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"La caduta della Reazione", di Francesco Riva
La guerra di Crimea e le sue conseguenze sulla politica
reazionaria delle Grandi Potenze continentali nell'Europa del XIX
secolo. Seconda parte del testo - Immagini correlate
L'arretratezza sociale russa
La nazione Russa che nel proprio monolitico fervore si era
frapposta fra l'Imperatore francese Napoleone e la sua fama imperitura
come conquistatore dell'intera Europa, era cambiata ben poco dal 1815
al 1825, data in cui diventò Zar Nicola I e sarebbe cambiata
ancor meno durante il regno di questo sovrano che deve considerarsi, a
piena ragione, come il più reazionario tra i regnanti di Russia.
Questa vena reazionaria dello zar sembrò trovare una scusante
nella rivolta dei Decambristi che devono il proprio nome al mese di
dicembre 1925, periodo in cui si svolse la sommossa. I rivoltosi,
essenzialmente di estrazione liberale, costituivano una netta minoranza
all'interno della classe dirigente russa, ancora saldamente legata
all'aristocrazia terriera di natura feudale. Il 14 Dicembre di
quell'anno (il 26 secondo il calendario ortodosso), alcuni ufficiali
decambristi della Guardia imperiale, approfittando della giornata di
giuramento dei reggimenti, riuscirono a far rivoltare delle
unità scelte, fino a minacciare addirittura il palazzo imperiale
di Pietroburgo. Per tutta la giornata, la situazione rimase molto
incerta, ma verso il tramonto, quando ormai divenne chiaro che le
truppe rivoltose erano in netta minoranza, l'artiglieria imperiale si
schierò col potere legittimo, dando inizio a un intenso
bombardamento dei ribelli che furono costretti ad abbandonare il campo.
Questo fatto non fece altro che rafforzare le personali convinzioni di
Nicola I che vedeva in ogni attività liberale o anche solo
innovatrice, una minaccia contro il potere costituito e quindi,
indirettamente, contro la sua stessa persona.
Nonostante ciò, per limitare il pericolo che poteva derivare da
un immobilismo immotivato, lo zar si organizzò in modo tale che,
almeno all'apparenza, le frange progressiste della società
russa, potessero vedere come si stesse adoperando per cambiare gli
aspetti più odiosamente antiquati. Furono costituiti diversi
«comitati» con le più svariate funzioni e le
più fantasiose composizioni. Certamente, questi organismi, per
così dire di riforma, spendevano il proprio tempo alla ricerca
di soluzioni vere per i problemi del paese, come, per esempio, la
servitù della gleba, di cui si parlerà più
diffusamente in seguito, ma nella sostanza non vennero mai varate delle
disposizioni efficaci, per il semplice motivo che tali comitati non
facevano altro che proporre le soluzioni allo zar che puntualmente le
accantonava o le applicava con modalità talmente lievi e prive
di autorevolezza da svuotarle di qualsiasi portata riformatrice.
Quand'anche tale propensione al conservatorismo non derivasse
direttamente da Nicola I, esisteva un filtro particolarmente efficace
contro qualsiasi movimento d'innovazione costituito dalla Cancelleria
Imperiale. Quest'ulteriore organo dell'appartato burocratico zarista,
sebbene non avesse una collocazione ben precisa all'interno delle
istituzioni statali russe, si ritrovò ben presto a rivestire un
ruolo di primaria importanza nell'azione reazionaria. Essendo la
Cancelleria lo strumento di mediazione tra le decisioni dello zar e la
loro applicazione pratica nella legislazione vigente, qualsivoglia
intervento o modifica allo status quo doveva necessariamente passare al
suo vaglio ed essendo i suoi membri di nomina imperiale e scelti,
spesso e volentieri, tra l'aristocrazia di cui si diceva in precedenza,
appare logico come fosse impossibile che da essa derivasse qualche moto
d'innovazione. La Cancelleria quale propaggine esecutiva della
volontà dello zar acquistò sempre maggior potere, tanto
da ingrandirsi col passare del tempo attraverso la creazione di sezioni
speciali tra le quali divenne tristemente e grottescamente famosa la
terza: la polizia politica.
Come in tutti gli stati in cui la repressione diventa funzione primaria
dello stato, anche nella Russia di Nicola I, l'istituzione preposta
alla scoperta di vere o presunte congiure degenerò ben presto in
un repositorio di delazioni e false denunce. Da parte sua, la polizia
politica non fece nulla per prevenire tali distorsioni, anzi, ne
diventò promotrice. Si intromise nelle transazioni tra privati,
favorendo questo o quell'imprenditore secondo l'inclinazione politica
del contraente. Nelle liti tra cittadini, un'accusa di liberalismo
presentata alla polizia politica aveva più peso della decisione
di un giudice civile. Ciononostante, l'efficacia di quest'unità
speciale nel prevenire ciò per cui era stata creata
lasciò spesso a desiderare. Infatti, l'unica vera organizzazione
radicale che venne alla luce durante il regno di Nicola I (i
petraševcy) fu scoperta e neutralizzata dalla polizia ordinaria.
Accanto all'attività di pubblica sicurezza esercitata dalla
polizia politica, si sviluppò la censura che rappresentò
l'anima farsesca di quell'istituzione. Ogni attività di
manifestazione del pensiero era attentamente controllata: le opere
letterarie, teatrali e soprattutto universitarie dovevano passare un
controllo preventivo per accedere alla fase di pubblicazione o
rappresentazione che in alcuni casi arrivava a discutere lo stile di
scrittura degli autori, modificando aggettivi o verbi che venivano
considerati «inadeguati» al contesto. La censura
proliferò a tal punto che in pratica qualunque organo dello
stato ne possedeva una sezione, tanto che dopo il 1848 si giunse a una
«censura della censura», dove i funzionari preposti alla
censura subivano a loro volta un controllo da altri funzionari censori.
In questo clima di assurdo oscurantismo rimanevano immutati i problemi
che attanagliavano lo stato russo. Primo fra tutti la servitù
della Gleba. Nata in epoca feudale e decaduta nel resto d'Europa
durante il Rinascimento, questa istituzione era ancora viva e ben
radicata nella società russa di metà ottocento.
Addirittura, essa rasentava la vera e propria schiavitù.
Infatti, fino al 1830, anno in cui entrò in vigore il nuovo
codice civile di Speranskij, unica vera e grande innovazione del
periodo, la tassazione dei proprietari terrieri era basata sul numero
di contadini che coltivavano la terra e non sull'estensione di
quest'ultima. I contadini perciò erano considerati alla stregua
di merci che si potevano scambiare e persino vendere. Tutto ciò
anche quando il proprietario della terra era lo Stato. Inoltre, fino a
quella data, non erano previste né scuole né ospedali per
i villaggi rurali e l'autogoverno locale era esercitato dagli stessi
proprietari terrieri che avevano piena giurisdizione non solo sulle
proprie terre, ma anche sui villaggi contadini che erano ritenuti dei
beni strumentali.
L'enorme progresso che avrebbe portato l'applicazione del nuovo codice
fu limitata enormemente dalla sistematica applicazione delle norme a
livello locale. Il mantenimento dello Status Quo, prima ancora di
essere un'imposizione dall'alto del potere zarista, era un riconosciuto
privilegio della classe aristocratica dominante.
La politica estera russa precedente il conflitto di Crimea.
Ciò che all'interno poteva anche essere visto come una
dura necessità per la salvaguardia del potere sovrano, fu
trasformato da Nicola I nel principio cardine della propria politica
estera. La salvaguardia del legittimo potere costituito, ovunque e
qualunque fosse la minaccia, divenne la vera missione di questo sovrano.
Dopo il Congresso di Vienna che aveva cancellato con pochi
tratti su di una carta geografica realtà etniche secolari, la
Restaurazione dello stato di legittimità pre-Rivoluzione
Francese, fu allo stesso tempo fine ultimo delle potenze continentali
vincitrici e bersaglio primario delle forze rivoluzionarie. Se da un
lato, l'Impero Austriaco e la Prussia si potevano considerare come
l'espressione moderata del movimento conservatore, dall'altro la Russia
ne rappresentò la punta più oltranzista. Proprio la
coerenza estrema tra il proprio pensiero politico e l'azione esplicata
a livello internazionale, avrebbe condotto Nicola I verso il disastroso
scontro di Crimea.
Le relazioni tra Russia e Impero Ottomano erano già logore da
molti decenni quando nel 1828 scoppiò una prima guerra tra le
due nazioni. La Russia era appena uscita da un vittorioso conflitto con
la Persia che aveva permesso alla grande nazione slava di impadronirsi
della Georgia, avvicinandosi ad un accerchiamento del tradizionale
nemico turco. A Ovest, l'interesse russo verso i principati ortodossi
del Danubio era più che concreto, mentre a Est, la recente
conquista della regione georgiana apriva la strada ad un'invasione
diretta dell'Anatolia. La dichiarazione di guerra fu facilitata anche
da un'errata valutazione della forza dell'avversario. Infatti,
l'esercito turco era stato considerato in disfacimento e facile preda
delle forze armate russe, più numerose numericamente e
sicuramente più moderne.
Al contrario ci volle più di un anno per costringere la Sublime
Porta alla resa. Purtroppo per la nazione turca, alla notevole
resistenza offerta contro le truppe imperiali russe, corrisposero
altrettanto dure condizioni di pace. Infatti la pace di Adrianopoli
prevedeva:
- il passaggio della foce del Danubio alla Russia
- l'estensione del protettorato russo sui principati danubiani di Moldavia e Valacchia
- il libero passaggio delle navi mercantili russe attraverso i Dardanelli
Incredibilmente però, tale trattato non prevedeva nulla
in riferimento alla flotta militare russa nel Mar Nero e, in
definitiva, permetteva all'Impero Ottomano di sopravvivere sebbene
notevolmente indebolito. Questa decisione, non fu casuale. Un apposito
comitato fu istituito da Nicola I per studiare quali conseguenze
avrebbe comportato la sparizione di quello stato per la
stabilità dell'area. I membri del comitato, forse influenzati
dalla recente insurrezione della Grecia contro il Sultano (1821),
avevano espresso un parere favorevole al mantenimento dello status quo
che era stato giudicato più importante di un possibile
allargamento territoriale russo. La frammentazione in una
molteplicità di stati nazionali avrebbe sicuramente comportato
delle ripercussioni indirette anche sull'Impero Russo che era
altrettanto multi-nazionale quanto quello Ottomano.
I timori di una destabilizzazione internazionale parvero confermati
dalla insurrezione belga del 1830. L'unione tra il Belgio e l'Olanda,
avvenuta dopo il Congresso di Vienna del 1815 per costituire uno stato
cuscinetto tra la Francia e gli stati tedeschi, era quanto di
più innaturale potesse esistere per nazioni abituate a una piena
indipendenza. La logica di un'identità nazionale era però
troppo lontana dalle concezioni politiche di Nicola I per comprendere
il desiderio di libertà belga e di altre realtà nazionali
sottomesse al dominio straniero, specialmente se il
«dominatore» era russo.
Difatti, quasi contemporaneamente alla rivolta belga, anche i
nazionalisti polacchi, soggetti alla dominazione russa, pretesero una
piena indipendenza. La lotta con i polacchi non fu una semplice
repressione, perché essi disponevano di un vero e proprio
esercito nazionale permanente. Fu un conflitto lungo e duro che si
concluse con la sconfitta degli insorti che, in pratica, persero tutte
le prerogative loro concesse dalla Costituzione del 1815 che fu
sostituita da un rigido Statuto nel 1932. A partire da quella data si
procedette alla russificazione della Polonia, incentrando sia la scuola
sia l'amministrazione pubblica sulla lingua russa. Le esperienze belga
e polacca, convinsero Nicola I che l'unico bene per la Russia era o un
forte vicino amico o l'espansione dell'Impero russo fino all'annessione
di tutte queste realtà «minori».
Tali preconcetti avrebbero portato al grande equivoco anglo-russo del
1844 che si può considerare come la base per il conflitto
successivo in Crimea. Gli antefatti di quell'accordo o, come vedremo in
seguito, presunto tale, vanno ricercati nella rivolta egiziana del
1832. Mohammed Alì, governatore d'Egitto, aveva intrapreso una
vera guerra d'indipendenza, spingendosi col proprio esercito fino
all'interno dell'Anatolia, minacciando da vicino la stessa
sopravvivenza dell'Impero Ottomano. Lo zar, alla luce di quanto
consigliato dal comitato del 1829 e dagli avvenimenti in Belgio e
Polonia, non desiderava per nulla la dissoluzione del decadente vicino,
al punto che si decise per un intervento armato in favore del
tradizionale nemico. Tra il febbraio e il marzo 1833, prima una flotta
russa e poi una divisione di fanteria, si recarono nella regione degli
stretti a protezione della legittimità del Sultano. Per la prima
e unica volta, delle truppe russe misero piede sulla riva asiatica del
Bosforo. L'allarme che tale intervento provocò nelle nazioni
occidentali fu enorme. Fino a quel momento sia la Francia sia la Gran
Bretagna avevano sempre ritenuto possibile impedire una penetrazione
russa nella regione perché l'Impero Ottomano era ostile allo
stato slavo. Ora invece, stava per diventarne alleato, se non
addirittura un protettorato.
Pertanto, le due nazioni occidentali si adoperarono con vivo interesse
per addivenire a una pace la più veloce possibile tra la Sublime
Porta e l'Egitto (Convenzione di Kütahya). La presenza militare
russa risultò, così, superflua, ma il suo ritiro non fu
immediato. Esso avvenne unicamente dopo la stipula dell'accordo di
mutuo soccorso di Unkar Skelessi (8 Luglio 1833) tra Impero Ottomano e
Russia. Tale trattato, della durata di otto anni, prevedeva
l'impossibilità per navi da guerra straniere di passare
attraverso gli stretti, garantendo alla flotta russa il dominio del Mar
Nero.
La pacificazione delle frontiere meridionali costituì solo una
parte della politica di salvaguardia dei confini e della sicurezza
dell'Impero Russo. Sempre nel 1833 fu conclusa la Convenzione di
Berlino con i potenti vicini centro-europei della Prussia e
dell'Austria. Sebbene l'accordo fosse di reciproca assistenza tra gli
firmatari, la Russia si sarebbe rivelata ben presto il gendarme
d'Europa. La convenzione prevedeva che in caso di rivolte o tumulti
interni, ognuno degli alleati potesse intervenire in soccorso del
vicino e lo zar non si fece scappare un'occasione per rendere effettiva
questa disposizione.
Nel complesso intreccio di rivolte che scoppiarono nel 1848, la Russia
si erse come una salda risposta della Reazione. Fu proprio l'esercito
imperiale russo che intervenne in favore dell'Austria contro i
nazionalisti ungheresi che minacciavano di rovesciare la casata degli
Asburgo. La Russia di Nicola I era ormai tanto potente da poter correre
in aiuto dei forti alleati nei momenti di difficoltà.
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