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Home > Approfondimenti > Gli anni del "Pandit" Articolo pubblicato sul Quotidiano genovese "IL SECOLO XIX" (numero del 27 Maggio 1994), inserito su gentile concessione dell'autore. GLI ANNI DEL "PANDIT", di Claudio LoretoJawàharlàl Nehru, padre dell'India moderna e paladino della pace.Poco tempo prima di morire, il 27 maggio 1964, Jawàharlàl Nehru chiese che le sue ceneri fossero disperse da un aereo "… sopra i campi su cui lavorano i contadini, perchè possano mescolarsi nella polvere della terra indiana in maniera indissolubile". Uno struggente desiderio che suggellava una esistenza interamente dedicata alla lotta per la libertà e il riscatto dell'India, dall'uomo amata con una passione che lascia commossi. Ma Nehru non fu soltanto il padre della "nuova" India; egli emerse anche come nobile portavoce della speranza dei popoli della Terra in un futuro libero da sfruttamento e guerra. Nato nel 1889 da una ricca famiglia braminica, dopo aver completato la propria formazione nell'Inghilterra "padrona" il giovane e brillante Jawàharlàl seguì le orme del padre Motilàl dapprima nell'avvocatura e poi nel "Congresso", il movimento indipendentistico indiano; qui allacciò un rapporto profondo con Gandhi, nonostante le loro idee divergessero: l'occidentalizzato Nehru vedeva ad esempio nella religione la causa prima della stagnazione e delle divisioni dell'India, e propugnava scienza e tecnica, in contrapposizione al Mahatma che le reputava un vero cancro per lo spirito. Agnostico, razionalista, dal portamento elegante e dalle maniere raffinate, Jawàharlàl poteva sembrare l'uomo meno adatto a guidare verso la libertà il popolo più religioso ed enigmatico del mondo; agitatore di grande fascino, conquistò invece gli indiani: "Aggrappati alle fiancate dei tram oppure a piedi e su carri trainati da buoi - raccontano Lapierre e Collins in "Stanotte la libertà" - gli abitanti delle bidonvilles e delle campagne accorrevano numerosissimi a sentirlo parlare. Molti erano coloro che non erano in grado di afferrare neppure una parola dei suoi discorsi nè tanto meno di capirne il senso: a loro bastava scorgerlo al di sopra dell'oceano di teste". Il Pandit ("uomo
colto") Nehru divenne rapidamente il leader del "Congresso" e dunque un
assiduo ospite delle galere inglesi, nelle quali trascorse in totale
nove anni della propria vita. Ma quando la Gran Bretagna, uscita
duramente ridimensionata dal 2° conflitto mondiale, capì di
non poter più conservare il suo impero, fu soprattutto con la
cooperazione di Nehru che essa pianificò l'indipendenza del
subcontinente. L'operazione, purtroppo, non fu indolore: con grande
pena di Jawàharlàl e Gandhi, non fu possibile non
ritagliare per i musulmani d'India uno Stato a sè stante, il
Pakistan; tale distacco generò trasmigrazioni e faide di
proporzioni bibliche, e consegnò al rancore i futuri rapporti
tra i due nuovi Paesi (tre le guerre finora già combattute). Il 15 agosto 1947 il Pandit coronava comunque il proprio sogno; un'ora prima dello scoccare della fatidica data egli disse all'Assemblea Costituente: "Molti anni fa, noi abbiamo dato un appuntamento al destino ed è suonata l'ora di tener fede alla nostra promessa... A mezzanotte, quando la gente dormirà, l'India si sveglierà alla vita e alla libertà. Il momento è giunto, un momento che di rado la Storia concede, quello in cui un popolo esce dal passato per fare il proprio ingresso nel futuro..." E per entrare nel futuro, secondo il Primo Ministro Nehru, l'India doveva innanzi tutto dotarsi di uno Stato moderno, laico e liberale, che elevasse al più presto la qualità di vita delle masse diseredate. La scarsità di capitali privati e i risultati confortanti che a quell'epoca sembrava dare ovunque il deciso intervento dello Stato in economia convinsero Nehru a individuare nella pianificazione lo strumento più idoneo allo scopo. Nehru varava così la "terza via" allo sviluppo, che coniugava le libertà individuali e la democrazia rappresentativa dell'Occidente con la ricetta economica marxista, efficace per rinnovare in tempi rapidi strutture sociali arcaiche. Ma tale nuovo "modello", da proporre alle nazioni appena uscite dal colonialismo, non fruttò l'atteso "grande balzo" in avanti: fallita la riforma agraria, l'immutato basso potere d'acquisto delle sterminate masse rurali non potè infatti assecondare adeguatamente lo sviluppo dell'industria, soprattutto pesante, nella quale lo Stato investiva massicciamente. Così il cammino si rivelò in realtà lento ed irto di difficoltà: si riuscì infine nella grande impresa di eliminare le carestie, ma non a risolvere la sottoalimentazione endemica e l'analfabetismo o a rendere diffusa l'assistenza sanitaria pubblica. Analoga sorte toccò al progetto del Pandit di rimpiazzare il diritto indù con un diritto civile moderno, che in particolare tutelasse le donne: la dura opposizione dell'ala conservatrice del "Congresso" attenuò fortemente la portata della riforma. Per un Paese immobile da secoli furono, ad ogni modo, dei passi in avanti considerevoli. Ma l' "utopia" più nobile di Nehru fu la formazione e l'ampliamento di un movimento di Paesi "non-allineati", come via per depotenziare progressivamente la contrapposizione Est-Ovest. Non-allineamento significava però neutralismo "attivo", non passivo: "Dove la pace è in pericolo o la giustizia minacciata o dove ha luogo un'aggressione - ripeteva il Pandit - non possiamo essere, né saremo mai, neutrali!". Obiettivo ultimo del suo disegno era giungere a conferire all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove anche i popoli più deboli hanno voce, il controllo degli affari mondiali, sottraendolo dunque al Consiglio di Sicurezza, attraverso il quale cinque soli Paesi dominano su tutti con il diritto di veto. E, coerentemente, l'India di Nehru assunse anche il ruolo di autorevole mediatore internazionale: nonostante il suo acceso anticolonialismo la portasse a diffidare dell'Occidente e ad allacciare rapporti con Mosca (e per questo essere a torto sospettata dall'Ovest di filo-comunismo e di parzialità), essa seppe infatti operare con tali equilibrio ed impegno da contribuire ad esempio in misura rilevante alla soluzione dei conflitti coreano e indocinese. In un simile quadro, suonò dunque pretestuosa l'accusa scagliata a Nehru dalla Cina comunista di ricorrere al non-allineamento semplicemente per poter mercanteggiare sovvenzioni sia dall'Ovest che dall'Est. Il contrasto con la Repubblica Popolare cagionò al Pandit una amarezza talmente profonda da contribuire al peggioramento del suo stato di salute. Seppure in accanita disputa ideologica con Pechino per la leadership dei Paesi del Terzo Mondo, Nehru si era prefisso nei confronti della Cina una politica amichevole, per fare insieme dell'Asia, finalmente affrancata dal colonialismo, un grandioso esempio di pace; ma la sempre più dura occupazione cinese del Tibet (indigesta agli interessi indiani), il risentimento e i sospetti di Pechino per i maggiori aiuti economici a Delhi da parte dell'URSS (aveva già avuto inizio la diatriba cino-sovietica) e, soprattutto, l'annosa controversia sulla titolarità delle regioni di frontiera, ereditata dagli inglesi, incrinarono presto le ottime relazioni. Nell'autunno 1962 si giunse così allo scontro armato lungo l'intera linea di confine. Ma più che l'umiliazione militare - spacciata dai cinesi come prova della superiorità del loro "modello" rispetto a quello indiano - a Nehru pesò la vanificazione dei suoi sforzi di consegnare finalmente il tormentato continente asiatico ad un'era di concordia e progresso. L'India di oggi, purtroppo, poco conserva degli alti ideali e
dei generosi propositi che caratterizzarono i cosiddetti "anni di
Nehru". In loro vece corruzione, nepotismo, integralismi religiosi; e
rinnegando le battaglie del Pandit contro la proliferazione nucleare
(per mano, beffardamente, di sua figlia Indira!), anche un armamento
atomico e una realpolitik da
potenza regionale: Nehru, sfortunatamente per l'India e per il mondo
intero, è ormai una voce lontana. |
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