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Home > Approfondimenti > L'Italia nella grande guerra
23 Maggio 1915. Dichiarazione di Antonio Salandra in favore degli Alleati.
Mi rivolgo all'Italia e al mondo civilizzato per mostrare non
con parole violente, ma con fatti e documenti esatti, come la furia dei
nostri nemici ha vanamente tentato di diminuire l'alta dignità
morale e politica della causa che le nostre armi faranno prevalere.
Parlerò con la calma di cui il Re d'Italia ha dato un nobile
esempio, quando ha richiamato alle armi le sue forze di terra e di
mare. Parlerò con il rispetto dovuto alla mia posizione e al
luogo in cui mi trovo. Proverò ad ignorare gli insulti scritti
nei proclami Imperiali, Reali e Arciducali. Da momento che parlo dalla
Capitale e rappresento in quest'ora solenne il Popolo e il Governo
dell'Italia, Io, un modesto cittadino, sento di essere molto più
nobile del capo della casa degli Asburgo.
I banali statisti che, in avventata frivolezza ed errando in tutte i
loro calcoli, lo scorso Luglio hanno incendiato l'intera Europa e
persino i loro cuori e le loro case, hanno ora rilevato il loro recente
colossale errore e nei Parlamenti di Budapest e Berlino hanno lanciato
brutali invettive contro l'Italia e il suo Governo con l'ovvio disegno
di assicurarsi il perdono dei loro concittadini, intossicandoli con
crudeli visioni di odio e sangue. Il Cancelliere Tedesco disse di
essere impregnato non d'odio, ma d'ira e parlò con convinzione
perché ragionava malamente, come è usuale sotto l'effetto
della collera. Non posso, anche volendo, imitare il loro linguaggio. Un
atavico regresso alle primitive barbarie è più difficile
per noi che abbiamo venti secoli alle spalle rispetto a loro.
La tesi fondamentale degli statisti dell'Europa Centrale deve essere
rinvenuta nelle parole "tradimento e sorpresa da parte dell'Italia
verso i fedeli alleati." Ci si dovrebbe chiedere se ha qualche diritto
di parlare di alleanza e rispetto dei trattati chi, rappresentando con
infinito meno genio, ma con eguale indifferenza morale, la tradizione
di Federico il Grande e di Bismarck, proclama che la necessità
non conosce legge e consente al suo paese di calpestare e seppellire
sul fondo dell'oceano tutti i documenti e tutte le consuetudine della
civiltà e del diritto internazionale. Ma sarebbe un'obiezione
troppo semplice. Esaminiamo, al contrario, con concretezza e calma, se
i nostri precedenti alleati hanno titolo per affermare di essere stati
traditi e colti di sorpresa da noi.
L'orribile crimine di Sarajevo fu sfruttato come pretesto un mese dopo
che avvenne, ciò è provato dal rifiuto dell'Austria di
accettare le ampie offerte della Serbia, né al momento della
generale conflagrazione l'Austria sarebbe stata soddisfatta
dall'incondizionata accettazione dell'ultimatum. Il conte Berchtold
dichiarò al Duca di Avarna il 31 luglio che, se ci fosse stata
una possibilità di esercitare una mediazione, non avrebbe
interrotto le ostilità che già erano cominciate con la
Serbia. Questa era la mediazione per la quale la Gran Bretagna e
l'Italia stavano lavorando. In ogni caso, il conte Berchthold non era
disposto ad accettare mediazioni tendenti ad indebolire le condizioni
indicate nella nota austriaca che, naturalmente, sarebbero state
aumentate alla fine della guerra…
Dove è, allora, il tradimento, l'iniquità, la sorpresa,
se, dopo nove mesi di vani sforzi per raggiungere un onorabile accordo
che riconoscesse in misura equa i nostri diritti e le nostre
libertà, abbiamo riassunto la nostra libertà d'azione? La
verità è che l'Austria e la Germania credettero fino
all'ultimo che stessero trattando con un'Italia debole, infuriata, ma
non attiva, capace di provare il ricatto, ma non di sostenere con le
armi i suoi giusti diritti, con un'Italia che poteva essere paralizzata
spendendo pochi milioni e che con accordi che non poteva ammettere, si
stava ponendo tra il paese e il Governo. La realtà era il
contrario. Un'immensa esplosione di indignazione divampava attraverso
l'Italia e non tra la popolazione, ma tra la nobiltà del paese
che è pronta a versare il sangue per la nazione.
Quest'esplosione di indignazione divampava come risultato del sospetto
che un ambasciatore straniero stesse interferendo tra il Governo, il
Parlamento e il paese italiano. In un lampo furono spazzate vile
discussioni interne che divamparono e la nazione tutta fu unita in una
meravigliosa unità morale che si dimostrerà la nostra
più grande fonte di forza nelle severe lotte che ci si porranno
innanzi e che ci condurranno per nostra virtù e non per benevola
concessione altrui, al compimento del più alto destino del paese.
Con queste parole il 23 Maggio del 1915 Antonio Salandra, Primo
Ministro del governo italiano, rompeva gli indugi e denunciando gli
accordi della Triplice Alleanza, si pronunciava a favore
dell'intervento del nostro paese in favore degli Alleati, uscendo dalla
neutralità dichiarata fin dallo scoppio della Prima Guerra
Mondiale, avvenuto nel Luglio dell'anno precedente. Dietro alle parole
pronunciate in pubblico stavano però delle trattative tutt'altro
che limpide, concluse già il 25 Aprile precedente, tenendo
all'oscuro non solo la popolazione, ma persino il Parlamento. Le
motivazioni che avevano spinto l'esecutivo italiano a lanciarsi
nell'avventura della guerra si possono riassumere nel desiderio, male
occultato in verità, di arrivare al compimento di
quell'unità nazionale che si attendeva fin dalla presa di Roma,
attraverso l'annessione del Trentino, del Tirolo Meridionale,
dell'Istria eccetto Fiume e di parte della Dalmazia. Un simile
allargamento dei confini sarebbe stato possibile solo con la guerra
coro l'Austria, prima alleata in un'impossibile coalizione difensiva e
ora nemica come sempre in tutte le guerre dell'irredentismo. Questi
stessi territori furono compresi nell'accordo di Londra quale congrua
compensazione per le spese di guerra a vittoria ottenuta. Trattative
analoghe erano state portate avanti anche la Triplice, ma con minore
fortuna. La velocità con cui ci si affrettò a stringere
l'alleanza con gli stati occidentali anziché con le potenze
centrali, fu dovuta in massima parte all'erronea ipotesi che, dopo lo
sbarco anglo-francese nei Dardanelli verificatosi nel Febbraio del
1915, la guerra fosse prossima alla conclusione senza che l'Italia ne
potesse trarre alcun vantaggio.
L'illusione che il conflitto sarebbe stato di breve durata era
largamente diffuso sia a livello politico sia tra le gerarchie
militari. Antonio Salandra n'era talmente certo che nel concordare con
gli Alleati i termini di cooperazione non aveva previsto nessun tipo di
rifornimento bellico. Si arrivava a negare l'evidenza gli enormi
massacri di uomini che già si erano verificati sul fronte
francese, confondendo un'ormai lampante guerra di posizione combattuta
attraverso armi tecnologicamente avanzate con una guerra in stile
coloniale, come quelle che ci avevano visti impegnati in Eritrea prima
e in Libia poi. Secondariamente si era certi che la vittoria non
avrebbe potuto sfuggire alle potenze alleate. E' impossibile sapere con
certezza quali ragioni fossero alla base di quest'ipotesi, si
può solo congetturare che il governo italiano considerasse
sufficiente l'intervento del nostro esercito per rompere l'equilibrio
instauratosi nell'anno precedente. L'irruenza del governo Salandra ci
avrebbe portati nel primo Conflitto Mondiale impreparati sotto ogni
aspetto, vediamo come.
Preparazione bellica dell'Italia
Sul lato economico, il periodo di neutralità, invece di
avvantaggiare l'industria e il commercio italiani, li aveva
ulteriormente indeboliti. Le gravi fluttuazioni finanziarie causate
dalla guerra avevano costretto la Borsa a chiudere i battenti. Fin
dallo scoppio delle ostilità le materie prime necessarie a un
paese industrializzato, quale ricordiamo ancora l'Italia non era,
vennero a mancare, essendo legate in massima parte all'importazione,
minacciata dai blocchi contrapposti delle nazioni in lotta. Ben l'87%
del combustibile utilizzato nel nostro paese veniva importato dalla
Gran Bretagna, ma come abbiamo già ricordato ci si guardò
bene da ricomprendere questa fornitura nel patto di collaborazione. La
chiusura dei mercati commerciali tradizionali, quali la Francia e la
Germania misero sul lastrico numerose aziende che non potevano
più essere sostenute attraverso contributi di tipo statale. Le
grandi forze industriali videro nella guerra l'unico sbocco accettabile
per permettere alla calata domanda da par interna di riprendere quota,
salvaguardando nello stesso tempo i capitali nazionali. Si voleva
cioè tutti i vantaggi produttivi dello scontro armato senza
prendere in considerazione i lati negativi.
La preparazione strettamente militare era forse ancor più
insufficiente che quella economica. Due difetti principali si sarebbero
evidenziati durante i primi mesi: innanzi tutto un'arretratezza
strategica nel pensiero del quadro comandanti dell'esercito italiano e,
deficienza maggiore, totale mancanza di approvvigionamenti adeguati. Il
generale Cadorna, comandante supremo delle forze sul fronte austriaco,
apparteneva a quella schiera di uomini d'arme formatisi col mito
garibaldino dell'assalto all'arma bianca. Nella sua circolare Attacco
frontale e ammaestramento tattico rinverdiva la teoria secondo la quale
la miglior difesa sarebbe l'attacco e, nello specifico, l'attacco
frontale di fanteria dopo preparazione di artiglieria. Già
Napoleone nella battaglia della Moscova aveva sperimentato quanto fosse
controproducente tale impostazione quando di fronte si avevano delle
truppe trincerate e ben disciplinate e gli Austriaci rispondevano alla
perfezione a questo stereotipo. Durante il periodo della nostra
neutralità l'Austria aveva provveduto a fortificare tutto il
confine dal Trentino alla Venezia Giulia, fidandosi ben poco della
parola data dall'Italia di rimanere estranea alla guerra. Quindi non si
andava contro uomini impreparati, ma si sarebbero fronteggiati fanti
motivati e spesso già provati dal fuoco del fronte russo.
Ulteriore fattore di rottura con le passate tecniche militari fu
l'introduzione di una rivoluzionaria arma leggera: la mitragliatrice.
Collaudata con successo dagli inglesi durante la guerra boera di inizio
secolo fu ben presto adottata da tutte le altre potenze. Con un minimo
impiego di personale, questo strumento di morte poteva garantire la
copertura di un largo tratto di terreno, contro qualunque assalto di
fanteria. Il comando italiano sembrò ignorare questa semplice
verità. Non soltanto i nostri soldati vennero mandati a morire
contro le armi a ripetizione austriache, ma ci vollero diversi mesi
prima che le nostre trincee vedessero spuntare mitragliatrici a
sufficienza per controbattere gli attacchi dell'esercito degli Asburgo.
L'unica vera forza che si rivelerà tale fino al momento della
vittoria era quella del povero fantaccino italiano. L'esercito
poté contare fin da subito su di un numero di uomini che
tendenzialmente fluttuava tra un 1.000.000 e un 1.500.000 individui,
compresi i riservisti; una cifra nettamente superiore a quella che gli
austriaci potevano disporre sullo stesso fronte. Purtroppo per coloro
che dovettero cimentarsi in quell'ardua prova di resistenza che fu il
servizio di leva, la superiorità numerica divenne il maggior
handicap per la sopravvivenza in linea. I comandi, consci della
situazione, considerarono le divisioni d'assalto nulla più che
strumenti alla pari delle altre armi, solo facilmente sostituibili. Il
termine "carne da cannone" sebbene non coniato in quel tempo divenne
tristemente famoso per gli inutili e ripetuti assalti ordinati per
guadagnare poche centinaia di metri di terra al prezzo considerato
modico di migliaia di vittime per volta.
Atteggiamento delle forze politiche e della popolazione nei confronti della dichiarazione di guerra.
Spesso discorrendo dell'entrata in guerra dell'Italia si sente
affermare che nel Maggio del 1915 la popolazione tutta volesse
l'intervento, mossa da autentico furore di popolo contro le accuse di
tradimento rivolteci dalla Germania e dell'Austria. Ebbene una simile
asserzione non trova alcun riscontro nella realtà storica di
quel mese e di quelli che lo precedettero. Le tensioni di piazza che
accaddero non furono dettate dalla volontà di combattere, almeno
per quel che riguarda le manifestazioni veramente popolari e non
organizzate da prezzolati agitatori al soldo di non ben identificati
"poteri forti". Il popolo tutto, come lo stesso Salandra riconosce
nella sua dichiarazione, non era poi così scosso come si tenta
di far credere. Il sentimento di unità che il Presidente del
Consiglio attribuiva agli italiani era ancora poco radicato per poter
essere la causa scatenante di un conflitto. Al contrario, come ben si
può dedurre dalla relazione commissionata alle prefetture
nell'Aprile del 1915 ed ora conservata nell'Archivio Centrale dello
Stato, la popolazione era nettamente contraria alla dichiarazione di
guerra. Il proletariato, sia agricolo sia operaio, non vedeva nessuna
utilità nel farsi richiamato alle armi per combattere, come si
diceva allora, "per i padroni". Le agitazioni socialiste di inizio
secolo erano sì diminuite di numero e di consistenza, ma solo
per motivi di contingenza (bisognava pur sempre portare a casa il
pane!). Già per la guerra contro la Turchia, il governo aveva
usato il miraggio di una terra nuova dove le opportunità di
lavoro sarebbero state molteplici. Poi la Libia, fresca di conquista,
si era rivelata una terra sterile e non il paradiso del povero. Nella
conquista delle terre irredente, le classi meno abbienti vedevano solo
nuove bocche da sfamare che sarebbero arrivate a fare concorrenza sul
mercato del lavoro. Non meno contraria era la piccola e media
borghesia, in particolare quella legata al commercio e
all'esportazione, la quale vedeva nella guerra solo una sospensione del
commercio con l'estero.
Viene ora spontaneo chiedersi quali fossero le forze che comunque
provocarono con la loro scesa in piazza, i rivolgimenti che furono alla
base della decisione del governo. Tra esse si devono comprendere
innanzi tutto la "borghesia colta", formata da intellettuali di centro
destra o in ogni caso moderati che ancora agognavano il completamento
dell'unità d'Italia attraverso la liberazione di Trento e
Trieste. Essi non sarebbero però stati sufficienti come gruppo
di pressione se non fosse sopraggiunto il sostegno della grande
industria. Quella nobiltà così offesa che dipinge
Salandra può farsi coincidere proprio con gli esponenti del
capitale finanziario, pronti a foraggiare l'impresa in cambio di lauti
compensi di ritorno, cioè le commesse per la costruzione del
materiale bellico. Non deve stupire un simile atteggiamento, dal
momento che esso era ben diffuso anche in altre nazioni europee. La
convinzione che si potessero conquistare nuovi mercati all'esportazione
dei beni interni con le baionette non doveva scomparire neppure dopo i
massacri della Prima Guerra Mondiale. Prima di passare oltre è
bene fare una precisazione. Anche se la pressione e la sollecitazione
dell'industria fu enorme, la libertà di azione del Governo e del
Parlamento italiani rimase inalterata. Lo stesso Parlamento votò
a favore della dichiarazione di guerra, nonostante ben trecento
deputati avessero convenuto, sotto la guida di Giolitti, di dichiararsi
apertamente per la neutralità. Fu, in definitiva, una decisione
comunque politica, agevolata dall'appoggio della nobiltà e del
potere economico, ma pur sempre coscientemente presa.
Atteggiamento dei soldati e condizione della truppa nei primi mesi della guerra.
Una volta entrati in guerra, la si doveva pur combattere. Fu subito
chiaro che la coscrizione obbligatoria non avrebbe raccolto grandi
estimatori tra le classi destinatarie. Ci furono, certo, degli
arruolamenti volontari soprattutto tra i giovani ben abbienti, ma si
risolsero in poca cosa rispetto a ciò che avveniva ad esempio in
Germania o in Gran Bretagna. Il grosso dell'esercito doveva essere
cercato tra quelle stesse categorie, in primis i contadini, che
più si erano opposti. Oltre tutto la stessa politica di
arruolamento del governo favorì l'insorgere di invidie e
discordie. Infatti, come è evidente, gli operai dovevano per
forza di cose rimanere nelle fabbriche, almeno così doveva
avvenire nei primi mesi della guerra, altrimenti si sarebbe inficiata
irreparabilmente la produzione. I contadini, invece, furono richiamati
in massa, proprio all'inizio dell'estate, stagione delle colture. Le
famiglie agrarie che basavano la propria economia sulla forza delle
braccia dei giovani furono messe sul lastrico. Di certo non poteva
essere sufficiente la misera paga del fante che ammontava a novanta
centesimi al mese. Per ironia, tale cifra era solo una misera parte
della paga di un operaio (7 lire mensili). Si finì così
per catalogare coloro che lavoravano nelle fabbriche come "imboscati",
mettendo poveri contro poveri. Nella stessa poco onorevole categoria ci
finirono pure gli ufficiali per la loro abitudine di mantenersi nelle
retrovie durante le cariche. Quello che agli occhi dei soldati semplici
era un chiaro segno di codardia, rispondeva invece ad una
necessità prioritaria scoperta dopo poche settimane di lotta.
Gli ufficiali che avevano guidato l'assalto tra le prime fila erano
stati soliti farlo a spada sguainata e con le mostrine dell'alta
uniforme ben in vista, trasformandosi in bersagli perfetti per le
mitragliatrici austriache con ogni condizione di visibilità. Il
quadro ufficiali italiano già provato dalla guerra di Libia che
ricordiamo risaliva solo al 1912, dovette essere protetto rischiando
così l'odio generale.
Anche per chi non portava i gradi si presentarono inaspettate e amare
sorprese. La stolta convinzione di una guerra breve aveva impedito al
governo di provvedere per tempo al confezionamento delle divise
invernali, così che al sopraggiungere della brutta stagione
anche i soldati sul fronte del Trentino si trovarono senza neppure la
mantellina per riparasi dalla pioggia e dalla neve. L'addestramento
sommario che veniva impartito agli uomini, subito inviati in trincea
spesso nell'imminenza di un attacco, risultava del tutto inutile. Solo
i più esperti (coloro che sopravvivevano al battesimo del fuoco
e non superavano il 40%) capivano che una pala da campo poteva essere
un'arma più sicura della baionetta che tendeva a incastrarsi tra
le costole dei nemici, rendendo inutilizzabile il fucile o che era da
evitarsi assolutamente il servizio di corvée per il rancio visto
che gli austriaci sparavano a vista sui malcapitati inservienti di
cucina, cercando di affamare l'avversario. Sotto questo aspetto non ci
voleva poi molto perché il pasto quotidiano del soldato italiano
si limitava a zuppa di cavoli o patate e pane (non sempre disponibile).
La sopravvivenza in trincea era legata alla facilità con cui si
apprendevano alcuni semplici trucchi: non fumare di notte, non orinare
calandosi i calzoni per non rischiare l'assideramento nelle zone di
montagna, dividere il cibo con il compagno anche se non lo si conosceva
(avveniva di frequente che non ci fosse neppure il tempo di farsi dire
il nome del proprio vicino, da qui il grande numeri di caduti ignoti).
All'inizio i morti venivano recuperati anche a rischio della vita dagli
infermieri che si avventuravano nella terra di nessuno tra le trincee
contrapposte, in seguito i corpi vennero lasciati là dove
cadevano, anche all'interno degli stessi camminamenti. Ratti e pidocchi
divennero i primi compagni del fante. Le sofferenze indicate non erano
solo dalla nostra parte della barricata. Vorrei citare alcuni passi da
un libro del tenente d'artiglieria austriaco Fritz Weber, combattente
della prima guerra mondiale:
Dove andate? Domando ad un ufficiale.
Alza le spalle: non so nulla.
Ecco un aspirante dalla faccia pallida di un bimbo.
Che cosa succede, dunque? Gli chiedo.
Gl'inglesi hanno passato il Piave, ma sono stati respinti, risponde.
Tutto bene... se non ci fosse questa maledetta pioggia... E' tutta la
notte che marciamo. Non hai per caso un pezzo di pane o qualcosa di
simile? Ho certi crampi allo stomaco.
Rincorro il ragazzo, frugandomi nelle tasche. So benissimo di non aver
nulla, ma voglio che l'aspirante se ne persuada. Benché
ufficiale d'artiglieria, sono un mendicante come lui, con mille lire di
carta nel portafoglio e la pancia vuota. Il giovane sorride e fa un
gesto di scusa.
Non te la sei presa, vero? Dice. Speriamo che gl'inglesi abbiano
dimenticato qualche scatoletta di carne! Tutto bene allora!- E
sì rimette in marcia nel fango.
Tutto bene! Queste parole agiscono su di me come fossero un messaggio
del cielo. Penso che la notte, la stanchezza e la solitudine accumulino
nella mente paurosi fantasmi.
Ed ecco cosa racconta in un‘altra pagina del suo libro Fritz Weber:
E' già quasi sera quando approdiamo a Caorle. Il villaggio
è miserabile come tutta la piana che lo circonda. Poche viuzze
insignificanti e sporche, fiancheggiate da case dipinte a vivaci
colori. Soltanto la vecchia chiesa col suo bel campanile romanico
testimonia della magnificenza e della ricchezza, che un tempo la
Repubblica di Venezia riuscì a portare fin qui. Nel paese, oltre
ai soldati, si aggirano alcune dozzine di donne e vecchi. Di che cosa
vivano non sì sa. E' loro proibito andare a pescare, e d'altra
parte i pochi campi di ricino lungo la costa sono stati da noi
requisiti e vengono sorvegliati attentamente.
Si è preso anche il loro vino, la loro unica protezione contro la malaria.
Dei bambini ci corrono incontro chiedendo la carità, si buttano
davanti ai nostri piedi, gridano, implorano con la forza della
disperazione un po' di caffè, un pezzo di pane! Gli occhi degli
adulti ci lanciano invece sguardi carichi d'odio. Questa gente sa che
anche noi siamo come dei mendicanti e che non la possiamo aiutare. Ma
il suo odio impotente si concentra sui fucili che portiamo sulle spalle
e che rappresentano la nostra unica forza.
A nostro vantaggio rimaneva solo l'italica arte dell'arrangiarsi che
permetteva di usare gli elmetti come piatti, la tela cerata che
conteneva i proiettili d'artiglieria come mantelle e foderare gli
interni degli stivali con qualunque pezzo di carta venisse sotto mano
per sopperire alla cronica mancanza di calze di lana.
La vita delle famiglie a casa.
La vita disgraziata al fronte non differiva poi molto da quella che
conducevano i civili. A soffrire maggiormente erano di sicuro le
famiglie dei richiamati. La venuta meno dei giovani comportava maggior
lavoro per chi era rimasto, non solo per continuare a sfamarsi
personalmente, ma anche per inviare dei pacchi viveri ai nostri
connazionali che combattevano. In campagna il richiamo di qualcosa come
2.600.000 giovani nell'arco della guerra aveva tolto vitalità al
settore proprio nel momento di massima richiesta, una volta venute a
mancare le importazioni di grano dalla Russia, a causa del blocco dei
Dardanelli. Si sopperì all'enorme domanda di braccianti con il
lavoro femminile e minorile che ebbe un incremento nell'ordine del
200%. La politica dei calmieri del governo non favorì
però le coltivazioni tradizionali quali il grano e il riso che
vennero progressivamente abbandonate per altre colture più
remunerative, sconvolgendo il mercato del pane e dei generi di prima
necessità. Al limite della fame era l'esistenza dei familiari
dei mezzadri che erano partiti per la guerra. Essendo sprovvisti di
terra di proprietà non potevano usufruire di beni per
l'autoconsumo che dovevano essere necessariamente acquistati con
pagamenti in contanti. L'unico aiuto governativo fu l'istituzione di un
sussidio che venne mantenuto per tutta la guerra, ma a livelli troppo
bassi per servire veramente come sostentamento. Inoltre l'elargizione
del contributo era stata delegata alle autorità locali che in
molti casi la sfruttarono come strumento per rinsaldare vecchi rapporti
clientelari Altro elemento negativo fu l'assegnazione alle
autorità militari del compito di approvvigionamento alimentare.
Divennero ben presto famigerate le requisizioni di bestiame e grano
operate soprattutto nell'entroterra veneto, senza produrre un'adeguata
copertura alimentare della popolazione.
Se nelle campagne si riusciva, a costo di gravi sacrifici, a tirare
avanti, nelle città le condizioni per la sopravvivenza erano un
salario fisso e una buona conoscenza del mercato nero. Per il primo
punto si preferì tentare di essere assunti nell'amministrazione
pubblica che ebbe un aumento di dipendenti del 33% nel giro di due
anni, per l'altro aspetto ci si dovette affidare alla fortuna. A
risentire maggiormente delle ristrettezze belliche non furono
però gli operai, ma le classi medie della borghesia e dei
professionisti. Essi, sebbene avessero dei risparmi che consentirono di
passare senza danni almeno il primo inverno, esaurirono presto i
depositi e senza fondi terrieri che dessero rendite in natura, si
ridussero a vivere di ciò che veniva elargito attraverso il
tesseramento annonario. Questo sistema, che sarebbe stato ripreso su
larga scala durante la seconda guerra mondiale, non garantiva nemmeno
lo stretto necessario per vivere. La razione quotidiana di pane si
ridusse fino ai 200 g, ma ci sono testimonianze di gravi disguidi nelle
città metropolitane, dove la distribuzione saltuariamente venne
sospesa. Se richiamati, gli esponenti di queste classi avevano
sì la possibilità di andare tra gli ufficiali, senza
però mantenere la stessa paga che potevano ottenere da civili,
riducendo di conseguenza le entrate familiari. Ad aggravare il tutto
giungevano le tremende notizie portate dai militari in licenza, unico
tramite per conoscere la realtà del fronte.
Disciplina militare sotto Cadorna.
Nelle visite alle famiglie fu rivelato uno dei risvolti più
truci dell'esistenza dei soldati: la crudele disciplina che veniva
impartita per costringere i reparti a combattere. La sanguinosa
realtà della guerra rivelatasi all'improvviso a centinaia di
migliaia di giovani aveva causato una serie inesauribile di diserzioni.
Per limitare il fenomeno furono adottate delle misure che arrivarono al
punto di far temere più i propri ufficiali superiori del nemico.
Prima fra tutte la decimazione. Nel caso di inottemperanza agli ordini
o di codardia di un reparto veniva scelto a caso per essere fucilato un
uomo ogni dieci. Lo stesso Cadorna si attenne alla filosofia che un
buon comando "deve porre i soldati di fronte alla scelta tra la morte
probabile al fronte e quella inevitabile dietro il fronte". Si è
discusso a lungo sull'utilità della decimazione per la condotta
della guerra ed è innegabile che essa servi quale deterrente
contro la fuga in massa, altrimenti in agguato dietro l'angolo.
Però fu l'applicazione in pratica che generò distorsioni
aberranti. I plotoni venivano decimati anche se solo sospettati di
fellonia e in certi casi anche solo per l'accusa di avere tra le
proprie fila un ladro. Accanto alla decimazione che rimaneva comunque
una soluzione legalmente riconosciuta e approvata ufficialmente con
circolari del Comando Supremo, vi era l'esecuzione sommaria posta in
essere dai sottufficiali di squadra o di compagnia. Il rifiuto di
uscire dalle trincee era considerata colpa sufficiente per ricevere una
pallottola sul posto, senza bisogno di nessuna corte marziale. Dei
metodi così arbitrari originarono odio profondo tra la truppa e
gli ufficiali che si risolse in diversi episodi di insubordinazione
aperta (poi punita con la decimazione) o di giustizia sommaria (certi
ufficiali furono assassinati alle spalle dai loro stessi subalterni). I
carabinieri ebbero pessima fama tra i soldati perché furono
preposti al recupero dei disertori e perciò accomunati agli
ufficiali. Se vogliamo cercare un lato positivo nella disciplina
applicata fu quello di creare un forte spirito di corpo tra i soldati,
facendo venire meno quell'iniziale diffidenza di classe che aveva
diviso i contadini dagli operai e entrambi dai borghesi.
Il 1917 e la disfatta di Caporetto
Per due lunghi anni le posizioni sul fronte italiano rimasero
pressoché immutate. Nessuna delle due parti aveva forze per
sfondare le linee nemiche e i combattimenti si risolvevano in
infruttuose attacchi di fanteria puntualmente respinti. Nei pochi casi
in cui si riusciva a conquistare una trincea o una collina tatticamente
importante, non era raro doverla abbandonare per un successivo
contrattacco. Niente di diverso di ciò che avveniva in Francia,
dopo tutto. I due eserciti si logoravano lentamente perdendo secondo
stime attendibili poco più di 700.000 uomini complessivamente.
Forse la guerra avrebbe potuto continuare così se non fosse
intervenuto un avvenimento dalle conseguenze epocali: la rivoluzione in
Russia. Il rivolgimento avvenuto sul fronte orientale permise agli
stati dell'Europa Centrale di liberare un numero imponente di forze che
furono immediatamente disponibili per un reimpiego contro le nazioni
occidentali. Le avvisaglie di un'imminente offensiva furono molteplici:
i movimenti sempre più frequenti degli austriaci, i resoconti di
prigionieri sullo spostamento di rifornimenti e armi e addirittura
l'intercettazione di messaggi radio che comunicavano ai comandi tattici
le modalità dell'attacco.
Come sempre accade in ogni grande disfatta si sommarono i meriti e i
demeriti delle fazioni in campo e purtroppo per l'Italia, la
mediocrità dei generali che la guidavano si dimostrò
appieno in quel frangente. Un'inchiesta condotta subito dopo la
cessazione delle ostilità identificò quali maggiori
responsabili lo stesso Cadorna e il generale Capello, responsabile del
tratto di fronte su cui si riversò il primo duro colpo. Egli
avrebbe dovuto mantenere un'impostazione difensiva, invece si
preoccupò, unico tra tanti, di salvaguardare la vita dei propri
soldati e permise la ritirata. Essa si trasformò in pratica in
una fuga, tanto che dopo aver abbandonato le posizioni intorno a Udine,
il nostro esercito fu costretto a retrocedere prima sul Tagliamento e
quindi fino al Piave. Il limitato impegno delle truppe tedesche al
fianco degli Austriaci consentì sul fiume di riorganizzare le
linee e arginare l'avanzata. Due importati conseguenze derivarono dalla
disfatta di Caporetto. In primo luogo la definitiva presa di coscienza
che le motivazioni di allargamento territoriale che avevano spinto alla
guerra era seriamente minacciate, addirittura la stessa Milano avrebbe
potuto cadere in mano nemica! Poi ci si accorse che Cadorna non poteva
rimanere al posto di comando. Egli fu fortunatamente sostituito con
Armando Diaz, un militare dalle più ampie vedute che si
premurò di analizzare i motivi del basso morale dei soldati,
cercando di porvi rimedio con urgenza. Per il livello politico fu una
vera rivoluzione. Boselli, succeduto a Salandra dopo gli stalli del
1916 si dovette dimettere in favore di Vittorio Emanuele Orlando. Il
momento era grave. Circa 300.000 uomini erano stati fatti prigionieri,
la metà delle divisioni erano state annientate. Un solo aspetto
positivo si poteva rilevare in tutto ciò e stava
nell'accorciamento del fronte di ben 250 km. Ciò comportava una
maggiore densità di soldati per km di fronte e permetteva di
supplire al ridotto numero disponibile. Per tornare a riempire le fila
si fu costretti a richiamare anche la classe dei diciassettenni che
venne lanciata nella mischia come ultima speranza. Pure per i nostri
alleati la vita non era rosea. In Francia alcuni reparti minacciarono
di marciare su Parigi e la disobbedienza aperta fu l'unica risposta di
fronte ad ordini insensati che non tenevano conto dell'alto numero di
vittime che provocavano. Una vittoria della Triplice si profilava
all'orizzonte.
Il capovolgimento della situazione e la vittoria del 1918
Quali furono i cambiamenti che permisero all'Italia di arrivare
comunque alla vittoria? Ci fu innanzi tutto una modifica del
trattamento dei soldati che si può sintetizzare in un solo
vocabolo: rispetto. Fu, infatti, la considerazione del fante non
più come semplice automa da combattimento, ma come risorsa da
salvaguardare che fece aumentare, sebbene di poco, il morale della
truppa. Non si arrivò certo a un senso di puro amor patrio che
era estraneo ai soldati italiani, ma l'adozione di una tattica
difensiva nei primi mesi del 1918 limitò le perdite giornaliere
a poco più di 600 contro le 2000 del precedente semestre. Una
maggiore sopravvivenza consentì la formazione di un nucleo di
veterani che sostenesse con la propria esperienza i nuovi arrivati
(ancor meno addestrati che nei precedenti anni). L'intervento degli
Stati Uniti, oltre ad un contingente militare fu foriero di nuove e
indispensabili forniture di viveri e materiale bellico. La grave crisi
militare servì a far unire tutte le forze politiche in un fronte
nazionale che diede allo stato una nuovo impostazione centrista.
Persino i socialisti diedero il loro appoggio, anche se contrari alla
guerra per principio. L'accentramento del potere nelle mani del governo
diede slancio alla produzione nazionale coordinata finalmente verso un
solo scopo: la vittoria. Con un'impostazione di tal fatta fu possibile
rimpiazzare tutto il materiale perso durante la ritirata verso il
Piave. I miglioramenti attuati nei confronti dei soldati non fecero
venire meno la feroce repressione che aveva caratterizzato il periodo
di Cadorna, anzi essa divenne ancora più pressante e violenta,
con l'aumento delle fucilazioni e delle incarcerazioni. Soltanto non
aveva più quei caratteri di parzialità che terrorizzavano
gli uomini. I processi sommari diminuirono nettamente e le condanne a
morte furono sempre motivate.
Del tutto diversa fu l'impostazione che venne attuata verso i politici
di minoranza e la gente comune in genere. I socialisti che avevano
anche sostenuto il governo vennero in definitiva messi al bando con
persecuzioni giudiziarie che portarono alla carcerazione di molti
esponenti di rilievo. Il timore di vedere ripetere in Italia quanto
accaduto in Russia era aumentato con le non velate minacce degli operai
che condotti con poca oculatezza da leader di basso profilo, non
nascondevano il loro malcontento. Fu così che la delazione e il
tradimento presero a imperversare a tutti i livelli della scala
sociale. In nome dell'Unità della Patria di fronte al nemico, si
arrivò a condanne per comportamenti anche non dolosi o colposi,
purché gli elementi di fatto integrassero la fattispecie della
norma. Una vera e propria responsabilità assoluta in campo
penale! La censura, già attivissima presso i militari fu estesa
anche alla popolazione civile che rimase all'oscuro, per vie ufficiali,
di quale grave rischio si stesse correndo sul Piave. Attività di
propaganda più o meno nascosta fu portata avanti tra i
contadini, il ceto più riottoso dell'esercito, affinché
si riconoscesse nella guerra una causa nobile per cui lottare. Ci si
richiamò ai principi della Chiesa Cattolica, dipingendo gli
austriaci come senza Dio, perché consentivano a popolazioni
filopagane di professare liberamente la propria religione (N.d.R. i
musulmani bosniaci.) Si promise una riforma agraria che favorisse i
mezzadri e i piccoli braccianti non proprietari, pur sapendo che non la
si sarebbe mai applicata. Si arrivò a comprare il consenso con
pensioni di invalidità e di guerra per le vedove dei soldati.
E' difficile sapere quante di queste iniziative ebbero successo anche
solo parzialmente. Un dato certo è che gli italiani, soldati e
civili, si unirono veramente per cercare la vittoria ed essa fu
conseguita. I referenziati politici che si avventuravano in comizi
pubblici erano sistematicamente fischiati, ma ciononostante il
sentimento di unione che Salandra predicava nella sua dichiarazione fu
finalmente raggiunto. L'ultima offensiva della Triplice fu condotta nel
Giugno del 1918 e si andò ad arenare sulle trincee del Piave. Da
quel momento in avanti l'Italia avrebbe ripreso in mano l'iniziativa,
producendosi in una serie di offensive consecutive che ci avrebbero
condotto alla definitiva resa dell'Impero asburgico. Il nostro nemico
aveva sofferto quanto noi gli anni della guerra con in più le
difficoltà di essere uno stato multietnico e multinazionale.
Ciò produsse tensioni e attriti negli avversari dell'Italia
nella stessa misura delle nostre vittorie sul campo. Non fu certo un
caso che dopo la sconfitta l'Austria-Ungheria si frantumasse in una
molteplicità di stati. Si gridò alla vittoria leggendaria
su di uno stato che stava già morendo ben prima che i nostri due
eserciti si scontrassero!
Modifiche sociali conseguenti alla guerra
In cifre la guerra era costata 571.000 morti e un milione di feriti tra
i quali 450.000 grandi invalidi. Il debito pubblico era aumentato da 15
miliardi di lire del 1915 a 69 del 1918. L'inflazione era cresciuta
nell'ordine delle dieci o dodici volte rispetto al periodo prebellico.
Ma le cifre non possono rappresentare tutto.
L'Italia raggiungeva quelli che erano ritenuti, a torto o a ragione, i
suoi confini naturali, terminando la fase di unificazione iniziata nel
lontano 1859. Il suo costo in termini sociali fu però enorme.
5.600.000 soldati dovevano essere riportati ad una vita civile che non
era in grado di riassorbili nella piena occupazione. Il loro posto in
fabbrica era stato preso da lavoratrici che costavano mediamente il 30%
meno degli uomini e l'industria bellica aveva avuto uno sviluppo che
non poteva essere sostenuto in tempo di pace, tanto che i licenziamenti
non si fecero attendere. Le promesse espansioni territoriali furono
ridotte e si limitarono a zone già densamente popolate che non
potevano in alcun modo ricevere altra popolazione immigrante. I
contadini non ricevettero le terre promesse e in diversi casi si
trovarono senza l'occupazione avuta prima della guerra. Ciò li
spinse verso le grandi città, finendo a rimpolpare quel
proletariato già duramente provato. Le donne che avevano
assaporato per la prima volta in Italia il brivido dell'indipendenza
economica non fecero valere per tempo il peso contrattuale che avevano
assunto, vedendosi progressivamente respingere verso una zona marginale
del mondo del lavoro. I socialisti che tanto avevano influito sulla
sorte della guerra erano stati duramente colpiti e indeboliti sia
nell'ala moderata sia in quella massimalista. L'aver combattuto al
fianco delle potenze occidentali non ci aveva portato al loro livello
di progresso sociale e gli effetti si sarebbero notati col nascere dei
primi partiti totalitari. L'Italia divenne terreno fertile per loro in
quanto terra di povertà e repressione sindacale con quaranta
milioni d'abitanti e il 18% di disoccupati. Il "Maggio radioso" del
1915 avrebbe dato fondamenta ad un ventennio oscuro e privo di
libertà.
(Si avverte che la dichiarazione di Antonio Salandra non è
l'originale italiano, ma una traduzione non ufficiale di una versione
inglese.)
Fonti e citazioni da: "Il lato amaro della nostra vittoria" di Matteo
Giambattista, "l'Italia nella Grande Guerra" di Giovanna Procacci, "Le
tappe della disfatta" di Fritz Weber, "La legislazione penale di
guerra" di V. Manzini, "La guerra e le classi rurali italiane" di A.
Serpieri).
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