedesco-orientale. Per comprendere appieno ogni sfumatura è utile ricapitolare per sommi capi ciò che avvenne nelle tre nazioni menzionate.

La Polonia aveva vissuto nei primi anni 70 un grande boom economico che aveva fatto passare in secondo piano la mancanza di libertà democratiche sotto il regime di Giarek. La grave crisi finanziaria del 1977-78 mise però in ginocchio tutta la nazione che cominciò ad aprire gli occhi sugli stenti a cui era costretta da un governo che manteneva la più stretta osservanza alle direttive di Mosca. I primi ad opporsi al Partito comunista furono gli intellettuali che si organizzarono prima in circoli a cui aderirono anche alcuni degli esponenti della nomenklatura comunista, poi organizzarono delle università parallela attraverso dei corsi tenuti da importanti professori che si professavano pubblicamente dell'opposizione. Essi furono i primi ad avvertire il governo della grave crisi di fiducia che aveva colpito il popolo polacco, ma nessuno seppe ascoltarli. Nel 1978 l'arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla fu nominato papa col nome di Giovanni Paolo II e l'avvenimento fu largamente sottovalutato dalla dirigenza polacca, tanto che fu permesso al pontefice di compiere un viaggio pastorale nella madre patria già nel 1979. L'eccezionale accoglienza riservata al papa in quell'occasione diede il primo segno di un ritrovato sentimento religioso polacco che fu nuovamente e colpevolmente ignorato dal governo.

Il 1980 si aprì con una crisi operaia senza precedenti. La scarsità di generi alimentari fece aumentare a dismisura i prezzi e il malcontento della popolazione. Il 1 Luglio 1980 un nuovo preannunciato aumento del prezzo della carne scatenò una protesta nazionale. Fu proclamato lo sciopero generale di Lublino che ben presto fu seguito da altre proteste operaie nei cantieri navali di Danzica e Szczecin. A guidare la lotta vi era un ex elettricista, Lech Walesa, licenziato alcuni mesi prima per aver tentato di creare un sindacato indipendente. I cantieri di Danzica divennero la sede del Comitato centrale di tutti gli scioperanti polacchi, riuniti in un unico sindacato denominato Solidarnosc (Solidarietà). Il governo di Gierek, nonostante avesse avuto molto tempo per prepararsi ad una risposta, non seppe trovare misure adeguate per arginare la protesta. Si provò ad aumentare i salari localmente in diverse fabbriche e cantieri, ma questa soluzione, adottata con successo nel 1970 naufragò in quell'estate per l'estrema coesione e unità del nuovo sindacato nel non accettare delle misure di ripiego.

Fallita ogni possibilità di far recedere i dimostranti, il governo decise di firmare gli accordi di Danzica nell'Agosto 1980. Le concessione ottenute da Solidarnosc raggiungevano tutti gli scopi che si erano stabiliti prima dell'inizio della protesta collettiva. Innanzi tutto il proprio riconoscimento quale sindacato distinto da quello comunista, in secondo luogo un aumento dei salari che fosse almeno parzialmente legato all'inflazione, infine la pubblicazione di una rivista quale primo esempio di libertà di stampa. Non deve sembrare strano che non ci fossero nell'accordo delle rivendicazioni politiche. Solidarnosc era nato con dei fini limitati alle richieste operaie, senza ulteriori pretese. Come sagacemente affermato da Timothy Garton Ash: "era l'inizio di una rivoluzione operaia contro uno stato operaio". La vittoria nell'estate del 1980 si poteva considerare piena, ma sarebbe durate per poco tempo.

Gierek, giudicato dai vertici di Mosca troppo remissivo, fu sostituito da Kania, vero uomo di partito che mostrò immediatamente la propria volontà di opporsi a Solidarnosc. Le trattative col sindacato indipendente continuarono, ma fu evidente come si fossero arenate. L'insoddisfazione popolare cominciò a crescere nuovamente. Si ipotizzò la possibilità di ricominciare con lo sciopero generale, ma una possibile risposta violenta di Mosca rendeva insicura questa strada. Kania nel timore di cadere in un bagno di sangue, rimase prudente nella repressione dei moti sindacali, dando ampio spazio alla risposta reazionaria che si era creata all'interno della Polonia. Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1981 il generale Jaruzelski che dal 18 ottobre precedente riuniva in sé la carica di ministro della Difesa, segretario del Partito Comunista e presidente del governo, compì un colpo di stato, proclamando la legge marziale su tutto il territorio polacco. In un suo discorso tenuto la mattina del 13, affermò che la necessità di un intervento militare si era fatta impellente nel momento stesso in cui Solidarnosc si era trasformata da movimento popolare in organizzazione con finalità politiche. Il pericolo di una controrivoluzione era stato visto come imminente.

La trasformazione di Solidarnosc era avvenuta per l'impossibilità di comunicazione con li governo Kania e non era passata inosservata neppure a Mosca. Già il 5 Dicembre 1980, 500.000 soldati del Patto di Varsavia presidiavano le frontiere polacche in attesa di un ordine d'invasione che non arrivò mai. Infatti, quella stessa notte si riunì una Conferenza dove furono presenti Kania e Breznev, per decidere le sorti della Polonia. Non si conoscono le precise ragioni per cui si arrivò ad affidare la normalizzazione della situazione polacca ai generali polacchi, ma tutto fu deciso in quella riunione. Si può vedere che Jaruzelski ebbe un anno intero per preparare l'azione, ma come in precedenza il governo Gierek, così ora Solidarnosc non si accorse di nulla. Molti esponenti di spicco del sindacato furono messi agli arresti domiciliari e tra essi Walesa. La proclamazione della legge marziale permise al nuovo regime di provare un tentativo di ritorno al passato.

Gli anni tra il 1982 e il 1989 furono contraddittori. Jaruzelski riunì nel proprio governo tutte le più grandi personalità della Polonia Comunista. Si può affermare con certezza che la nazione baltica non aveva un esecutivo così preparato ed intelligente fin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Però tanto ingegno era votato solo ed unicamente alla causa della restaurazione. Ciò fu subito evidente al popolo che a differenza di quello cecoslovacco del 1968, non si piegò al volere di Mosca. In tutte le occasioni pubbliche in cui il regime voleva una partecipazione paziente della popolazione, essa faceva sentire il proprio dissenso più o meno apertamente. Solidarnosc, duramente colpita nel 1981 non era però stata soppressa ed era entrata in clandestinità. Il suo leader Walesa, aveva ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1983, trasformando la lotta sindacale in resistenza al comunismo. L'arretratezza industriale della Polonia fece il resto. Il continuo peggioramento delle condizioni di vita operaie portarono a nuovi scioperi nelle annate 1985 e 1986. Il 1987 si aprì con una situazione di massima tensione. I vertici di Solidarnosc premevano per un nuovo sciopero generale nello stile del 1980, ma Walesa (libero dal 1982 e obbligato a tenersi fuori dalla lotta politica) sapeva che la risposta del governo sarebbe stata una dura repressione, anche con le armi se necessario. Fece valere tutta la propria personalità per riuscire a fatica ad evitare lo scontro diretto.

Il governo Jaruzelski, rinvigorito da questa parziale vittoria, pensò che fosse giunto il momento per un'apertura verso gli operai. Serviva un confronto pubblico tra gli esponenti di Solidarnosc e il Sindacato Unico Comunista. Si doveva solo scegliere l'esponente indipendente da mettere a confronto con il comunista Miodovicz. La posizione moderata tenuta da Walesa negli avvenimenti di Danzica fu valutata come un segno di debolezza e perciò fu scelto con estrema sicurezza. L'errore commesso fu chiaro solo dopo il confronto televisivo tra i due delegati sindacali. In esso Walesa ridicolizzò il suo oppositore, mostrando ancora la stessa forza dialettica del 1980. L'accettazione del gioco politico democratico da parte del governo attraverso il dialogo pubblico doveva avere due importanti conseguenze: a) un ritorno alle tensioni di piazza, per il desiderio del popolo di un cambiamento radicale b) una certa ambiguità di Solidarnosc che in alcuni momenti fu vista come uno strumento del governo per realizzare quella "normalizzazione" che non era riuscita con la forza.

Questo secondo punto sembrò essere confermato dalla firma il 6 Aprile 1989 di un accordo col governo, dove si prevedeva che il 35% della camera fosse eletto a suffragio universale e un nuovo ramo del parlamento (Senato) fosse creato a breve termine. Le nuove concessioni ottenute erano molto inferiori alla forza contrattuale che possedeva in quel momento Solidarnosc, perciò sembrò evidente a molti osservatori internazionali che si fosse giunti a un compromesso con il potere comunista. Dello stesso parere fu anche la popolazione contadina. Essa aveva ottenuto nel 1956 di conservare la proprietà privata delle terre e perciò possedeva un individualismo più accentuato rispetto agli operai. Sentendosi abbandonati da un intesa tra un sindacato tipicamente operaio e il governo, la classe agraria cominciò una serie di agitazioni che culminarono in uno sciopero generale. Esso era rivolto proprio contro gli esponenti di Solidarnosc che avevano ottenuto una schiacciante vittoria nelle prime elezioni libere polacche.

I motivi della protesta contadina risiedevano anche nella decisione di Walesa di appoggiare la candidatura a presidente della repubblica di Jaruzelski. Le ragioni di questa scelta si possono trovare nel timore, ancora fondato, che uno strappo troppo violento col passato avrebbe potuto spingere l'Unione Sovietica all'intervento armato. Quando però si volle tentare di porre alla Presidenza del Governo un altro uomo del regime (Czeslaw Kiszczak), l'indignazione popolare costrinse i deputati di Solidarnosc a rivedere la propria strategia. Il Partito Contadino fino a quel momento vicino più ai comunisti che non a Solidarnosc, con un voltafaccia straordinario si schierò a fianco di Walesa, promettendo il proprio appoggio nell'eventualità di un governo di coalizione. Lo spostamento verso i partiti Democratici del gruppo contadino si può spiegare col timore degli esponenti agrari di essere assorbiti all'interno della maggioranza comunista, esattamente come era accaduto nel 1945 col rischio di perdere i privilegi che avevano così faticosamente conservato per tutti quegli anni. Vistosi escluso dal governo, la fazione comunista gridò allo scandalo, non accorgendosi che era stata vittima di un normale gioco politico della vita parlamentare democratica.

L'incarico di formare il nuovo governo fu affidato a Tadeusz Masowiecki, un fedele consigliere di Walesa che cominciò a capire quanto sarebbe stata dura la vita al potere già nel momento di ottenere la nomina. Furono, infatti, necessarie più di due settimane prima che il Parlamento gli confermasse la nomina. L'instaurazione del primo governo democratico polacco dal 1945 coincise anche con lo sfaldamento del Partito Comunista. Non essendo più necessario appartenere a questa formazione per ottenere dei vantaggi sociali, la maggior parte dei membri decise di spostarsi su posizioni più moderate, creando i presupposti per la morte definitiva del partito. Gli accordi firmati direttamente con Gorbacev, permisero di sistemare definitivamente il ruolo della Polonia sia all'interno del Patto di Varsavia sia nelle relazioni diplomatiche con l'URSS. Ottenuta questa rassicurazione, il raggiungimento della democrazia era ormai definitivo, anche se le difficoltà economiche e interne a Solidarnosc erano tutt'altro che vicine a una soluzione.

La caduta del muro di Berlino

Il vero simbolo della contrapposizione ideologica tra Democrazia e Comunismo può essere tranquillamente indicato nel Muro di Berlino. Eretto praticamente in una notte, aveva la presunzione di dividere in due oltre alla città di Berlino, anche uno stato e quel che è peggio, un popolo. Sebbene sorto come misura estemporanea, extrema ratio del tentativo tedesco orientale di arginare il continuo esodo dei proprio cittadini verso l'occidente, esso aveva assunto anche caratteri strettamente politici. Il muro non rappresentava solo uno strumento pratico, ma anche ideologico per limitare l'avanzata del capitalismo. Superare quella costruzione voleva dire passare il confine tra due mondi completamente diversi e in contrapposizione tra loro. La difesa di quest'idea fu ottemperata con la massima diligenza dalla polizia di confine della DDR che lastricò la terra di nessuno tra le due zone di Berlino di cadaveri.

Ebbene, nella patria del simbolo della divisione europea, il 1989 sembrava trascorrere esattamente come erano passati tutti gli anni precedenti fin dalla costruzione del Muro. Il SED, il partito socialista unitario della Germania Democratica, aveva vinto le elezioni municipali in Maggio, ottenendo il 95% dei voti. Certo, alcuni gruppi di opposizione si erano formati, ma nulla che potesse impensierire il Sicherheitdienst, il servizio di sicurezza della Stasi, la temuta polizia segreta. I giornali segnalavano saltuariamente i problemi che in Ungheria e in Polonia si stavano creando, ma con un accento piuttosto pittoresco, come se si trattasse di avvenimenti di un altro mondo e forse, era anche vero.

Il fatto che gli altri partiti comunisti europei, soprattutto quello bulgaro, cominciassero a trasformarsi in "Democratici", non sembrava intaccare per nulla il regime di Berlino Est. I riformatori all'interno del SED si potevano contare sulle dita di una mano e la sua posizione ufficiale si può ben comprendere se si legge la piena soddisfazione pronunciata pubblicamente dal Parlamento tedesco orientale per l'operato di Deng Xiao Ping durante i fatti di Tien An Men. La sicurezza ostentata dal governo di Berlino doveva però ben presto confrontarsi con le "vacanze" dei tedeschi orientali. Infatti, l'estate del 1989 sarebbe stata altrettanto sconvolgente di quella di due secoli prima nella Francia rivoluzionaria. Passare alcuni giorni sul Lago Balaton era diventata un'abitudine consolidata per tutti i cittadini della RDT e quando col sopraggiungere della bella stagione furono richiesti dei visti d'uscita per l'Ungheria in numero sempre maggiore, non si ebbe il sospetto che stesse accadendo qualcosa di diverso da quello che avveniva ogni estate. Il mese di Luglio si aprì con la prima carovana di finti gitanti che sulle loro piccole Trabant (le auto interamente autarchiche che si sarebbero ritagliate un posto nella storia come simbolo di questo esodo di massa) varcavano la frontiera ungherese, dirigendosi verso Budapest o direttamente alla frontiera austriaca. L'Ungheria aveva, infatti, da poco scelto di abbattere la cortina di ferro proprio in direzione di quest'altra nazione, dichiaratamente neutrale.

Coloro che si accingevano alla fuga erano in massima parte professionisti tecnici od operai specializzati con la loro famiglia. Tentavano la fortuna all'Ovest nella speranza che la loro specializzazione permettesse di trovare facilmente un nuovo lavoro. Anche le sedi diplomatiche della Germania Ovest di Berlino Est, Praga e Budapest furono prese d'assalto da centinaia di disperati in fuga. Straordinariamente, sul principio furono proprio le autorità della Germania Ovest a preoccuparsi maggiormente di quest'afflusso incontrollato di profughi. Temendo un deterioramento delle relazioni con la DDR fu deciso di chiudere le ambasciate delle tre città sopra citate e di rafforzare il pattugliamento lungo la frontiera austriaca. Tutto ciò fu inutile, perché a metà del mese di Agosto, l'Ungheria, di fronte alla sempre maggiore precarietà delle condizioni di questi rifugiati, mantenne aperte le frontiere con l'Austria per diverse ore al giorno, consentendo il deflusso della popolazione verso Occidente.

Solo allora, Honecker, l'uomo forte del regime di Berlino Est, sembrò accorgersi che la sua nazione si stava dissanguando lentamente. Minacciando ritorsioni diplomatiche costrinse la Cecoslovacchia a chiudere le frontiere ai cittadini tedesco orientali, impedendo il transito verso l'Ungheria. Questa dura presa di posizione non fece altro che inasprire gli animi. La Chiesa Evangelica che già più volte si era espressa in favore di riforme liberali, organizzò a Lipsia una serie di manifestazioni pacifiche che avrebbero dovuto essere solo delle processioni religiose, ma che ben presto diventarono delle vere dimostrazioni di rivolta. Ad aggravare la situazione giunse la decisione ungherese di non trattenere più sul proprio territorio i cittadini della DDR, consentendo il 10 settembre a 65.000 tedeschi orientali di partire per l'Austria e la Germania Occidentale. Da parte sua il governo di Bonn aveva assunto una posizione molto accondiscendente, arrivando a consegnare a tutti il passaporto della Repubblica Federale.

Come già in Polonia, così anche in Germania Orientale, il Partito Comunista (il SED non era altro che questo), aspettava con ansia un appoggio di Mosca per affrontare con maggiore sicurezza la situazione. Il 6 Ottobre arrivò a Berlino Est Gorbacev in persona, ma contrariamente alle aspettative, il suo viaggio non fece altro che confermare i timori che all'interno del SED si era già diffusi: l'URSS non avrebbe appoggiato la DDR, lasciando libertà di manovra al suo governo. Anzi Gorbacev sottolineò come fosse pericoloso non venire incontro alle legittime aspettative della popolazione. Honecker si dichiarò disgustato da questa visione disfattista e arrendevole al capitalismo. Credendo di avere ancora in pugno le forze armate, organizzò la repressione della manifestazione di Lipsia del 9 ottobre che avrebbe visto la partecipazione di 70.000 persone. Ma già da diverso tempo il SED aveva scelto il suo successore in Egon Krenz, Segretario del Comitato centrale delle forze di sicurezza che annullò di propria iniziativa l'ordine, prendendo il potere con il placet dei vertici del partito. Nel dibattito pubblico che seguì questi fatti si arrivò ad ipotizzare un nuovo progetto politico denominato "Die Wende", la svolta, che avrebbe dovuto portare la Germania Orientale verso una forma di governo più equa, una specie di via di mezzo tra la Repubblica Popolare e la Democrazia.

Nonostante questa impostazione avesse dei pregi di fondo, ebbe due innegabili difetti che ne minarono l'esistenza. Per prima cosa fu applicata in pratica in modo caotico, confondendo la popolazione e secondariamente giungeva troppo tardi per arrestare la voglia di libertà che serpeggiava tra coloro che ancora erano rimasti ad Est. Neppure la concessione della libertà di viaggiare liberamente per un mese all'anno servì a qualcosa. Il 31 Ottobre Gorbacev era nuovamente nella DDR per un vertice con Krenz che non portò a nessun cambiamento. Il 4 Novembre si ebbe la più grande manifestazione di piazza a Berlino Est con un milione di persone che reclamavano libere elezioni. I tempi erano maturi affinché sorgessero delle formazioni politiche indipendenti che non tardarono a manifestarsi con nomi come "Nuovo Forum" che ebbe aumenti di iscrizioni nell'ordine del 1000% in un solo mese.

Il 9 Novembre si ebbe il punto di svolta. I Berlinesi, Occidentali e Orientali, si radunarono su entrambi i lati del muro, in una massa la cui consistenza non fu mai calcolata con precisione attendibile, ma che sicuramente superava di diverse volte la cifra raggiunta il 4 Novembre. Le autorità della DDR spaventate da quell'assembramento enorme che sembrava presagire una sollevazione popolare, anziché reagire con la forza, decisero di consentire il passaggio attraverso il muro, senza consultare l'URSS. Il passo definitivo era stato fatto e non si poteva più tornare indietro. Delle centinaia di migliaia di persone che passarono attraverso la Porta di Brandeburgo quella sera, approfittando dell'offerta di 100 marchi della Germania Occidentale, moltissimi rientrarono già la mattina seguente, portando però con sé la consapevolezza che un'era si era conclusa.

Difatti, una realtà che era stata trascurata da Krenz e da tutto l'apparato del SED era che la Germania Orientale era l'unico stato dedito al socialismo reale che non esisteva prima di adottare quella forma di governo. La Repubblica Democratica Tedesca aveva una possibilità di esistere solo come stato comunista. Scomparsa l'ideologia era impossibile tenere separato un popolo che parlava la stessa lingua e che aveva una storia comune millenaria. Fu il nuovo Primo Ministro della DDR, Hans Modrow, a capirlo per primo, offrendo ad uno sbigottito Kohl un piano economico per una "comunità contrattuale", preludio per un'integrazione politica. La visita di Kohl a Dresda nel Dicembre 1989 fu accolta da centinaia di migliaia di persone che sventolavano la bandiera della Repubblica Federale. Le fondamenta per la riunificazione della Germania era ormai state poste.

Romania: la rabbia di un popolo tradito

Alla fine del 1989 solo due nazioni del Patto di Varsavia conservavano ancora il proprio carattere comunista integralista. Una era l'Albania che avrebbe dovuto passare attraverso lunghe e dure sofferenze per giungere ad una parvenza di democrazia negli anni novanta. L'altra era la Romania. La nazione dei Carpazi era la più tenace sostenitrice dell'idea del leninismo in Europa Orientale, non perché la popolazione ne fosse entusiasta, ma per l'efficace opera di propaganda del sistema creato da Nicolae Ceausescu. Quest'uomo al potere da decenni aveva assunto il ruolo che è tipico in ogni nazione totalitaria. Col nome di Conducator (che altro non è se non una variazione dei tristemente famosi führer, duce, caudillo) si era prodigato per instaurare un culto della personalità che desse consistenza ad una dittatura molto più reale delle idee che si voleva diffondere tra la gente.

La securitate, polizia segreta rumena, aveva ben poco da imparare dalla Stasi o dal KGB, anzi per l'efficienza con cui si reprimeva il dissenso interno si poteva dire che fosse un perfetto strumento di contenimento. La sicurezza così ottenuta da questo regime permetteva al suo leader di presentarsi all'opinione pubblica internazionale come un abile politico tanto da farsi apprezzare da tutti i governi della Comunità Europea che vedevano benignamente l'uomo che era chiamato in patria "il custode del Partito e della Nazione". La Romania, in effetti, nel 1989 era riuscita a eliminare il pesante debito estero di 21 miliardi di dollari, ma solo facendo pesare sulle spalle del popolo il terribile fardello di un'inflazione galoppante e della penuria cronica di generi alimentari.

L'informazione controllata dallo stato non riuscì però a nascondere cosa stava accadendo nel resto dei paesi socialisti dell'Europa dell'Est. A poco a poco, presero a filtrare le notizie sulle riforme in senso democratico che la vicina Bulgaria ed Ungheria avevano intrapreso. Fu proprio la svolta avvenuta in quest'ultima nazione che diede una via di scampo ai dissidenti e alla povera gente rumena.

Tradizionalmente, la regione della Transilvania, abitata da una maggioranza di origine magiara, forniva un gran numero di emigranti verso l'Ungheria. Nella prima metà del 1989 a questi tradizionali profughi si unirono diverse decine di migliaia di cittadini di origine rumena che fuggirono in quella direzione con ogni mezzo. Questo primo segnale di sgretolamento dello stato comunista fu nascosto con un abile campagna di disinformazione che sembrò aggiustare ogni cosa.

Però l'opposizione a Ceausescu si espresse anche tra gli stessi appartenenti alla nomenklatura rumena. Il 10 marzo fu consegnata al servizio internazionale della BBC una lettera firmata da sei personaggi che avevano avuto parte importante sia nel Partito Comunista sia nel Sindacato Unico. In essa si criticava la miopia politica del Conducator che non vedeva come il mondo stesse cambiando con velocità.

Arrivarono persino a dichiarare la sua incompetenza ed incapacità di governare. La risposta del destinatario di queste critiche fu molto dura, tanto da provocare una risposta anche nella classe intellettuale, disgustata dai metodi fascisti con cui si metteva a tacere l'opposizione. In un'altra lettera indirizzata questa volta a Radio Free Europe famosi intellettuali gridarono la propria sofferenza per la Romania, ormai trasformata in un "Biafra dello spirito" come ebbe a definirla Louis Aragon. La tiepida intraprendenza dei ceti culturalmente elevati non scalfì per nulla la sicurezza di Ceausescu ed altrettanto fecero le critiche che arrivavano dalle nazioni vicine, quegli stessi alleati ormai ex-comunisti che non potevano sopportare di avere ai propri confini un politico che innalzava la propria persona e quella della propria moglie su di un'ara votiva per ottenere l'adorazione dei propri sudditi. (questa fu la definizione dei liberali croati che lo definirono anche un "Nerone socialista") La certezza della sua forza era tale da permettergli anche un tono arrogante nei colloqui con Mikhail Gorbacev che con accondiscendenza soprassedeva alle sue mire nazionaliste sulla Bessarabia e la Moldavia. Il passaggio tra la sicurezza e l'arroganza è sempre breve e per Ceausescu lo fu ancora di più. Non servirono da monito neppure le condanne della Commissione per i diritti dell'uomo dell'ONU e della UE per fargli capire il pericolo verso cui si stava dirigendo. Anzi il 21 Novembre nel discorso per la nuova conferma al comando del partito ebbe l'ardire di affermare pubblicamente che la Romania non avrebbe più accettato gli accordi sulla Bessarabia.

Gorbacev, come in tutte le altre occasioni, si preoccupò limitatamente della superbia del Conducator, confidando probabilmente sul fatto che la Romania dipendeva per il 30% dalla importazione dall'URSS e che se si fosse spinto troppo lontano, Ceausescu sarebbe potuto essere riportato su posizioni più concilianti da pressioni economiche. Sfortunatamente ciò che doveva essere sotto controllo, cioè il consenso del popolo rumeno, non lo era per nulla e si manifestò nella sua drammaticità con i fatti che accaddero a Timisoara nella Transilvania rumena. Una vasta folla di manifestanti, mista di cittadini di origine ungherese e rumena, si era radunata per protestare contro la decisione del governo di allontanare dalla città il pastore calvinista Laszlo Tokés, simbolo della comunità magiara. Era la prima volte che il dissenso popolare si manifestava così arditamente e il Conducator decise che doveva essere anche l'ultima. Ordinò a reparti speciali della Securitate di reprimere con la forza ogni resistenza e l'ordine fu ottemperato alla lettera, sparando sui cittadini indifesi. Le vittime secondo stime occidentali (probabilmente gonfiate dalla stessa opposizione per creare un maggior numero di martiri) furono tra le 2.000 e le 5.000.

Soddisfatto dalla manifestazione di forza, Ceausescu considerò concluso l'incidente e partì per l'Iran, dove aveva programmato una visita di routine. La grave sottovalutazione dell'accaduto è evidenziata anche dalla precipitazione con cui si affrettò a rientrare già il 20 Dicembre, quando ebbe la notizia che alcune frange del partito comunista stavano complottando. Infatti, si può ipotizzare che già il giorno 16 Dicembre vi fossero degli esponenti della Securitate e del partito pronti al colpo di stato, rimandato al periodo della sua assenza solo per motivi di convenienza e interrotto dal suo rientro inaspettato. Malauguratamente per lui, Ceausescu era assolutamente fuori dalla realtà della situazione politica del suo paese. Ritenendo sufficiente la sua sola presenza per riportare l'ordine, organizzò una riunione pubblica a Bucarest per magnificare ancora una volta la propria persona. Bastò che si fosse presentato alla folla, radunata come al solito nella piazza del Palazzo presidenziale, per essere sonoramente fischiato da gruppi di studenti e operai che sfidando le armi della Securitate lo costrinsero a ritirarsi per la vergogna.

Fu in quel momento che aprì gli occhi, timoroso di perdere il potere. In un'ultima riunione con i vertici del partito (un'altra similitudine con Mussolini) chiese un completo appoggio di tutte le forze per reprimere la rivolta, ormai dilagante in tutta Bucarest. La risposta fu positiva, ma nessuno si mosse veramente. Ciò che seguì quell'ultimo incontro fu niente più che l'agonia di un tiranno. Inseguito dalla folla inferocita, Ceausescu e la moglie tentarono di fuggire prima in elicottero e poi in automobile, ma senza nessun appoggio si ritrovarono senza benzina in aperta campagna, costretti a chiedere aiuto ad un automobilista di passaggio, un operaio di nome Petrisor. Egli con una scusa li condusse in un centro botanico, dove da privato cittadino improvvisatosi rivoluzionario, li mise agli arresti in una stanza chiusa a chiave. Ciò gli bastò per ottenere il titolo di eroe popolare. Proprio come un antico imperatore romano così Ceausescu finiva i propri giorni abbandonato dalle fidate guardie (la Securitate lo stava addirittura inseguendo dopo un tradimento straordinario), costretto alla resa da un semplice operaio.

L'ira popolare per lunghi anni repressa doveva avere il suo sangue ed infine lo ebbe. Alcuni autori (tra cui Fejtö) hanno criticato le modalità con cui fu celebrato il processo a Ceausescu, dipingendolo come una farsa. Proponevano una fine più equilibrata, con un processo nello stile di Norimberga o più viscerale, sotto i colpi del popolo inferocito come Mussolini, ma la Romania Rivoluzionaria doveva darsi una parvenza di legalità. La lotta era per la libertà e lo stato di diritto, ma col desiderio di distruggere l'uomo-simbolo della dittatura. Furono raggiunti entrambi gli scopi attraverso un procedimento d'urgenza con giudici popolari, guidato da un trascinatore di popoli chiamato Gelu Voican, di professione geologo, che fece da accusatore, difensore e dopo l'esecuzione persino da Pope ortodosso per dare una sepoltura cristiana ai corpi del Conducator e della consorte. Così la radio nazionale rumena annunciava la morte del suo presidente il giorno di Natale 1989:

"Il 25 dicembre 1989, Nicolae e Elena Ceausescu sono stati giudicati da un tribunale speciale militare. Le accuse erano:

  1. Genocidio di più di 60.000 persone.
  2. Minacce al potere dello Stato tramite organizzazione di azioni armate contro il popolo e il potere statale.
  3. Distruzione di proprietà pubblica per mezzo di demolizione e danneggiamento di edifici, esplosioni, ecc.
  4. Danneggiamento dell'economia nazionale.
  5. Tentata fuga all'estero e sfruttamento di più di un miliardo di dollari depositati in banche straniere.
Per questi crimini contro il popolo romeno e la Romania, i colpevoli Nicolae Ceausescu e Elena Ceausescu sono stati condannati a morte e alla confisca delle loro ricchezze. La sentenza è inappellabile ed é stata eseguita."

Se qualcuno aveva pensato che la morte del dittatore sarebbe servita a far tramontare quarant'anni di comunismo si dovette ricredere ben presto. A Bucarest, i cospiratori del colpo di stato, pur non avendo partecipato ai moti popolari si presero il merito della vittoria, dando inizio a quella "confisca della rivoluzione popolare" che sarebbe stata al centro della politica rumena degli anni novanta. La securitate, come già detto, era passata al servizio di nuovi padroni riuniti nel Fronte di Liberazione Nazionale, dove tra veri liberali e democratici si erano riciclati i comunisti, compresi gli stessi membri del Partito che avevano giurato fedeltà a Ceausescu il 21 dicembre. Per calmare i rivoltosi furono attuate delle riforme che permisero libertà politiche e riforme agrarie e degli stipendi. Furono ripristinate la proprietà privata e la libertà di associazione, ma i problemi di fondo rimasero immutati. La tradizionale xenofobia nei confronti degli ungheresi si concretizzò nell'isolamento di Tokés e dei suoi alleati, mentre l'economia, danneggiata dalla rivolta, entrava ulteriormente in crisi. Agli occhi delle nazioni occidentali, l'operato del nuovo governo nel processo a Ceausescu fu ritenuto incompatibile con una piena democrazia, inspirando solo sfiducia. La Romania aveva perso un Conducator, ma non aveva ottenuto una verginità internazionale che gli permettesse un confronto alla pari con le altre nazioni dell'Unione Europea e dell'ex blocco orientale.

Il puzzle russo perde i pezzi

Il comportamento di Gorbacev durante gli avvenimenti del 1989 non si può considerare in linea con la sua idea politica dei "piccoli passi", ma un intervento dell'Armata Rossa nei paesi dell'Europa Orientale avrebbe compromesso la sua figura internazionale di riformatore pacifista. Fu così che mantenne in tutte le occasioni un neutrale distacco, lasciando che fosse lo svolgimento degli avvenimenti a delineare il futuro di quei paesi. Così facendo però si dovette scontrare con una dura realtà: laggiù il popolo, dopo i cambiamenti, non aveva voluto optare per un modello che fosse ancora legato al socialismo reale, la terza via che piaceva a Gorbacev, ma aveva chiesto e ottenuto una piena democratizzazione delle istituzioni.

L'idea di proseguire nelle riforme moderate a un ritmo ridotto in Unione Sovietica avrebbe potuto sopravvivere anche agli avvenimenti del 1989 se solo ci fossero state delle condizioni economiche favorevoli. Il picco massimo della produzione industriale e agricola sovietica fu raggiunto nel 1987, dopo quell'anno, come nelle altre nazioni del mondo vi fu un veloce declino che fu particolarmente grave per i paesi dell'Est. Le riforme di decentramento attuate fino a quel momento avevano permesso di superare i piani quinquennali prestabiliti nel primo periodo del governo di Gorbacev, arricchendo le iniziative private locali di una libertà che non possedevano più dalla Rivoluzione d'ottobre. Però così facendo cominciarono a emergere quei particolarismi regionali che sebbene sopiti, non erano mai del tutto scomparsi sotto il dominio di Mosca. In principio fu l'economia stessa ad esserne danneggiata. L'attenta pianificazione di stato che era servita a sopperire all'arretratezza produttiva russa fu abbandonata con la conseguenza di ottenere una dispersione a livello locale delle ricchezze del paese. Ciò si ripercosse sulla politica dei consumi che fu penalizzata dall'aumento vertiginoso dei prezzi sia sul mercato regolare sia sul sempre più florido mercato nero.

Gorbacev dovette così scontrarsi con una realtà che non si conciliava più con l'idea di un mercato "socialista", ma che tendeva verso un capitalismo moderato o socialdemocratico. Non corrispondendo questo modello al suo personale disegno, il leader sovietico continuò a mantenersi legato al Partito Comunista e alle sue direttive di moderazione, consentendo la creazione di correnti radicali e liberali che trovarono il loro condottiero nella figura di Boris Eltsin. Divenuto presidente della Repubblica Federata Russa, quest'uomo si doveva rivelare il più grande oppositore personale di Gorbacev. Egli, infatti, faceva coincidere la figura del segretario generale con tutti i problemi finanziari e politici che stavano attanagliando l'URSS, ma con sagace intuizione, evitò accuratamente di schierarsi con i propugnatori del più sfrenato modello liberista, comprendendo le enormi difficoltà che lo stato russo avrebbe avuto nel passare da un economia totalmente centralizzata ad un'altra assolutamente priva di vincoli. Si mantenne invece su posizioni liberali, nazionaliste e, generalmente parlando, moderate.

La localizzazione dell'economia ebbe presto anche conseguenze a livello politico. Le sempre maggiori difficoltà nella vita di tutti i giorni aveva fatto rinascere il sentimento nazionalista di quelle etnie che erano state incorporate nell'URSS durante il ventesimo secolo. I primi a far sentire la propria voce furono i dirigenti delle nazioni baltiche, annesse durante la Seconda Guerra Mondiale. L'Estonia nel novembre 1988 e la Lituania nel maggio 1989 si dichiararono nazioni sovrane e indipendenti, mentre la Lettonia già nel settembre del 1988 aveva ripristinato il lettone come lingua ufficiale. Queste mosse inizialmente furono ostacolate anche con l'invio di truppe dell'Armata Rossa, ma di fronte al pacifico rifiuto di interi paesi di sottostare ancora a Mosca, Gorbacev ordinò il ritiro delle forze di occupazione e il riconoscimento giuridico dell'indipendenza.

I primi tre mesi del 1990 furono decisivi per il futuro dell'URSS. Con l'ultimatum ONU all'Iraq, Gorbacev doveva decidere quale posizione prendere nei confronti di quel paese amico. Se avesse mantenuto la posizione tradizionale di vicinanza ai paesi arabi avrebbe sconfessato il modello della perestrojka, mentre se avesse appoggiato l'intervento delle Nazioni Unite (che era perfettamente legittimo, in quanto l'invasione di Saddam Hussein nel Kuwait rappresenta il più lampante esempio di aggressione internazionale giuridicamente sanzionato nella Carta ONU) si sarebbero scontentati sia gli alleati internazionali sia i conservatori interni. Perciò si optò per ritiro dalla scena, lasciando tutto in mano agli Stati Uniti e ai loro alleati. La perdita dello status di super potenza mondiale fu carico di conseguenze interne. Tutte le nazionalità che erano rimaste ancora legate a Mosca per timore di ritorsioni presero coraggio e si staccarono una a una.

Nella seconda metà del 1990 si dichiararono stati sovrani la Moldavia, l'Uzbekistan, l'Ucraina, la Bielorussia, il Kazakistan e il Kirghizistan. Su posizioni ancora più estreme si posizionarono l'Armenia, il Tagikistan e il Turkmenistan che si proclamarono indipendenti. L'anno seguente fu la volta della Georgia, del Dagestan, dell'Azerbaigian e della Cecenia-Ingušcecija. Una volta aperto questo vaso di Pandora, ogni singola popolazione che si fosse considerata sottoposta alla dominazione russa approfittò della relativa libertà per reclamare autonomia. Fu così che alcune regioni autonome della Repubblica Russa si autopromossero a repubbliche autonome (tra queste la Chakassia, la Jakuzia e la Burjatia), mentre alcune repubbliche già autonome pretesero il titolo di repubbliche federate all'interno dell'URSS (la Baškira e la Repubblica Tartara).Per evitare la disgregazione dell'Unione Sovietica Gorbacev intervenne sostituendo il governo Ryzkov con un altro presieduto da Pavlov e convocando un referendum popolare con cui decidere sulla sopravvivenza dell'URSS. La consultazione popolare (marzo 1991) fu favorevole al mantenimento della costituzione federale, ma non fu sufficiente per arrestare la decadenza. In Aprile a Novo Ogarevo, 15 repubbliche (compresa la Repubblica Russa di Eltsin) firmarono un accordo per la trasformazione dell'URSS in una repubblica confederata di stati indipendenti.

Il Partito Comunista nel Luglio del 1991, presa coscienza delle difficoltà economiche e politiche della nazione, propose un "Programma", col quale si rinnegavano settant'anni di Leninismo con la pretesa di avvicinarsi in qualche modo alle socialdemocrazie già presenti in altre nazioni europee. Fu, in pratica, l'ultimo atto di vita del PCUS. Le fazioni conservatrici che aveva già contrastato l'opera di riforma con Ligacev, non avevano trascorso gli ultimi anni nell'ozio, ma anzi avevano guadagnato consensi proprio tra i collaboratori di Gorbacev, acquisendo alla loro causa lo stesso Pavlov. Con l'appoggio del massimo rappresentante legale del governo, il 18 Agosto 1991, organizzarono un colpo di stato con cui cominciare una "Restaurazione". Sebbene fossero abbastanza forti da dichiarare lo stato d'assedio e occupare i centri di potere a Mosca, i congiuranti si segnalarono soprattutto per la loro impreparazione. Gorbacev fu sorpreso nella sua dacia in Crimea e tenuto agli arresti domiciliari per tre giorni. Pavlov credeva di poterlo costringere ad unirsi a loro, ottenendo così una legittimazione definitiva del loro piano di ritorno al passato. La resistenza di Gorbacev permise l'organizzazione di una resistenza popolare che si espresse sotto la guida di Eltsin. Gli stessi soldati che avrebbero dovuto reprimere le dimostrazioni del popolo finirono col gettare le armi. E' rimasta famosa un'immagine di Boris Eltsin che dopo essere salito su di un carro armato, arringa la folla per convincerla a difendere le istituzioni democratiche.

Il 21 agosto, ormai isolati ed abbandonati dagli appoggi interni all'esercito, gli autori del colpo di stato si arresero e furono arrestati (le condanne furono comunque lievi, confermando così l'effettiva forza del movimento di cui erano espressione). Per tutta la durata del tentativo sovversivo, il Partito Comunista aveva mantenuto un ambiguo silenzio, non schierandosi con nessuna delle due parti in lotta. L'indignazione popolare per una simile doppiezza convinse Gorbacev a presentare le dimissioni da Segretario, perdendo in un sol colpo tutti i poteri. Il 6 novembre 1991 Eltsin emise un decreto che scioglieva ufficialmente il partito. Il nuovo leader dell'area sovietica era diventato il presidente della Repubblica Russa. La stessa Unione Sovietica sopravvisse poco alla scomparsa del Partito Comunista. Già nel dicembre 1991 Eltsin firmò con i pari grado di Ucraina e Bielorussia un'intesa per la costituzione di una "Confederazione di Stati Indipendenti" a cui aderirono in rapida successione tutte le nazioni che si erano dichiarate indipendenti, tranne Estonia, Lettonia e Lituania che crearono una "Confederazione degli Stati Baltici". Il 25 Dicembre Gorbacev si dimise definitivamente dalla carica di presidente dell'URSS che a partire da quella data cessò la propria esistenza. Il seggio nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU che era stato dell'Unione Sovietica fu affidato alla neonata Federazione Russa (denominazione assunta dalla repubblica federale russa alla fine di Novembre 1991), cancellando in pochi giorni una realtà che aveva scossa dalle fondamenta l'equilibrio politico mondiale del ventesimo secolo.

Politica economica e sociale nella Russia post comunista

La Federazione Russa oltre a un nuovo nome si diede anche un governo composto da volti nuovi: Silaev primo ministro, Gajdar vice primo ministro, Cubais ministro per il riconoscimento della proprietà privata, Burbulis e Šakraj influenti consiglieri di Eltsin. La realtà del nuovo stato russo si espresse immediatamente nelle difficoltà che incontrò il governo per dare seguito alle riforme economiche che erano state previste al momento del fallito colpo di stato. Già pochi giorni dopo l'insediamento dell'esecutivo, il Congresso della Federazione russa raccolse più del 40% di voti per una mozione di sfiducia nei confronti del governo Silaev. Nel Luglio 1992 la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo il provvedimento di Eltsin che aveva portato allo scioglimento del Partito Comunista. Così le formazioni locali e federali cominciarono a riorganizzarsi per poi confluire nel febbraio del 1993 nella formazione politica di Zjuganov. Eltsin non rimase a guardare l'evolversi degli avvenimenti, ma tentò di correre ai ripari rimodernando il suo stesso partito che in quell'estate assunse il nome "Scelta Democratica". Due suoi collaboratori ottennero durante le elezioni presidenziali del Giugno 1991 la vice presidenza della Federazione Russa (Ruckoj) e la presidenza del Soviet Supremo (Chasbulatov).

Il cambio dei vertici parlamentari non servì però a stemperare i toni dell'opposizione che si faceva portatrice di un vasto sentimento popolare che pretendeva un rallentamento nelle riforme economiche per un passaggio indolore verso l'economia di mercato. Eltsin ritenendo che si stesse indebolendo la sua posizione, provò a mantenere una rigidità ferrea verso il Parlamento, mentre contemporaneamente faceva delle concessioni al dissenso popolare. Gajdar fu licenziato per essere sostituito da Cernomyrdin, un potente esponente della nascente borghesia industriale, proveniente dal potentissimo consorzio statale denominato Gazprom che forniva petrolio e gas naturale a tutta l'Europa orientale. Questi avvicendamenti non furono però sufficienti per tacitare i malumori, in particolare dopo l'allontanamento del popolare direttore della televisione federale Jakovlev che non aveva rispettato l'imposizione presidenziale di mantenere il silenzio stampa sul crescente attrito militare con la repubblica di Cecenia, da poco diventata indipendente.

Eltsin optò per una figura presidenziale che avesse maggiori poteri, nello stile americano, chiedendoli apertamente al Soviet Supremo che glieli rifiutò sdegnosamente. Nello stesso modo di tutti i grandi retori di ogni tempo, si rivolse allora al popolo che attraverso un referendum gli confermò sia la fiducia personale sia libertà nella riforma economica. Il fatto che lo scarto di vittoria in quest'ultima parte del referendum fosse stato di soli tre punti percentuali, mostrava con chiarezza come vi fosse una forte opposizione al potere di Eltsin che col passare dei mesi si andò organizzando intorno a quegli stessi personaggi posti in posizioni di potere dallo stesso presidente e cioè Ruckoj e Chasbulatov. Per indebolire le loro formazioni, Eltsin fece tornare al potere come vice primo ministro Gajdar e indisse per il dicembre 1993 nuove elezioni parlamentari, dopo aver sciolto il Congresso, facendo prevalere la nomina popolare del Presidente della repubblica sulla legittimazione indiretta dell'istituzione parlamentare. Logicamente sia Ruckoj sia Chasbulatov non potevano rimanere inoperosi di fronte a un vero e proprio colpo di stato e per tanto si attivarono per una resistenza che non si limitasse alle aule della politica. Dichiararono destituito Eltsin dalla carica di presidente, nominando Ruckoj come suo successore provvisorio, dopo di che, protetti da una milizia armata si asserragliarono nel Palazzo del Parlamento in attesa di uno schieramento dell'esercito in favore di una delle due parti. Al contrario, i vertici militari federali mantennero una posizione neutrale, lasciando in pratica campo libero a Eltsin che fece intervenire le forze armate russe che cannoneggiarono addirittura il palazzo parlamentare, forzando alla resa i rivoltosi. Ruckoj e Chasbulatov furono arrestati, insieme alla maggior parte dei loro sostenitori.

Il 12 novembre 1993 le elezioni si tennero come programmato, ma anziché vedere una schiacciante vittoria del partito di Eltsin (che comunque ebbe la maggioranza relativa dei seggi nella nuova Duma con il 23%), fece concentrare il malcontento dell'elettorato nel partito ultranazionalista di Zirinovskij che si può considerare il vero vincitore con il 21% dei voti. Questo personaggio, già vicino ai golpisti dell'agosto 1991, aveva ottenuto il consenso mantenendo le distanze da ogni iniziativa del governo e cercando sostegno in ogni formazione sociale, dagli ebrei ai neocomunisti, dagli operai fino ai nuovi ricchi delle classi agiate. Confermarono la loro posizione sia il Partito Comunista di Zjuganov (14%) sia il Partito Agrario (10%), dimostrando che anche senza i leader parlamentari appena arrestati, l'opposizione al governo di Eltsin non perdeva la propria forza.

Nelle stesse elezioni fu votata anche la nuova costituzione russa che era stata attesa per più di due anni. Lo stato russo cambiava completamente faccia. Si arrivava ad una Duma eletta direttamente dal popolo in modo democratico, così come il governo e il presidente della repubblica. Lo stato russo fu denominato "Stato Sociale" per accaparrarsi il benestare dei ceti operai e contadini, terrorizzati dalla possibilità più volte ipotizzata da Gajdar di far venire meno tutti gli strumenti di sicurezza sociale che gravavano sul bilancio statale. La proprietà privata fu ufficialmente riconosciuta a fianco di quella statale e municipale, sancendo in modo definitivo il tramonto dell'utopia comunista. Sebbene il Parlamento avesse ampi poteri, fu subito chiaro che esso era subordinato all'esecutivo e al presidente: una vittoria totale per Eltsin. Per proteggere l'identità nazionale, il russo fu dichiarato lingua di stato, ma tutte le minoranze non dovettero più fare la pubblica professione di appartenenza allo stato che invece era prevista nell'Unione Sovietica.

Al fianco di questi cambiamenti che si possono considerare benefici per la stabilità della Federazione Russa, la costituzione conteneva anche alcuni punti oscuri, specialmente nella parte che riguardava la gerarchia delle istituzioni federali e locali che era del tutto trascurata, lasciando all'attività contingente dei governi in carica la determinazione dei reali equilibri di forze tra Mosca e i governi regionali. Ciò comportò un inasprimento dei rapporti con le realtà di confine che stavano cercando ulteriore autonomia. Mentre nel periodo immediatamente successivo alla caduta di Gorbacev le richieste indipendentiste erano state accolte senza protestare, a partire dalla fine del 1993 il livello di sopportazione era stato raggiunto ed ogni nuova domanda di autonomia era vista come un vero attacco all'integrità stessa della Federazione Russa, contribuendo in larga misura a fomentare la discriminazione delle minoranze etniche e un'accentuata xenofobia che si sarebbe insinuata come mezzo potente di propaganda nei nascenti conflitti caucasici.

Il Caucaso e la degenerazione dei nazionalismi etnici

I territori intorno alle montagne del Caucaso, tra gli ultimi ad essere incorporati all'interno dell'impero russo, hanno sempre avuto una forte tradizione separatista. Avendo lingua, cultura e molto spesso anche religione differente rispetto al resto del paese, le popolazioni che abitano le terre tra il mar Nero e il Mar Caspio avevano ottenuto una certa autonomia già sotto il regime sovietico, ma non era sempre stata facile la convivenza con i russi e nemmeno tra le stesse etnie, spesso legate a inimicizie tradizionali quasi tribali. L'incorporazione della regione trancaucasica avvenne nel 1817, quando lo zar ottenne, dopo una nuova guerra contro il sultano ottomano, il dominio su queste province ricche di materie prime, ma difficili da governare. I contrasti furono pressoché immediati. Ad amministrare i nuovi sudditi fu inviato un generale che si era posto in luce nelle guerre napoleoniche, Ermolev.

Si racconta un aneddoto molto interessante che descrive appieno il sentimento nazionale dei popoli caucasici. Il generale, durante una visita a Grozny, informò la popolazione del passaggio di consegne tra lo zar e il sultano, definendo il trasferimento di sovranità come un regalo da parte del regnante ottomano. In quel momento, un vecchio presente tra la folla avrebbe alzato una mano in direzione di un uccello che stava volando sopra di loro e avrebbe gridato: "Te lo regalo, prova a prenderlo". Ermolev comprese immediatamente che sarebbe stato difficile governare quella gente ed, infatti, ne diede comunicazione allo zar che però non ne tenne conto in alcun modo, cominciando con metodicità la repressione dei rivoltosi che sarebbe costata all'esercito russo nei successivi cinquant'anni più di settantamila vittime, mentre sono sconosciute le perdite civili. Anche nella seconda metà del 19° secolo, l'occupazione russa fu sempre vista come tale e quindi, il sentimento nazionale dei popoli caucasici non venne mai meno.

Posta al crocevia tra l'impero russo e quello turco, la regione fu sconvolta dalla Prima Guerra Mondiale, trasformata in campo di battaglia dalle truppe dello zar in lotta contro l'esercito di Istanbul. Con la rivoluzione russa prima e la caduta dell'impero ottomano poi, il Caucaso cadde sotto un breve e deleterio protettorato britannico che ebbe come unica conseguenza il trasferimento del Nagorno Karabach armeno all'Azerbaigian. Questo fu considerato un modo efficace per strappare una fonte di materie prime ad una popolazione ritenuta troppo instabile dopo le deportazione turche avvenute nel primo conflitto mondiale, ma sarebbe stata anche l'origine di molti dei contrasti attuali. Dopo il rafforzamento della Turchia di Kemal e la conseguente perdita di migliaia di chilometri quadrati di territorio restituiti alla sovranità turca, le repubbliche di Georgia, Armenia e Azerbaigian, si unirono prima in una Confederazione Caucasica per poi entrare come Repubbliche federali nell'Unione Sovietica di Stalin. Quest'ultimo addirittura era originario della zona, nato da padre georgiano e madre dell'Ossezia. Questo particolare fu però nient'affatto favorevole, trasformandosi anzi in una vera sfortuna durante la Seconda Guerra Mondiale.

Con l'invasione tedesca della Cecenia e delle province limitrofe, nel vano tentativo di privare l'URSS dei ricchi giacimenti petroliferi di Baku, ci furono episodi di collaborazionismo che furono duramente puniti dopo l'allontanamento della minaccia nazista. Sebbene l'accaduto non fosse più grave di quanto già si era verificato in Ucraina, dove la repressione fu sicuramente meno dura, nel Caucaso, durante il 1944 un milione di persone tra tartari di Crimea, ingushi, ceceni e calmucchi furono deportati nelle repubblica asiatiche del Kazakistan e del Kirghizistan con la scusa ufficiale di proteggerli dal nemico, quando le truppe tedesche erano già state ricacciate in Polonia e al confine ungherese. Stalin aveva invece approfittato del momento favorevole per compiere una vera pulizia etnica che gli permettesse di liberare il Caucaso da quella bellicosa stirpe di montanari. Addirittura ancora nel 1994, pochi dei deportati avevano ottenuto il permesso di rientrare nelle proprie terre.

Il periodo tra il 1945 e il 1991 fu di relativa calma, ma con la disgregazione dell'Unione Sovietica, tutte le nazionalità presenti reclamarono la propria indipendenza e cominciarono a riaffiorare tensioni interne a lungo sopite. La Georgia, da sempre più vicina ai russi, dei quali fu un protettorato fin dagli albori dell'impero, aveva al suo interno due importanti minoranze, quella abkhasa ed una osseta. Entrambe pretesero di avere una nazione a sé stante, che provocò il dilagare della guerra civile che ebbe termine unicamente con l'intervento delle forze russe come unità d'interposizione tra le parti in guerra. Shevarnadze, già ministro degli esteri di Gorbacev, divenuto presidente della Repubblica Georgiana in quegli anni di crisi, dovette affrontare non solo i separatisti, ma anche i propri sostenitori che non nascondevano il proprio dispregio razziale.

Lo scontro tra Armenia e Azerbaigian fu quasi immediato e come ricordato in precedenza aveva radici lontane nel tempo. La lotta degli abitanti armeni del Nagorno Karabach per riunificarsi con la madre patria ebbe il suo apice negli anni 1994 e 1995 quando si arrivò ad una vera e propria guerra tra le due nazioni. Anche dopo il cessate il fuoco, i contrasti non terminarono affatto. L'Azerbaigian, forte della posizione strategica in cui si trovava (sul suo territorio passa la maggior parte della sezione meridionale dell'importante oleodotto caucasico) impose un embargo energetico sull'Armenia, la cui capitale Erevan, fu costretta a sopravvivere con soli 40 milioni di metri cubi di gas e petrolio, sufficienti per poche ore giornaliere di luce. L'acqua corrente divenne un miraggio e le poche volte in cui era disponibile era rigorosamente fredda. Ciò aggiunto alla completa mancanza di riscaldamento ci può aiutare a comprendere come fosse temuto l'inverno in uno stato situato tra alcune delle montagne più alte del mondo.

La storia della Cecenia è ormai diventato una riedizione dell'Afganistan per la Russia. Autoproclamatasi indipendente nel 1991 sotto la presidenza di Dudayev, ex ufficiale dell'aeronautica russa, fu subito oggetto di forte pressioni da parte di Mosca per rientrare nella Federazione. Grozny, oltre ad essere la capitale del nuovo stato, era anche il centro di raffinamento del petrolio più importante di tutta la Russia. Per le sue raffinerie passano ogni anno 4 milioni di tonnellate di benzina e gasolio, una quantità paragonabile a quella prodotta dal Kuwait. Fu così inevitabile l'intervento dell'esercito russo come risposta all'indifferenza cecena alle richieste di recedere dagli intenti indipendentisti. La prima guerra cecena iniziata sul finire del 1993 si protrasse per diversi mesi, con l'avanzata russa fino alle montagne della Cecenia, dove accolti dalla popolazione locale di etnica diversa, ma sempre ostile ai russi, i soldati ceceni poterono resistere fino alla stipulazione della pace forzata dalla crescente protesta popolare in Russia, causata dalla crescente preoccupazione popolare per le alte perdite provocate dalla tattica cecena della guerriglia. L'accordo, pur riconoscendo in principio l'indipendenza della Cecenia, non pose le basi per una pace duratura, evitando di specificare i termini di tale indipendenza, tanto che la nuova guerra di quest'anno non si può dire che una prosecuzione della precedente, anche se le motivazioni del nuovo presidente Putin si dicono ben differenti.

Sovente, le ragioni di una così difficile convivenza nel Caucaso sono fatte risalire alla diffusione che in questi paesi ha la religione musulmana, a differenza della Russia che è cristiana ortodossa. Se è vero che l'Azerbaigian è fortemente influenzato dall'Islam, tanto che negli ultimi tempi si hanno movimenti interni per un ritorno alla tradizione della Sha'ria (la legge islamica) e per il mantenimento dell'ordine religioso in comunione con quello politico, in Armenia e in Georgia la situazione presenta delle diversità notevoli. In Armenia esiste una forte comunità cristiana che ha le proprie origini in tempi antichissimi, addirittura prima delle crociate, quando gli Armeni costituivano un forte regno prima vassallo dell'Impero Bizantino e poi autonomo e contrapposto alla crescente potenza araba ed infine turca, fino alla sottomissione del 16° secolo al sultano ottomano. Nonostante in tempi abbastanza recenti la religione islamica si vada diffondendo anche nello stato di Erevan, l'identità cristiana non è messa in pericolo, permettendo all'Armenia di considerarsi una piccola isola nel mare musulmano. La diversità religiosa ha anche permesso un differente accostamento alle problematiche del post-comunismo. Non potendo appoggiarsi a vicini correligionari come ha invece fatto l'Azerbaigian, l'Armenia ha dovuto guardare ad Occidente, all'Unione Europea e ai paesi Balcanici, stringendo alleanze commerciali che sopperissero alla venuta meno del commercio con i paesi del COMECON. La Georgia non possiede una memoria così risalente della propria religiosità cristiana, ma essendosi sempre mantenuta più vicina delle altre repubbliche al mondo russo, ne è stata notevolmente influenzata. In aggiunta, durante le deportazioni del 1944, ben 100.000 musulmani finirono trasferiti in Asia centrale, creando un'omogenea concentrazione di popolazione ortodossa che ancora oggi è maggioritaria.

A ben vedere, l'infiltrazione musulmana è molto meno importante di quello che si potrebbe credere. Infatti, sebbene i media mettano l'accento sull'appartenenza a questa religione del popolo ceceno, l'unica nazione che si può considerare in tutto e per tutto appartenente al mondo islamico è l'Azerbaigian. La diffusione dell'Islam non deve essere però sottovalutata come fenomeno sociologico e, considerando l'evoluzione quasi naturale degli stati islamici, politico. Difatti nel vuoto provocato dal crollo dell'ideologia comunista, il crescente fervore religioso musulmano, ma anche ortodosso, ha permesso di superare le iniziali difficoltà di un tessuto sociale privato delle sue fondamenta filosofiche ("La Russia è un mondo speciale, un tipo di civiltà speciale. E' contraria all'Occidente, che coltiva un individualismo estremo e dimostra assenza di anima, indifferenza religiosa e predilezione per la cultura massificata" disse Zjuganov).

Si è passati dall'assistenza socialista ai più bisognosi (politica ufficiale dell'Unione Sovietica) ad una carità individuale che appartiene come credo di fede ad entrambe le religioni. Se sotto questo punto di vista la rifondazione spirituale ha avuto effetti positivi, in quanto non ha aggravato un già traumatico passaggio tra la realtà comunista e quella del libero mercato, dall'altro ha messo in evidenza tutte le difformità esistenti tra l'identità stato-chiesa dei musulmani e la divisione degli ambiti di competenza tra politica ed apparato ecclesiastico che è comune nelle nazioni cristiane. Invero, esistono stati che hanno popolazione di maggioranza islamica, ma si possono definire laici e sono ad esempio, solo per citarne le espressioni più lampanti la Turchia e la Tunisia, ma in tutti i casi più recenti di avvento al potere di esponenti musulmani si ha avuto un contemporaneo cambiamento delle istituzioni dello Stato per conformarsi alla legge coranica (è forse superfluo indicare nell'Iran il culmine di questa trasformazione).

Ora, preso atto di tutto ciò, non deve apparire strano che delle nazioni orgogliose della propria identità culturale come sono quelle caucasiche risultino restie a ritornare sotto l'ala protettrice della madre Russia che si atteggia a garante della pace nella regione, mentre sono inconfutabili gli interessi che essa tuttora conserva nel difendere la propria presenza in terre che hanno ricchezze indispensabili per la provata economia russa.

L'ultimo quinquennio e le prospettive future.

La sanguinosa guerra in Cecenia aveva avuto l'effetto collaterale di far dimenticare almeno per il tempo della sua durata, la grave crisi economica che aveva colpito la Russia dopo il 1991. Le rosee prospettive che Eltsin aveva ripetuto ancora una volta durante la campagna elettorale del 1995 non erano altro che delle aspettative o meglio, delle promesse politiche che anche se pronunciate in buona fede, avevano ben poche possibilità di realizzarsi. La produzione industriale, già in crisi ai tempi di Gorbacev era diminuita del 40%, portando il prodotto interno lordo annuo pro capite dai 6930 $ annui del 1991 ai 4158 del 1995/96 e la situazione era ancora peggiore per i pensionati sopra i sessant'anni che potevano contare su una cifra corrispondente a poco più della metà di quanto appena indicato.

La grande riforma agraria che si era preannunciata con la legalizzazione della proprietà privata tardava ad arrivare, così che ancora alla fine del 1994 il 34% dei kolchozy e sovchozy aveva mantenuto il proprio statuto sociale cooperativo, mentre il 47% del totale precedente il 1991 si era trasformato in società a responsabilità limitata. Nei primi mesi del 1996 il sistema bancario russo si poteva dire funzionante, ma di certo non efficiente. Alcuni osservatori affermarono che era già un miracolo che i dirigenti bancari avessero compreso i meccanismi di sconto del libero mercato.

Questa realtà era comune a molti dei paesi dell'ex area comunista che proprio nel 1996 cominciarono a gettare le basi per un ritorno ad una collaborazione più stretta con la Russia. Principali artefici del riavvicinamento furono l'Ucraina e la Bielorussia (quest'ultima arrivò fino al limite di una vera riunificazione anche politica prima di recedere dall'intento sotto la spinta di una forte opposizione della comunità autoctona della Russia Bianca). Nel mezzo di tante difficoltà parve arrivare come un fulmine a cielo sereno la notizia di gravi problemi di salute di Eltsin, che nel Giugno del 1996 fu ricoverato una prima volta per problemi cardiaci. Nonostante si facesse notare che il presidente aveva già superato di diversi anni la vita media di un maschio russo adulto, non conducendo affatto una vita moderata, la prospettiva di una sua prematura scomparsa fece scatenare una lotta interna alla sua fazione per accaparrarsi la successione.

Mentre Cernomyrdin conservava saggiamente l'incarico di Primo Ministro tenendosi in disparte, due stretti collaboratori di Eltsin si davano battaglia a colpi di denunce pubbliche a mezzo stampa. Il primo era Anatolij Cubais, quarantunenne amico personale della figlia di Eltsin Tatjana e uno dei primi a credere nelle possibilità politiche del presidente fin dai tempi della sua entrata nell'élite politica di Gorbacev. A suo favore c'erano gli stretti legami che intratteneva con tutte le 89 realtà regionali che componevano la Federazione Russa, fungendo da tramite con gli esponenti locali del partito di Eltsin. L'altra figura di rilievo nell'entourage presidenziale era il generale Lebed. Veterano della guerra in Afganistan aveva incontrato Eltsin in modo casuale e curioso. Come abbiamo ricordato, durante il tentato colpo di stato del 1991, Eltsin si era esposto personalmente salendo su un carro armato per arringare la folla. Ebbene quel mezzo corazzato apparteneva ad un reparto comandato dallo stesso Lebed che da quel momento era diventato il braccio destro di Eltsin. L'inimicizia tra i due probabili successori andava oltre la semplice concorrenza politica e finiva sul piano personale.

Già ai tempi dell'armistizio con la Cecenia, Lebed aveva accusato Cubais di avergli tolto l'onore di essere il fautore della pace. Infatti, mentre il generale aveva curato tutti i passaggi diplomatici che avevano condotto alla stipula definitiva del trattato di pace, superando difficoltà non indifferenti, il firmatario ufficiale dell'atto era stato Cubais che si era preso di conseguenza tutti i meriti davanti all'opinione pubblica.

Nell'estate 1996, anche se Cubais aveva larghi appoggi all'interno delle sfere dirigenti del partito democratico, nessuno metteva però in dubbio che il successore di Eltsin in caso di morte del presidente sarebbe stato Lebed. Rimanevano da stabilire i rapporti di forza che dovevano esistere tra le due fazioni e per determinarli cominciò una vera e propria battaglia pubblica con accuse più o meno velate di connivenza (e quindi corruzione) con i maggiori personaggi del nascente capitalismo russo. Cubais, in effetti, aveva scelto l'appoggio di Berezovskij, potente banchiere che aveva interessi in comune con Vladimir Gusinskj, magnate delle televisioni private che in un primo tempo era stato contrario alla linea politica di Eltsin, ma che poi era stato "convinto" (con avvertimenti piuttosto pesanti) che il "Corvo" costituisse il male minore per la nuova Russia. Lebed, persona intelligente e furba, ma lontana dai poteri economici a causa della sua carriera militare aveva trovato un solo alleato potente nella persona di Korzakov, già comandante delle guardie del corpo di Eltsin e suo fidato consigliere fino ai primi mesi del 1996 quando i suoi legami con l'emergente mafia moscovita divennero qualcosa di più di un semplice pettegolezzo, rendendo inevitabile un suo allontanamento dal Cremlino. Lebed aveva rinunciato al proprio seggio in parlamento affinché Korzakov guadagnasse l'immunità parlamentare e aveva così raggiunto un tacito accordo di mutua protezione che fece diminuire la sua reputazione, ma rafforzò il suo potere.

L'urgenza con cui si era prospettata un'operazione al cuore di Eltsin fu via via ridotta, rinviando più volte l'intervento che fu procrastinato fino ai primi giorni del novembre 1996, ma già a metà ottobre gli equilibri di potere erano mutati. Eltsin innervosito dalla fretta con cui Lebed voleva trasformarsi da vice presidente in presidente e dell'appoggio fornitogli dall'ex amico Korzakov, stava già meditando la sua destituzione. Nulla di tutto ciò era noto nelle alte sfere dei comandi militari occidentali, tanto che quando fu necessario invitare qualcuno a Bruxelles per discutere dell'allargamento della NATO verso Est, la scelta cadde su Lebed. D'altronde anch'egli era all'oscuro dei mutamenti d'idea di Eltsin e si occupò per le successive due settimane di preparare un intervento che dimostrasse come la Russia non volesse fare pressione sulle nazioni ex sovietiche, ma solo assicurarsi che le loro scelte militari non danneggiassero la politica estera russa. Raggiunto un compromesso che rimandava nel tempo l'allargamento (poi parzialmente verificatosi alla vigilia della guerra in Kossovo), Lebed era tornato in patria credendo di potersi mostrare al popolo come il nuovo eroe che aveva respinto la minaccia americana. Con sua grande sorpresa, alla richiesta di incontrare Eltsin che era già stato ricoverato in ospedale in attesa dell'operazione chirurgica, fu risposto un secco diniego. Fu così che seppe di essere stato licenziato.

I cinque by-pass coronarici che furono applicati al cuore di Eltsin non suscitarono tanto terrore quanto la polmonite che lo compì nel gennaio 1997. Dopo l'operazione tutti i pretendenti alla successione, Cubais per primo, si erano rassegnati ad un ritorno in grande stile del vecchio governante e perciò avevano abbandonato ogni programmazione a breve termine. La nuova malattia aveva colto tutti di sorpresa e completamente sprovvisti di qualunque piano. Quello che in stile Brezneviano era stato definito un semplice "raffreddore", si era poi tramutato in una "bronchite" e quindi, quando l'evidenza non poteva più essere negata, in una "polmonite". Il pericolo di un vuoto di potere fu scongiurato solo dalla fibra di ferro del fisico di Eltsin che ancora una volta seppe recuperare con sorprendente velocità, deludendo coloro che speravano che quella fosse il momento buono per vederlo scomparire dalla scena politica.

Raccontare gli ultimi tre anni della storia russa sarebbe alquanto difficile senza avere una piena cognizione di quali siano i reali cambiamenti della società russa nello stesso periodo. Cambiamenti che non possono essere giudicati dopo così poco tempo. Per non lasciare all'oscuro il lettore è però utile riprendere una fantasiosa teoria riportata da un famoso giornalista italiano (Volcic). Egli, ottimo conoscitore delle vicende russe, delineando alcuni scenari di "fantapolitica" come l'ha definita personalmente, aveva enunciato un'ipotesi accattivate. Essa consisteva nel vedere dietro questi giochi di potere continui, una vera sceneggiata creata da una cosiddetta "cupola" (termine che ricorda da vicino il fantomatico sistema politico che comanderebbe la mafia siciliana) che proprio come si faceva ai tempi del Partito Comunista Unico, decide non soltanto chi deve comandare, ma anche chi deve stare all'opposizione e chi si debba allontanarsi dai centri del potere, il tutto in piena armonia tra i protagonisti che sanno perfettamente che alla fine avranno comunque la loro fetta di torta garantita proprio dalla precisione e accondiscendenza con cui si accettano queste regole del gioco.

Se sia oppure no "fantapolitica", è difficile stabilirlo, ma alcuni fatti appaiono portarci proprio in questa direzione. Lebed che una volta allontanato fonda un proprio partito, ma non va mai contro Eltsin direttamente, eclissandosi lentamente. Cernomyrdin che alla fine lascia il governo nonostante i suoi sostenitori finanzino le campagne elettorali di Eltsin con milioni di dollari. Clinton ha sempre visto in Eltsin un giusto corrispondente con cui trattare da una posizione di parità se non proprio di forza e nessuno può negare che nel 1995 una "task force" di esperti di marketing americani sia volata a Mosca per aiutare Eltsin nella sua campagna elettorale e che una volta scoppiato lo scandalo di questo aiuto diretto, la cosa possa essersi ripetuta altre volte in modo più nascosto. Le inchieste giudiziarie che hanno toccato la figlia di Eltsin per le presunte irregolarità nella distribuzione e l'uso dei soldi del Fondo Monetario Internazionale, sembrano confermare la "spartizione della torta" ipotizzata da Volcic. Infine l'abbandono di Eltsin, improvviso e non certo influenzato dalle sue condizioni di salute, non peggiori di cinque anni fa, attuato con la stipulazione di un "contratto" col suo successore Vladimir Putin che lo mette al sicuro da ogni attività svolta durante il proprio mandato, lascia nel dubbio anche i più tenaci sostenitori della purezza e onesta del vecchio presidente.

Comunque sia, il nuovo secolo si apre non diversamente da come si era chiuso il precedente, almeno per la Russia. La guerra in Cecenia è ricominciata con le stesse modalità di cinque anni addietro. L'economia ha attraversato una crisi che avrebbe distrutto qualunque nazione e pur essendo ancora debole, ha l'appoggio delle nazioni del G7 e del FMI. I grandi monopoli del petrolio e del gas naturale sono stati privatizzati senza altre perdite se non le migliaia di licenziamenti che hanno portato allo stremo la classe operaia. L'esercito, la gloriosa Armata Rossa, ha accettato senza opposizione la condizione meno agiata del passato, senza mai concretizzare quella rivolta che ha tolto il sonno a molti presidenti americani. Ora spetta a Putin raccogliere la pesante eredità di Eltsin, ma una cosa è sicura, la Russia è ancora lì, ha attraversato mille difficoltà facendo leva sullo spirito di sopportazione del suo popolo e forse, questa resistenza spaventa il mondo occidentale molto più della potenza di un tempo.

Fonti: "Storia della Russia contemporanea" di Francesco Benvenuti, "Andata e ritorno nei paesi ex comunisti" di Demetrio Volcic, "La fine delle Democrazie popolari" di François Fejtö, "Ottantacinque Novanta. Dalla cronaca alla storia" di Francesco Traniello, "Caucaso, crogiolo di popoli" di Ornella Rota.

Inizio pagina




© 2005 PDSM
Home - Documenti - Approfondimenti - Immagini - Trova - Link - Copyright - Collabora - E-mail