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Home > Approfondimenti > La cultura francese splende in Europa più del re sole - seconda parte
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La Guerra d'Oriente
L'aiuto fornito all'Austria convinse lo zar di aver trovato un
amico fraterno e un alleato imperituro nell'Imperatore Francesco
Giuseppe d'Asburgo. Questo fu solo uno dei numerosi errori che si
sarebbero sommati in rapida successione a partire dal 1840 e che,
inesorabilmente, avrebbero creato il caos nell'Europa Orientale.
Nel 1839-40, la guerra tra Impero Ottomano ed Egitto era ripresa con
forza. Secondo il trattato russo-turco, l'esercito imperiale avrebbe
dovuto intervenire in favore del Sultano, ma si capì ben presto
che il trattato di Unkiar Skelessi non sarebbe stato rispettato per le
notevoli pressioni internazionali esercitate da Gran Bretagna e
Francia. Le due nazioni occidentali spinsero ancora una volta i due
contendenti a firmare una pace di comodo a Londra nel 1840, ma per
prevenire qualunque espansione russa nel Mar Mediterraneo, tutte le
grandi potenze dell'epoca (Gran Bretagna, Francia, Austria e Prussia)
imposero allo zar la Convenzione sugli Stretti del 1841 che ribadiva
l'impossibilità per qualunque nave da guerra straniera di
attraversare il Bosforo e i Dardanelli.
Nicola I nonostante non accettasse di buon grado questa soluzione
limitativa, ne sopportò le conseguenze anche alla luce di quanto
avvenne solo 3 anni dopo durante dei colloqui riservati tra lo zar e il
ministro degli Affari Esteri britannico, Lord Aberdeen. Nicola,
recatosi di persona in Gran Bretagna, aveva discusso la risistemazione
dell'area danubiana e medio-orientale nell'eventualità di un
collasso dell'Impero Ottomano. I due interlocutori convennero che la
preoccupazione primaria di Russia e Gran Bretagna fosse il mantenimento
in vita dell'antico impero turco, ma che in caso di «imminente
possibilità» di dissoluzione dello stesso, le due potenze
si sarebbero dovute incontrare immediatamente per determinare il
destino di quelle terre. Al termine dei colloqui privati, la
delegazione russa stilò un protocollo ufficiale che venne
consegnato agli esponenti britannici che non lo commentarono, ma
neppure lo accettarono esplicitamente. Già questo avvenimento
avrebbe creato non pochi equivoci.
Infatti, tutte le azioni di politica estera che Nicola I avrebbe
intrapreso successivamente si basavano sull'assunto che tale protocollo
fosse un vero e proprio trattato con la Gran Bretagna, la quale, al
contrario, considerò il tutto nulla più che uno scambio
ufficiale di vedute su questioni di vitale importanza. In aggiunta a
questa singolare modalità di vedere uno stesso documento, si
deve aggiungere la difficoltà interpretativa del contenuto dello
stesso. Non fu mai chiaro, né avrebbe potuto esserlo, cosa si
intendesse per «imminente possibilità» né
quale grado di debolezza dovesse raggiungere l'Impero Ottomano per
dichiararne una «morte presunta».
Nel 1853, Nicola I considerò arrivato il momento della fine
dell'impero turco. La congiuntura internazionale pareva particolarmente
favorevole alla Russia. Essa aveva, o credeva di avere, un forte
alleato a Occidente: l'Austria. L'impero ottomano possedeva un esercito
molto più arretrato di quello russo e perciò giudicato,
nuovamente, una facile preda. Esisteva persino un pretesto per
scatenare il conflitto con delle plausibili motivazioni: nel 1850 era
scoppiata una forte diatriba tra ordini monastici cristiano-ortodossi e
cattolici a proposito di chi dovesse gestire i Luoghi Santi in
Palestina. La Russia, come unica grande nazione di religione ortodossa,
pretese di difendere gli interessi della popolazione ottomana
correligionaria.
L'interesse della Russia non andava, naturalmente, solo verso quelle
futili dispute religiose, ma anche alla possibilità di
incorporare nel proprio impero i principati di Valacchia e Moldavia che
erano, in larga parte, abitati da popolazione di religione
cristiano-ortodossa. Quella che era iniziata come una disputa di poco
conto, si sarebbe trasformata nella prima guerra moderna tra grandi
nazioni europee.
Già nel Febbraio 1853, la Russia aveva presentato alla
Sublime Porta una Nota che aveva il sapore dell'ultimatum. L'impero
ottomano doveva favorire la fazione ortodossa nella disputa religiosa
e, in aggiunta, riconoscere una sorta di protettorato russo su tutta la
popolazione di religione ortodossa abitante all'interno dei propri
confine. Mentre la prima condizione fu accettata di buon grado, la
seconda fu respinta sdegnosamente, perché implicava una
violazione della sovranità turca inaccettabile per qualunque
stato che si volesse definire indipendente.
Lo zar, basandosi sull'accordo precedente con gli inglesi, inviò
più volte al sovrano britannico delle richieste per procedere
immediatamente alla spartizione dell'impero ottomano. Esse non solo
furono declinate, ma l'atteggiamento della Gran Bretagna prima e della
Francia poi si fece sempre più distaccato fino a diventare
aggressivo. In un ennesimo errore di valutazione, Nicola I pensò
che ormai il passo più importante, cioè l'occupazione dei
principati danubiani era stato fatto e perciò era possibile
attendere l'evoluzione degli eventi da una posizione di forza. Lo
stallo diplomatico si protrasse per mesi, fino a quando, nell'Ottobre
del 1853, la Turchia, preoccupata dal prospettarsi
dell'eventualità di un riconoscimento dello status quo nei
principati, dichiarò guerra alla Russia.
Sul principio, il conflitto non fu altro che uno scambio di
provocazioni, con le truppe ottomane che si fortificavano lungo il
Danubio in attesa dell'intervento anglo-francese e con i russi che
segnavano il passo nella speranza di una soluzione diplomatica che non
sarebbe venuta. La posizione equivoca dell'Austria, sempre più
vicina agli anglo-francesi, spinse alla fine i russi all'azione. In
maggio, il maresciallo Gorchakov oltrepassò il Danubio e prese
Varna, in Bulgaria, senza però riuscire a sbaragliare le truppe
dei difensori che al comando di Mustafà Pasha si ritirarono in
buon ordine per asserragliarsi all'interno della città di
Silistra. Per più di un mese i soldati zaristi assediarono la
roccaforte, difesa con terrapieni e trincee anziché con le opera
in muratura che l'arte della guerra del periodo consigliava. La difesa
fu insormontabile, tanto che di fronte all'impossibilità di
prendere tale posizione, i russi si ritirano addirittura da tutta la
regione, facendo ritorno entro i confini precedenti lo scoppio della
guerra.
Sebbene fossero venuti meno i motivi che avevano scatenato lo scontro,
la guerra non terminò. Infatti, nel frattempo, altre motivazioni
si erano aggiunte a quelle iniziali. Il timore di un'espansione nel
Mediterraneo attraverso i Dardanelli della potenza marittima russa
parve realizzarsi nel momento in cui una squadra navale comandata
dall'Ammiraglio Nachimov distrusse la maggior parte della marina da
guerra turca all'interno del porte di Sinope nel Novembre del 1853. A
partire da quella data, la Russia diventava di fatto la padrona del Mar
Nero e un'imminente invasione della regione degli Stretti era ormai
più di una possibilità. L'inverno del 1853 fu speso in
lunghe, ma infruttuose trattative tra le potenze occidentali e la
Russia. Ormai era pacifico che il conflitto si sarebbe trasformato in
un'ennesima guerra continentale.
La guerra si allarga
L'ultimatum della Francia e della Gran Bretagna alla Russia fu
consegnato il 27 di Febbraio e in mancanza di qualsiasi risposta, il 27
Marzo fu firmata la dichiarazione di guerra. Presa la decisione, doveva
essere scovato anche il terreno su cui combattere quella guerra che
pochi volevano, ma tutti, ormai, erano costretti a portare avanti. La
Russia, ritirandosi dai principati danubiani, aveva tolto un campo di
battaglia ideale agli Alleati. Questi ultimi erano sbarcati in forze
nella zona di Gallipoli nella speranza che l'esercito zarista
accettasse lo scontro in campo aperto, ma tale speranza andò
delusa ben presto. Al contrario, l'altissima concentrazione di truppe
con scarse condizioni igieniche, fece scoppiare un'epidemia di colera
che sarebbe diventata la prima causa di morte della guerra, con il 30%
di casi positivi tra i soldati e il 20% di decessi.
Si prospettava come necessaria l'invasione degli sterminati
possedimenti dello zar. Si escluse quasi immediatamente
l'eventualità di una campagna continentale in stile napoleonico
verso Pietroburgo, per non incorrere nel tremendo inverno russo. Si
optò al contrario per lo sfruttamento della miglior arma in mano
agli alleati, cioè la marina. Fu organizzata la più
grande operazione d'invasione anfibia che si fosse mai vista nella
storia dell'umanità fino a quel momento. L'obbiettivo prescelto
fu la penisola di Crimea sul Mar Nero che per il suo clima
particolarmente temperato garantiva un periodo valido per le operazioni
terrestri relativamente lungo.
Infatti, tutti i capi militari alleati ritenevano che la propria
superiorità tecnologica avrebbe consentito di terminare il
conflitto prima dell'inizio dell'inverno.
Teoricamente, l'analisi era corretta: i francesi e gli inglesi
possedevano una flotta di vascelli a vapore che fu in grado di spostare
e, soprattutto, di rifornire i 60.000 uomini del primo contingente che
il 14 Settembre 1854 sbarcò in Crimea. Quei soldati potevano
vantare anche un migliore armamento personale, con fucili a canna
rigata che assicuravano una maggiore gittata e precisione di tiro,
nonché l'appoggio di un'artiglieria anch'essa con armi rigate
che consentirono la trasformazione dei proiettili da sferici a
cilindrici allungando il raggio di copertura offerto alla fanteria.
Purtroppo, si sarebbero evidenziate delle carenze inaspettate negli
eserciti alleati che avrebbero annullato i vantaggi iniziali.
Sul versante russo, l'attacco anfibio non fu proprio inaspettato, ma la
risposta non fu pronta e decisa cosa avrebbe dovuto essere. In Crimea,
nel settembre 1854, era presente un numero di soldati russi
pressoché equivalente alle forze d'invasione e un deciso
contrattacco sulle spiagge avrebbero potuto far fallire l'invasione. Al
contrario, il comandate delle forze di difesa, il principe Menshikov,
decise che un attacco compatto nella zona di Sebastopoli contro le
forze alleate in fase di ri-organizzazione sarebbe stata la soluzione
più adatta. Nella battaglia del fiume Alma, si evidenziarono
immediatamente i grandi vantaggi tecnologici degli alleati che potevano
colpire da lunga distanza sia la fanteria sia l'artiglieria russa che
fu messa ben presto allo sbando. La vittoria non fu però
sfruttata. Anziché avanzare immediatamente in direzione di
Sebastopoli che non era stata fortificata per un errore di Menshikov, i
comandanti alleati si diressero verso la zona di Balaclava, che sarebbe
diventata la base di partenza di tutti gli scontri successivi.
Come giustificare un simile errore di valutazione? Gli storici sono
concordi nel ritenere che l'impreparazione degli ufficiali comandanti
francesi, ma soprattutto inglesi, ne fosse la causa. Dopo le vittorie
nelle guerre napoleoniche, in Gran Bretagna si era diffusa l'idea che
un esercito di piccole dimensioni, adatto a combattere in patria, ben
difesa dal mare e dalla marina da guerra reale, fosse l'arma ideale. Il
periodo di relativa pace che si ebbe tra il 1815 e il 1853 non fece
altro che aggravare la situazione. Gli unici ufficiali con qualche
esperienza di combattimento erano coloro che avevano combattuto in
India nelle guerre coloniali che, in confronto a ciò che si
andava a delineare in Crimea, erano state delle semplici scaramucce.
I due comandanti supremi delle forze anglo-francesi erano Fitzroy James
Henry Somerset e Jacques Leroy de Saint-Arnaud. Il primo,
sessantaquattrenne inglese, era un coraggioso soldato che aveva
combattuto nelle guerre contro Napoleone e si era fermato a quel
periodo per quel che riguardava tattica e strategia. Con l'età
era avanzato di grado, ma aveva conservato la convinzione che il
coraggio della truppa potesse sopperire a qualunque mancanza. Il
secondo, francese, aveva abbandonato l'incarico politico di Ministro
della Guerra per assumere quello militare di Comandante del corpo di
spedizione francese. Anch'egli buon soldato, aveva combattuto in Africa
e come la sua controparte britannica, nutriva una fiducia infinita
nelle capacità delle proprie truppe.
Sfortunatamente, sebbene i soldati alleati avrebbero confermato
pienamente le qualità solo ipotizzate dai loro comandanti, la
mancanza di «materia grigia» nei quadri superiori ne
avrebbe sacrificato un gran numero in inutili battaglie di fanteria. La
conferma di questo deficit alleato si ebbe durante il tentativo di
blocco navale della penisola di Crimea. Gli Anglo-francesi avrebbero
dovuto bloccare l'istmo di Perekop per prevenire qualsiasi aiuto russo
dall'esterno, ma all'ultimo momento si accorsero che i fondali di quel
tratto di mare erano troppo bassi per le proprie navi da guerra.
L'improvvisazione regnava sovrana...
I russi, approfittando di quel varco gentilmente lasciato aperto dagli
assedianti, fecero confluire rinforzi e rifornimenti tali che Menskikov
poté organizzare sia la difesa diretta di Sebastopoli sia una
forza di movimento disposta a Nord della città. Nonostante la
disposizione delle forze russe lasciasse presagire la
possibilità di contrattacchi via terra, gli alleati rimasero
convinti della possibilità di poter prendere la roccaforte
attraverso un contemporaneo bombardamento dal mare e un attacco
terrestre partendo da Balaclava. Nella settimana tra il 17 e il 25
Ottobre 1854 ebbero luogo gli scontri che sarebbero entrati nella
storia militare sia per l'audacia con cui furono combattuti dai soldati
che vi presero parte sia per l'avventatezza (anche se qualcuno la
definirebbe stupidità) con la quale i comandanti alleati
condussero le operazioni. Il 17, tutta la flotta anglo-francese prese a
cannoneggiare i forti di Sebastopoli, non curante della pesante
risposta che l'artiglieria russa restituiva dalle fortificazioni. Lo
scambio durò tutta la giornata e a sera, con una presunta
vittoria dovuta ai danni inflitti alle fortificazioni nemiche, la
squadra navale si ritirò. Per tutta la settimana seguente, in
attesa delle truppe francesi che avrebbero dovuto ricongiungersi per
l'assalto finale, gli inglesi lasciarono praticamente sguarnita la zona
del fiume Cernaia.
Menshikov, pur non essendo un tattico di grande spessore, non si
lasciò sfuggire l'occasione e il 25 lanciò un attacco di
cavalleria diretto a dividere i due contingenti di spedizione in modo
tale da consentire alla fanteria di supporto di penetrare direttamente
fino alle basi navali alleate di Balaclava. Lord Raglan, apparentemente
sorpreso dall'operazione, fu fortunatamente salvato dalla completa
disfatta dall'incredibile resistenza offerta dalla fanteria scozzese
che resse l'assalto nemico, sempre in attesa di rinforzi che
però tardavano a giungere. Alle 11 di quella stessa mattina, si
verificò il più coraggioso e contemporaneamente insensato
assalto di cavalleria che si possa ricordare. Nel tentativo di
rallentare l'avanzata russa con le sole forze disponibili, Raglan,
anziché attendere il supporto francese, lanciò
all'attacco la Brigata di cavalleria leggera comandata dal Maggiore
Generale James Thomas Brudenell, settimo conte di Cardigan che,
partendo da una posizione svantaggiata, cavalcò contro le
esperte linee nemiche, facendosi massacrare quasi completamente.
Dall'episodio nacque l'epopea della «carica dei 600» che
sarebbe stata riproposta come esempio di ardore militare e
solidarietà cameratesca, anziché come futile e criminale
obbedienza ad ordini assurdi. Alla fine, la spinta russa si
esaurì non certo per il sacrifico dei cavalleggeri, ma
più realisticamente per l'incessante tiro della fanteria
britannica che poteva sfruttare pienamente il vantaggio di tiro delle
armi a canna rigata.
Il tentativo di sfondamento fu ripetuto con eguale insuccesso anche
nella pianura di Inkermann, il 5 Novembre. Dopo quell'ulteriore
sconfitta, Menshikov rinunciò a ogni attività di
movimento per asserragliarsi definitivamente all'interno di
Sebastopoli. La città fu fortificata ulteriormente seguendo le
direttive del geniere Todleben che seppe trarre consiglio dei recenti
insegnamenti ottenuti dalla guerra contro gli Ottomani, creando quasi
unicamente difese in terra, facilmente costruibili e riparabili. La
guerra stava per cambiare nuovamente aspetto.
Una nuova potenza in Europa
Come molti altri conflitti in precedenza e altrettanti nei
decenni a seguire, anche la guerra di Crimea degenerò in scontri
di artiglieria, dove la fanteria aveva un ruolo relativamente poco
importante sia per gli obbiettivi che erano assegnati a quest'arma, sia
per la scarsa considerazione che la vita dei soldati andava assumendo
presso i comandanti superiori.
I terribili bombardamenti che dovevano sfinire le difese della
città russa ci sono maestralmente ricordati dal grande letterato
Lev Nikolaevic Tolstoj che arruolatosi volontario nell'esercito, fu
prima combattente nel Caucaso, poi presente a Sebastopoli durante il
bombardamento che a partire dal 9 Aprile 1855 che sarebbe durato 10
giorni consecutivi. Dalla sua prosa nei «Racconti di
Sebastopoli» possiamo conoscere le angosce e gli atti di coraggio
che ebbero luogo in quei tristi giorni. La fanteria alleata doveva
continuamente attaccare dopo i bombardamenti che grazie all'abile
lavoro di Todleben, avevano scarsa efficacia distruttiva. Le perdite
tra le file degli assalitori erano così via via maggiori e, di
conseguenza, gli effettivi che dovevano essere rimpiazzati con nuove
leve provenienti dalla madre patria crescevano di giorno in giorno. Se
per la Francia ciò non costituiva un vero problema, tanto che
nel momento di massimo sforzo circa 100.000 soldati transalpini furono
presenti in terra di Crimea, il poco consistente esercito britannico
non fu mai in grado di sostenere uno sforzo equivalente.
Per tali motivi, a partire dal Novembre 1854, per circa due mesi, si
svolsero delle febbrili trattative diplomatiche per trovare un valido
aiuto militare. Sebbene l'Austria potesse essere il destinatario ideale
per tali attenzioni, vista la sua equivoca
«neutralità» e i sempre crescenti interessi nei
Balcani, gli Alleati cercarono un appoggio meno impegnativo dal punto
di vita politico che consentisse loro di non dover concedere al momento
della firma della pace alcuna compensazione territoriale. La scelta
finale cadde sull'emergente Piemonte.
Il piccolo stato italiano era entrato prepotentemente sulla ribalta
internazionale quando, da solo, aveva tentato di sconfiggere il gigante
austriaco nel tentativo, poi abortito, di strappare la Lombardia
all'Impero Asburgico nel 1849. La dura sconfitta subita aveva causato
un cambio generazionale sia nella casa regnate di Savoia con l'ascesa
al trono di Vittorio Emanuele II) sia, soprattutto, nei ranghi politici
dell'esecutivo con l'entrata in scena di Camillo Benso di Cavour.
La proposta iniziale degli alleati consisteva nell'assoldare un corpo
di spedizione piemontese senza che vi fossero ulteriori implicazioni
politiche. Una tale soluzione era essenzialmente inaccettabile da parte
dei Savoia, in quanto il Regno di Sardegna non avrebbe acquisito alcun
vantaggio dall'impresa se non quello finanziario. Perciò, Cavour
seppe rifiutare in modo fermo, ma non definitivo, tanto che gli
Anglo-Francesi si convinsero ad elevare anche il Piemonte al rango di
alleato, raggiungendo l'accordo in tal senso nel Gennaio 1855. Un
contingente militare piemontese di 20.000 uomini raggiunse la Crimea in
Aprile e subito si trovò ad affrontare l'insidia più
temuta dell'intera guerra, vale a dire le epidemie di colera. In poche
settimane più del 5% degli effettivi morirono a causa del morbo.
Tra di loro anche il patriota italiano Alessandro La Marmora.
La partecipazione piemontese al conflitto in Oriente non fu soltanto
numerica. I soldati italiani avrebbero avuto un ruolo importante anche
nello svolgimento delle operazioni belliche. Infatti, nell'Agosto 1855,
durante la battaglia della Cernaia, seppero mostrare che la
preparazione militare di quel piccolo esercito valeva almeno quanto
quella delle grandi potenze già impegnate. Il 16 Agosto,
Gorchakov, sostituto del deludente Menshikov, aveva preparato una
possente offensiva contro gli assedianti che prevedeva un aggiramento
della linea nemica sul fianco destro, difeso proprio dai piemontesi.
Essi, non solo resero all'iniziale assalto della numericamente
superiore fanteria russa, ma successivamente grazie all'appoggio del
centro francese dello schieramento, contrattaccarono con vigore,
provocando una sconfitta dei russi che si sarebbe rivelata decisiva. I
difensori, dopo le perdite del 16 agosto, attanagliati dall'assedio
alleato, non riuscirono più a contrapporsi al nemico e l'otto
settembre, sotto l'attacco combinato delle forze anglo-francesi,
Sebastopoli si arrese. In definitiva, il Piemonte si sarebbe seduto
allo stesso tavolo dei vincitori, consacrando la propria nomea di regno
europeo emergente.
La perdita della Crimea, non costituiva una sconfitta irrimediabile per
i russi, tanto più che gli alleati avrebbero dovuto sopportare
dei gravissimi problemi logistici se avessero continuato nella campagna
invadendo la zona continentale dell'Impero zarista. Tuttavia,
Alessandro II, successore di Nicola I sul trono degli zar, aveva un
approccio completamente diverso nei riguardi della politica sia interna
sia estera. Meno reazionario e ottusamente testardo del suo
predecessore, sospese i combattimenti in tutte le regioni di confine,
tranne che nel Caucaso, dove gli ottomani furono sconfitti a Kars e
costretti a cedere in via ufficiale vasti territori in precedenza solo
militarmente occupati dalla Russia. Infine, il 30 Marzo 1856 fu firmata
la pace di Parigi.
Conseguenze e innovazioni derivate dalla guerra
Sebbene alla fine dei combattimenti la Russia avesse
addirittura conquistato alcune zone nel Caucaso, la perdita della
Crimea, anche se solo momentanea, ebbe gravissime conseguenze a livello
strategico. Era dimostrato che le potenze occidentali potevano colpire
in qualunque parte del Mar Nero ed erano in grado di sostenere lo
sforzo anche molto a lungo. Inoltre, nella pace di Parigi fu
sottoscritta una clausola che imponeva la demilitarizzazione del Mar
Nero, privandola di un importante sbocco navale per la propria flotta.
In definitiva i Dardanelli non potevano essere più minacciati
direttamente. L'Impero ottomano, sopravvissuto a quel terribile
momento, si spostò lentamente sotto la protezione francese che
avrebbe procurato gravi problemi interni fino ai moti novecenteschi dei
Giovani Turchi. Ciononostante, l'intera regione medio-orientale
rimaneva unita sotto il controllo della Sublime Porta. Paradossalmente,
l'intervento alleato aveva sortito quale effetto un assestamento
reazionario molto più esteso di quanto si sarebbe realizzato
coll'invasione russa che al contrario, avrebbe destabilizzato tutta
quella parte del mondo.
La Gran Bretagna vedeva riconosciuto il proprio dominio navale sul
tutto il Mediterraneo, dato che la Francia, di lì a poco,
sarebbe stata notevolmente ridimensionata dalla guerra contro la
Prussia. Il piccolo Piemonte aveva ottenuto quello che si era prefisso,
cioè un riconoscimento internazionale della propria forza e un
buon alleato (la Francia) che sarebbe corso in aiuto dei Savoia durante
la II Guerra d'Indipendenza italiana. L'Austria, nel suo immobilismo
diplomatico, aveva perso una grande occasione per espandere la propria
influenza nei Balcani, finendo per favorire l'eterno nemico ottomano.
Gli Asburgo non si accorsero neppure che il Regno di Sardegna stava
preparando la rivincita del 1859 e la conseguente unificazione italiana.
La Guerra d'Oriente fu anche il primo conflitto decisamente moderno,
non solo per l'introduzione delle armi a canna rigata, ma pure per la
contemporanea presenza di altri due elementi: gli inviati di guerra e
un corpo stabile d'infermiere. Tra i primi è d'obbligo ricordare
il fotografo Roger Fenton al quale sono dovute praticamente tutte le
immagini di quel periodo attualmente disponibili, nonché il
reporter del Times di Londra, William Russell che grazie agli articoli
inviati via telegrafo era in grado di aggiornare quotidianamente
l'opinione pubblica britannica sugli avvenimenti bellici. Le sue
descrizioni delle sofferenze dei soldati feriti in battaglia fu alla
base dell'avventura di Florance Nightingale che organizzò una
spedizione di 38 infermiere in terra di Crimea. Furono le prime a
coadiuvare i famigerati chirurghi degli ospedali militari alleati,
garantendo l'assistenza e solidarietà umana che fino ad allora
era stata assente dai campi di battaglia.
In definitiva, la guerra in Crimea fu un grande insegnamento per i
tattici dei decenni successivi, in quanto come avrebbe dimostrato la II
guerra d'indipendenza italiana e la guerra di secessione americana, i
tempi dello scontro fisico tra cavallerie e fanterie stava volgendo al
termine, per lasciare il posto al combattimento a distanza, anonimo e
asettico, ma non meno crudele e cruento del suo predecessore.
Fonti: «La guerra degli errori» di Simone
Mambriani, «Storia della Russia» di Nicholas V.
Riasanovsky, Bompiani editore.
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