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L'Italia nella Grande Guerra. Immagini correlate

23 Maggio 1915. Dichiarazione di Antonio Salandra in favore degli Alleati.

Mi rivolgo all'Italia e al mondo civilizzato per mostrare non con parole violente, ma con fatti e documenti esatti, come la furia dei nostri nemici ha vanamente tentato di diminuire l'alta dignità morale e politica della causa che le nostre armi faranno prevalere. Parlerò con la calma di cui il Re d'Italia ha dato un nobile esempio, quando ha richiamato alle armi le sue forze di terra e di mare. Parlerò con il rispetto dovuto alla mia posizione e al luogo in cui mi trovo. Proverò ad ignorare gli insulti scritti nei proclami Imperiali, Reali e Arciducali. Da momento che parlo dalla Capitale e rappresento in quest'ora solenne il Popolo e il Governo dell'Italia, Io, un modesto cittadino, sento di essere molto più nobile del capo della casa degli Asburgo.

I banali statisti che, in avventata frivolezza ed errando in tutte i loro calcoli, lo scorso Luglio hanno incendiato l'intera Europa e persino i loro cuori e le loro case, hanno ora rilevato il loro recente colossale errore e nei Parlamenti di Budapest e Berlino hanno lanciato brutali invettive contro l'Italia e il suo Governo con l'ovvio disegno di assicurarsi il perdono dei loro concittadini, intossicandoli con crudeli visioni di odio e sangue. Il Cancelliere Tedesco disse di essere impregnato non d'odio, ma d'ira e parlò con convinzione perché ragionava malamente, come è usuale sotto l'effetto della collera. Non posso, anche volendo, imitare il loro linguaggio. Un atavico regresso alle primitive barbarie è più difficile per noi che abbiamo venti secoli alle spalle rispetto a loro.

La tesi fondamentale degli statisti dell'Europa Centrale deve essere rinvenuta nelle parole "tradimento e sorpresa da parte dell'Italia verso i fedeli alleati." Ci si dovrebbe chiedere se ha qualche diritto di parlare di alleanza e rispetto dei trattati chi, rappresentando con infinito meno genio, ma con eguale indifferenza morale, la tradizione di Federico il Grande e di Bismarck, proclama che la necessità non conosce legge e consente al suo paese di calpestare e seppellire sul fondo dell'oceano tutti i documenti e tutte le consuetudine della civiltà e del diritto internazionale. Ma sarebbe un'obiezione troppo semplice. Esaminiamo, al contrario, con concretezza e calma, se i nostri precedenti alleati hanno titolo per affermare di essere stati traditi e colti di sorpresa da noi.

L'orribile crimine di Sarajevo fu sfruttato come pretesto un mese dopo che avvenne, ciò è provato dal rifiuto dell'Austria di accettare le ampie offerte della Serbia, né al momento della generale conflagrazione l'Austria sarebbe stata soddisfatta dall'incondizionata accettazione dell'ultimatum. Il conte Berchtold dichiarò al Duca di Avarna il 31 luglio che, se ci fosse stata una possibilità di esercitare una mediazione, non avrebbe interrotto le ostilità che già erano cominciate con la Serbia. Questa era la mediazione per la quale la Gran Bretagna e l'Italia stavano lavorando. In ogni caso, il conte Berchthold non era disposto ad accettare mediazioni tendenti ad indebolire le condizioni indicate nella nota austriaca che, naturalmente, sarebbero state aumentate alla fine della guerra…

Dove è, allora, il tradimento, l'iniquità, la sorpresa, se, dopo nove mesi di vani sforzi per raggiungere un onorabile accordo che riconoscesse in misura equa i nostri diritti e le nostre libertà, abbiamo riassunto la nostra libertà d'azione? La verità è che l'Austria e la Germania credettero fino all'ultimo che stessero trattando con un'Italia debole, infuriata, ma non attiva, capace di provare il ricatto, ma non di sostenere con le armi i suoi giusti diritti, con un'Italia che poteva essere paralizzata spendendo pochi milioni e che con accordi che non poteva ammettere, si stava ponendo tra il paese e il Governo. La realtà era il contrario. Un'immensa esplosione di indignazione divampava attraverso l'Italia e non tra la popolazione, ma tra la nobiltà del paese che è pronta a versare il sangue per la nazione. Quest'esplosione di indignazione divampava come risultato del sospetto che un ambasciatore straniero stesse interferendo tra il Governo, il Parlamento e il paese italiano. In un lampo furono spazzate vile discussioni interne che divamparono e la nazione tutta fu unita in una meravigliosa unità morale che si dimostrerà la nostra più grande fonte di forza nelle severe lotte che ci si porranno innanzi e che ci condurranno per nostra virtù e non per benevola concessione altrui, al compimento del più alto destino del paese.

Con queste parole il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente. Dietro alle parole pronunciate in pubblico stavano però delle trattative tutt'altro che limpide, concluse già il 25 Aprile precedente, tenendo all'oscuro non solo la popolazione, ma persino il Parlamento. Le motivazioni che avevano spinto l'esecutivo italiano a lanciarsi nell'avventura della guerra si possono riassumere nel desiderio, male occultato in verità, di arrivare al compimento di quell'unità nazionale che si attendeva fin dalla presa di Roma, attraverso l'annessione del Trentino, del Tirolo Meridionale, dell'Istria eccetto Fiume e di parte della Dalmazia. Un simile allargamento dei confini sarebbe stato possibile solo con la guerra coro l'Austria, prima alleata in un'impossibile coalizione difensiva e ora nemica come sempre in tutte le guerre dell'irredentismo. Questi stessi territori furono compresi nell'accordo di Londra quale congrua compensazione per le spese di guerra a vittoria ottenuta. Trattative analoghe erano state portate avanti anche la Triplice, ma con minore fortuna. La velocità con cui ci si affrettò a stringere l'alleanza con gli stati occidentali anziché con le potenze centrali, fu dovuta in massima parte all'erronea ipotesi che, dopo lo sbarco anglo-francese nei Dardanelli verificatosi nel Febbraio del 1915, la guerra fosse prossima alla conclusione senza che l'Italia ne potesse trarre alcun vantaggio.

L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza gli enormi massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si può solo congetturare che il governo italiano considerasse sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni aspetto, vediamo come.

Preparazione bellica dell'Italia

Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era, vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione, minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87% del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la Germania misero sul lastrico numerose aziende che non potevano più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile per permettere alla calata domanda da par interna di riprendere quota, salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza prendere in considerazione i lati negativi.

La preparazione strettamente militare era forse ancor più insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e, deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco, apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare Attacco frontale e ammaestramento tattico rinverdiva la teoria secondo la quale la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo. Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice. Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.

L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito poté contare fin da subito su di un numero di uomini che tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui, compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato modico di migliaia di vittime per volta.

Atteggiamento delle forze politiche e della popolazione nei confronti della dichiarazione di guerra.

Spesso discorrendo dell'entrata in guerra dell'Italia si sente affermare che nel Maggio del 1915 la popolazione tutta volesse l'intervento, mossa da autentico furore di popolo contro le accuse di tradimento rivolteci dalla Germania e dell'Austria. Ebbene una simile asserzione non trova alcun riscontro nella realtà storica di quel mese e di quelli che lo precedettero. Le tensioni di piazza che accaddero non furono dettate dalla volontà di combattere, almeno per quel che riguarda le manifestazioni veramente popolari e non organizzate da prezzolati agitatori al soldo di non ben identificati "poteri forti". Il popolo tutto, come lo stesso Salandra riconosce nella sua dichiarazione, non era poi così scosso come si tenta di far credere. Il sentimento di unità che il Presidente del Consiglio attribuiva agli italiani era ancora poco radicato per poter essere la causa scatenante di un conflitto. Al contrario, come ben si può dedurre dalla relazione commissionata alle prefetture nell'Aprile del 1915 ed ora conservata nell'Archivio Centrale dello Stato, la popolazione era nettamente contraria alla dichiarazione di guerra. Il proletariato, sia agricolo sia operaio, non vedeva nessuna utilità nel farsi richiamato alle armi per combattere, come si diceva allora, "per i padroni". Le agitazioni socialiste di inizio secolo erano sì diminuite di numero e di consistenza, ma solo per motivi di contingenza (bisognava pur sempre portare a casa il pane!). Già per la guerra contro la Turchia, il governo aveva usato il miraggio di una terra nuova dove le opportunità di lavoro sarebbero state molteplici. Poi la Libia, fresca di conquista, si era rivelata una terra sterile e non il paradiso del povero. Nella conquista delle terre irredente, le classi meno abbienti vedevano solo nuove bocche da sfamare che sarebbero arrivate a fare concorrenza sul mercato del lavoro. Non meno contraria era la piccola e media borghesia, in particolare quella legata al commercio e all'esportazione, la quale vedeva nella guerra solo una sospensione del commercio con l'estero.

Viene ora spontaneo chiedersi quali fossero le forze che comunque provocarono con la loro scesa in piazza, i rivolgimenti che furono alla base della decisione del governo. Tra esse si devono comprendere innanzi tutto la "borghesia colta", formata da intellettuali di centro destra o in ogni caso moderati che ancora agognavano il completamento dell'unità d'Italia attraverso la liberazione di Trento e Trieste. Essi non sarebbero però stati sufficienti come gruppo di pressione se non fosse sopraggiunto il sostegno della grande industria. Quella nobiltà così offesa che dipinge Salandra può farsi coincidere proprio con gli esponenti del capitale finanziario, pronti a foraggiare l'impresa in cambio di lauti compensi di ritorno, cioè le commesse per la costruzione del materiale bellico. Non deve stupire un simile atteggiamento, dal momento che esso era ben diffuso anche in altre nazioni europee. La convinzione che si potessero conquistare nuovi mercati all'esportazione dei beni interni con le baionette non doveva scomparire neppure dopo i massacri della Prima Guerra Mondiale. Prima di passare oltre è bene fare una precisazione. Anche se la pressione e la sollecitazione dell'industria fu enorme, la libertà di azione del Governo e del Parlamento italiani rimase inalterata. Lo stesso Parlamento votò a favore della dichiarazione di guerra, nonostante ben trecento deputati avessero convenuto, sotto la guida di Giolitti, di dichiararsi apertamente per la neutralità. Fu, in definitiva, una decisione comunque politica, agevolata dall'appoggio della nobiltà e del potere economico, ma pur sempre coscientemente presa.

Atteggiamento dei soldati e condizione della truppa nei primi mesi della guerra.

Una volta entrati in guerra, la si doveva pur combattere. Fu subito chiaro che la coscrizione obbligatoria non avrebbe raccolto grandi estimatori tra le classi destinatarie. Ci furono, certo, degli arruolamenti volontari soprattutto tra i giovani ben abbienti, ma si risolsero in poca cosa rispetto a ciò che avveniva ad esempio in Germania o in Gran Bretagna. Il grosso dell'esercito doveva essere cercato tra quelle stesse categorie, in primis i contadini, che più si erano opposti. Oltre tutto la stessa politica di arruolamento del governo favorì l'insorgere di invidie e discordie. Infatti, come è evidente, gli operai dovevano per forza di cose rimanere nelle fabbriche, almeno così doveva avvenire nei primi mesi della guerra, altrimenti si sarebbe inficiata irreparabilmente la produzione. I contadini, invece, furono richiamati in massa, proprio all'inizio dell'estate, stagione delle colture. Le famiglie agrarie che basavano la propria economia sulla forza delle braccia dei giovani furono messe sul lastrico. Di certo non poteva essere sufficiente la misera paga del fante che ammontava a novanta centesimi al mese. Per ironia, tale cifra era solo una misera parte della paga di un operaio (7 lire mensili). Si finì così per catalogare coloro che lavoravano nelle fabbriche come "imboscati", mettendo poveri contro poveri. Nella stessa poco onorevole categoria ci finirono pure gli ufficiali per la loro abitudine di mantenersi nelle retrovie durante le cariche. Quello che agli occhi dei soldati semplici era un chiaro segno di codardia, rispondeva invece ad una necessità prioritaria scoperta dopo poche settimane di lotta. Gli ufficiali che avevano guidato l'assalto tra le prime fila erano stati soliti farlo a spada sguainata e con le mostrine dell'alta uniforme ben in vista, trasformandosi in bersagli perfetti per le mitragliatrici austriache con ogni condizione di visibilità. Il quadro ufficiali italiano già provato dalla guerra di Libia che ricordiamo risaliva solo al 1912, dovette essere protetto rischiando così l'odio generale.

Anche per chi non portava i gradi si presentarono inaspettate e amare sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la mantellina per riparasi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile). La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva (avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti). All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi divennero i primi compagni del fante. Le sofferenze indicate non erano solo dalla nostra parte della barricata. Vorrei citare alcuni passi da un libro del tenente d'artiglieria austriaco Fritz Weber, combattente della prima guerra mondiale:

Dove andate? Domando ad un ufficiale.
Alza le spalle: non so nulla.
Ecco un aspirante dalla faccia pallida di un bimbo.
Che cosa succede, dunque? Gli chiedo.
Gl'inglesi hanno passato il Piave, ma sono stati respinti, risponde. Tutto bene... se non ci fosse questa maledetta pioggia... E' tutta la notte che marciamo. Non hai per caso un pezzo di pane o qualcosa di simile? Ho certi crampi allo stomaco.
Rincorro il ragazzo, frugandomi nelle tasche. So benissimo di non aver nulla, ma voglio che l'aspirante se ne persuada. Benché ufficiale d'artiglieria, sono un mendicante come lui, con mille lire di carta nel portafoglio e la pancia vuota. Il giovane sorride e fa un gesto di scusa.
Non te la sei presa, vero? Dice. Speriamo che gl'inglesi abbiano dimenticato qualche scatoletta di carne! Tutto bene allora!- E sì rimette in marcia nel fango.
Tutto bene! Queste parole agiscono su di me come fossero un messaggio del cielo. Penso che la notte, la stanchezza e la solitudine accumulino nella mente paurosi fantasmi.


Ed ecco cosa racconta in un‘altra pagina del suo libro Fritz Weber:

E' già quasi sera quando approdiamo a Caorle. Il villaggio è miserabile come tutta la piana che lo circonda. Poche viuzze insignificanti e sporche, fiancheggiate da case dipinte a vivaci colori. Soltanto la vecchia chiesa col suo bel campanile romanico testimonia della magnificenza e della ricchezza, che un tempo la Repubblica di Venezia riuscì a portare fin qui. Nel paese, oltre ai soldati, si aggirano alcune dozzine di donne e vecchi. Di che cosa vivano non sì sa. E' loro proibito andare a pescare, e d'altra parte i pochi campi di ricino lungo la costa sono stati da noi requisiti e vengono sorvegliati attentamente.
Si è preso anche il loro vino, la loro unica protezione contro la malaria.
Dei bambini ci corrono incontro chiedendo la carità, si buttano davanti ai nostri piedi, gridano, implorano con la forza della disperazione un po' di caffè, un pezzo di pane! Gli occhi degli adulti ci lanciano invece sguardi carichi d'odio. Questa gente sa che anche noi siamo come dei mendicanti e che non la possiamo aiutare. Ma il suo odio impotente si concentra sui fucili che portiamo sulle spalle e che rappresentano la nostra unica forza.


A nostro vantaggio rimaneva solo l'italica arte dell'arrangiarsi che permetteva di usare gli elmetti come piatti, la tela cerata che conteneva i proiettili d'artiglieria come mantelle e foderare gli interni degli stivali con qualunque pezzo di carta venisse sotto mano per sopperire alla cronica mancanza di calze di lana.

La vita delle famiglie a casa.

La vita disgraziata al fronte non differiva poi molto da quella che conducevano i civili. A soffrire maggiormente erano di sicuro le famiglie dei richiamati. La venuta meno dei giovani comportava maggior lavoro per chi era rimasto, non solo per continuare a sfamarsi personalmente, ma anche per inviare dei pacchi viveri ai nostri connazionali che combattevano. In campagna il richiamo di qualcosa come 2.600.000 giovani nell'arco della guerra aveva tolto vitalità al settore proprio nel momento di massima richiesta, una volta venute a mancare le importazioni di grano dalla Russia, a causa del blocco dei Dardanelli. Si sopperì all'enorme domanda di braccianti con il lavoro femminile e minorile che ebbe un incremento nell'ordine del 200%. La politica dei calmieri del governo non favorì però le coltivazioni tradizionali quali il grano e il riso che vennero progressivamente abbandonate per altre colture più remunerative, sconvolgendo il mercato del pane e dei generi di prima necessità. Al limite della fame era l'esistenza dei familiari dei mezzadri che erano partiti per la guerra. Essendo sprovvisti di terra di proprietà non potevano usufruire di beni per l'autoconsumo che dovevano essere necessariamente acquistati con pagamenti in contanti. L'unico aiuto governativo fu l'istituzione di un sussidio che venne mantenuto per tutta la guerra, ma a livelli troppo bassi per servire veramente come sostentamento. Inoltre l'elargizione del contributo era stata delegata alle autorità locali che in molti casi la sfruttarono come strumento per rinsaldare vecchi rapporti clientelari Altro elemento negativo fu l'assegnazione alle autorità militari del compito di approvvigionamento alimentare. Divennero ben presto famigerate le requisizioni di bestiame e grano operate soprattutto nell'entroterra veneto, senza produrre un'adeguata copertura alimentare della popolazione.

Se nelle campagne si riusciva, a costo di gravi sacrifici, a tirare avanti, nelle città le condizioni per la sopravvivenza erano un salario fisso e una buona conoscenza del mercato nero. Per il primo punto si preferì tentare di essere assunti nell'amministrazione pubblica che ebbe un aumento di dipendenti del 33% nel giro di due anni, per l'altro aspetto ci si dovette affidare alla fortuna. A risentire maggiormente delle ristrettezze belliche non furono però gli operai, ma le classi medie della borghesia e dei professionisti. Essi, sebbene avessero dei risparmi che consentirono di passare senza danni almeno il primo inverno, esaurirono presto i depositi e senza fondi terrieri che dessero rendite in natura, si ridussero a vivere di ciò che veniva elargito attraverso il tesseramento annonario. Questo sistema, che sarebbe stato ripreso su larga scala durante la seconda guerra mondiale, non garantiva nemmeno lo stretto necessario per vivere. La razione quotidiana di pane si ridusse fino ai 200 g, ma ci sono testimonianze di gravi disguidi nelle città metropolitane, dove la distribuzione saltuariamente venne sospesa. Se richiamati, gli esponenti di queste classi avevano sì la possibilità di andare tra gli ufficiali, senza però mantenere la stessa paga che potevano ottenere da civili, riducendo di conseguenza le entrate familiari. Ad aggravare il tutto giungevano le tremende notizie portate dai militari in licenza, unico tramite per conoscere la realtà del fronte.

Disciplina militare sotto Cadorna.

Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni. Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico. Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo. Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati, facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva diviso i contadini dagli operai e entrambi dai borghesi.

Il 1917 e la disfatta di Caporetto

Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia, dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente. Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici: i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici le modalità dell'attacco.

Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la cessazione delle ostilità identificò quali maggiori responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine, il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le linee e arginare l'avanzata. Due importati conseguenze derivarono dalla disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati, cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del 1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri, la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava all'orizzonte.

Il capovolgimento della situazione e la vittoria del 1918

Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati (ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli Stati Uniti, oltre ad un contingente militare fu foriero di nuove e indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista. Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta, con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a morte furono sempre motivate.

Del tutto diversa fu l'impostazione che venne attuata verso i politici di minoranza e la gente comune in genere. I socialisti che avevano anche sostenuto il governo vennero in definitiva messi al bando con persecuzioni giudiziarie che portarono alla carcerazione di molti esponenti di rilievo. Il timore di vedere ripetere in Italia quanto accaduto in Russia era aumentato con le non velate minacce degli operai che condotti con poca oculatezza da leader di basso profilo, non nascondevano il loro malcontento. Fu così che la delazione e il tradimento presero a imperversare a tutti i livelli della scala sociale. In nome dell'Unità della Patria di fronte al nemico, si arrivò a condanne per comportamenti anche non dolosi o colposi, purché gli elementi di fatto integrassero la fattispecie della norma. Una vera e propria responsabilità assoluta in campo penale! La censura, già attivissima presso i militari fu estesa anche alla popolazione civile che rimase all'oscuro, per vie ufficiali, di quale grave rischio si stesse correndo sul Piave. Attività di propaganda più o meno nascosta fu portata avanti tra i contadini, il ceto più riottoso dell'esercito, affinché si riconoscesse nella guerra una causa nobile per cui lottare. Ci si richiamò ai principi della Chiesa Cattolica, dipingendo gli austriaci come senza Dio, perché consentivano a popolazioni filopagane di professare liberamente la propria religione (N.d.R. i musulmani bosniaci.) Si promise una riforma agraria che favorisse i mezzadri e i piccoli braccianti non proprietari, pur sapendo che non la si sarebbe mai applicata. Si arrivò a comprare il consenso con pensioni di invalidità e di guerra per le vedove dei soldati.

E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa, producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale. Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due eserciti si scontrassero!

Modifiche sociali conseguenti alla guerra

In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15 miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico. Ma le cifre non possono rappresentare tutto.

L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme. 5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non era in grado di riassorbili nella piena occupazione. Il loro posto in fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30% meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel proletariato già duramente provato. Le donne che avevano assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del 1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di libertà.

(Si avverte che la dichiarazione di Antonio Salandra non è l'originale italiano, ma una traduzione non ufficiale di una versione inglese.)

Fonti e citazioni da: "Il lato amaro della nostra vittoria" di Matteo Giambattista, "l'Italia nella Grande Guerra" di Giovanna Procacci, "Le tappe della disfatta" di Fritz Weber, "La legislazione penale di guerra" di V. Manzini, "La guerra e le classi rurali italiane" di A. Serpieri).

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