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Home > Approfondimenti > L'invasione della Norvegia "L'invasione della Norvegia", di Simone PelizzaI sei mesi di bonaccia successivi alla conquista nazista della Polonia terminarono bruscamente il 9 Aprile 1940, quando truppe tedesche entrarono in Danimarca e sbarcarono in più punti lungo le coste della Norvegia. L'audacia di queste mosse, aperta sfida alla stragrande superiorità navale della Gran Bretagna, lasciò di stucco i capi alleati. In particolare, alle autorità militari e politiche inglesi pareva incredibile che Hitler avesse potuto tentare un'impresa simile; ma, prima della fine della giornata, la verità era chiara e terribile: i tedeschi avevano occupato quasi tutte le città portuali della Norvegia e persino Oslo, la capitale, era caduta nelle loro mani. Nessuno dei loro sbarchi era fallito. Per l'Ammiragliato britannico fu il crollo umiliante di tante colpevoli illusioni: la Scandinavia infatti era diventata campo di battaglia a causa dell'avventatezza e dell'incertezza alleate. Questa volta, la diabolica mente di Hitler contava in misura relativa; egli aveva solo bruciato sul filo di lana gli avversari. Londra e Parigi avevano gettato i pacifici paesi nordici nelle fauci naziste, dimostrando una mancanza di scrupoli non dissimile da quella del feroce dittatore tedesco. Una scelta pericolosa e imprudenteIl 19 Settembre 1939 Churchill, allora Primo Lord dell'Ammiragliato, sollecitò il Gabinetto inglese a prendere in considerazione l'idea di predisporre un campo minato nelle acque territoriali norvegesi, per arrestare il trasporto di minerali di ferro svedesi dal porto di Narvik alla Germania. Egli affermò che una simile misura si sarebbe rivelata "della massima importanza" per paralizzare l'industria bellica del nemico. L'idea di Churchill non era nuova: già nel 1918 il governo britannico aveva preso in considerazione un progetto analogo, ma in quell'occasione l'Ammiragliato si era opposto con forza ad esso poiché avrebbe comportato "la violazione territoriale di un paese neutrale". Lord Beatty, allora capo della Grand Fleet, aveva definito simile eventualità "un crimine più riprovevole di quelli più gravi compiuti dai tedeschi". Il progetto decadde e non se ne fece nulla. In quell'occasione, i marinai si erano dimostrati più saggi e scrupolosi degli statisti; ma nel 1939 le cose erano cambiate. Le autorità inglesi erano ora più incuranti dei diritti altrui di quanto non fossero state alla fine della Prima Guerra Mondiale. Comunque, il Ministero degli Esteri cercò di gettare acqua sul fuoco e rilevò al Gabinetto i fattori che sconsigliavano di attuare la proposta violazione della neutralità norvegese. La discussione si allargò sempre di più, e anche la stampa intervenne sostenendo la tesi di Churchill. Era proprio questo il modo più sicuro per suscitare vive preoccupazioni nei tedeschi e spingerli ad adottare drastiche contromisure. All'inizio di Ottobre, infatti, l'ammiraglio Raeder, comandante in capo della Marina del Reich, espresse i suoi timori circa la possibilità che i norvegesi aprissero i loro porti agli inglesi e fece presente a Hitler quali svantaggi strategici avrebbe comportato un'occupazione inglese della Norvegia. Ma Hitler non diede peso alle annotazioni di Raeder. Tutta la sua attenzione era concentrata sui piani per l'offensiva ad Occidente, contro la Francia; egli non aveva alcuna intenzione di imbarcarsi in altre operazioni militari che comportassero diversioni di mezzi e uomini. La questione si ripropose con maggiore peso alle due parti dopo l'attacco russo alla Finlandia, alla fine di Novembre. A Churchill sembrò che quei nuovi sviluppi offrissero agli Alleati un'ottima occasione per colpire, col pretesto di aiutare la Finlandia, il fianco della Germania. In una nota del 16 Dicembre egli tornò a sostenere con forza il suo progetto, elencando tutti gli elementi a favore di tale azione bellica. Egli si rendeva conto che con ogni probabilità essa avrebbe spinto i tedeschi ad invadere la Scandinavia, ma più avanti affermava: "Abbiamo più da guadagnare che da perdere da un attacco tedesco contro Norvegia e Svezia". Era un ragionamento cinico, assolutamente privo di scrupoli verso il destino dei popoli scandinavi. Il Gabinetto si oppose ancora alla violazione della neutralità norvegese e preferì così astenersi dal sanzionare l'attuazione immediata del piano di Churchill. Comunque essi autorizzarono lo Stato maggiore dell'esercito ad elaborare un piano per un possibile "sbarco militare a Narvik", capolinea della ferrovia che collegava la costa norvegese ai giacimenti di ferro di Gallivare, in Svezia, e alla Finlandia. Egli si incontrò con l'ammiraglio Raeder, al quale fece presente il rischio di un'imminente occupazione inglese dei porti norvegesi. Affermando che molti esponenti della politica e del mondo militare erano pronti a spalleggiarlo, chiese denaro e collaborazione clandestina per attuare un colpo di stato: una volta preso il potere, egli avrebbe sollecitato un intervento tedesco per proteggere la Norvegia, anticipando così la mossa inglese. Dopo Raeder, Quisling incontrò anche Hitler: il dittatore affermò ancora di preferire "la neutralità della Norvegia e del resto della Scandinavia". Egli non aveva alcuna intenzione di "allargare il teatro di guerra". Quisling dovette accontentarsi di una promessa di aiuti finanziari e dell'assicurazione che il problema della concessione di un appoggio militare al suo movimento sarebbe stato studiato. In Gennaio, all'improvviso, la situazione precipitò. Il 15 di quel mese, infatti, il comandante in capo francese, generale Gamelin, incontrò il primo ministro Daladier per illustrargli l'importanza di aprire un nuovo teatro di guerra in Scandinavia. Il piano di Gamelin prevedeva uno sbarco di forze alleate nel nord della Finlandia, e l'occupazione "precauzionale" di porti e aeroporti della Norvegia occidentale. Ai primi di Febbraio si riunì a Parigi il Consiglio Supremo di Guerra Alleato, con la partecipazione di Chamberlain e Churchill. Nel corso di questa riunione furono approvati i piani relativi alla preparazione di un corpo di spedizione costituito da due divisioni inglesi e da un contingente francese quasi equivalente, denominato "Aiuto alla Finlandia": al fine di ridurre il pericolo di uno scontro diretto con la Russia, queste truppe avrebbero dovuto essere "camuffate da volontari". L'obiettivo principale era assicurarsi il controllo dei giacimenti di Gallivare; solo una parte della forza alleata doveva portare aiuto ai finlandesi. Si stabilì che l'operazione avrebbe preso il via all'inizio di Marzo: lo sbarco delle truppe sarebbe avvenuto a Narvik. La reazione tedesca: l'attacco a Danimarca e NorvegiaA questo punto, però, i tedeschi avevano già la pulce nell'orecchio. Troppo numerosi erano i segnali di un'imminente mossa alleata in Scandinavia. Hitler cambiò idea e diede istruzioni ai suoi generali di preparare rapidamente un piano per l'invasione della Norvegia. Invasione ancora "eventuale", poiché il capo nazista non voleva impegnarsi in altri fronti di guerra ora che l'attacco a Occidente era quasi pronto. All'improvviso, però, giunse notizia che l'Inghilterra stava già mettendo insieme truppe e navi da trasporto per un'azione nel settore norvegese; inoltre Churchill fece un avventato discorso radiofonico in cui sostenne "l'obbligo morale dei paesi neutrali a schierarsi con gli Alleati nella lotta contro il regime hitleriano". Un chiaro, lampante riferimento alle nazioni scandinave. Il dittatore tedesco divenne ancora più paranoico e il 20 Febbraio convocò il generale Von Falkenhorst, affidandogli comando e preparazione di un corpo di spedizione per la Norvegia. Il 1 Marzo la preparazione dell'invasione era completata. Come passo intermedio strategico, e per assicurare un'adeguata protezione alle linee di comunicazione tedesche verso nord, anche la Danimarca doveva essere occupata. Nel corso delle settimane successive in Germania l'ansia diventò febbrile. Il 14 Marzo i tedeschi intercettarono un messaggio radio con il quale si ordinava ai trasporti truppe alleati di tenersi pronti a salpare; il giorno successivo, arrivarono nel porto norvegese di Bergen numerosi ufficiali francesi. I tedeschi, non ancora pronti, ebbero la certezza che gli alleati li avrebbero preceduti; e accelerarono così le loro mosse. Ma come stavano davvero le cose in campo alleato?Parigi era ansiosa di attaccare; Daladier faceva discorsi che rassomigliavano troppo a quelli di Hitler. Londra invece tergiversava; Chamberlain sperava ancora che i governi norvegese e svedese avrebbero acconsentito all'ingresso di truppe alleate nei rispettivi territori. Churchill spinse per un'azione immediata, ma senza successo. Il 12 Marzo, nel corso di una riunione, il Gabinetto inglese decise infine di allargare le operazioni di sbarco anche ai porti di Trondheim e Bergen, mantenendo ancora Narvik come approdo principale. Le operazioni militari dovevano partire la settimana successiva, più precisamente il giorno 20. Ma i progetti alleati andarono in fumo per la resa della Finlandia alla Russia il 13 Marzo: il pretesto per un intervento in Scandinavia veniva meno. Altra tegola sulla testa fu la caduta di Daladier e la sua sostituzione da parte di Paul Reynaud. Questi si fece portavoce dell'opinione pubblica francese, che esigeva una politica offensiva e di rapide azioni; come primo atto di governo, egli si recò a Londra e sollecitò l'attuazione immediata del progetto norvegese. Il governo inglese accettò il punto di vista degli alleati e decise l'azione immediata; ma, come era accaduto nel caso della Polonia, esso si gettò allo sbaraglio, senza fermarsi a riflettere. Si stabilì che le acque norvegesi sarebbero state minate il 5 Aprile, e che il primo contingente di truppe doveva salpare per Narvik tre giorni più tardi, l'8. Ma a questo punto sorsero nuovi intoppi, nuove lungaggini. Nel frattempo, il Ministero degli Esteri britannico informò i governi francese e inglese che numerose navi tedesche, cariche di truppe, erano concentrate nei porti più vicini alla Norvegia. Per spiegare questa preoccupante novità si suggerì l'assurda ipotesi che queste forze si tenessero pronte a salpare per un contrattacco a un eventuale sbarco inglese in Norvegia. Era un errore madornale, grande come una casa; ma i comandi alleati, incredibilmente, lo presero per buono. L'inizio dell'operazione norvegese fu rinviato all'8 Aprile. Fu un rinvio fatale perché, grazie ad esso, i tedeschi riuscirono a precedere gli Alleati in Norvegia di strettissima misura. Alle 5.15 del giorno 9, infatti, in base alle direttive di Hitler, le forze naziste sbarcarono nei principali porti norvegesi, da Oslo fino a Narvik, e se ne impadronirono senza incontrare resistenza. I castelli di carta di Londra e Parigi crollavano rovinosamente. E per i popoli scandinavi iniziava la tragedia. Disfatta e ipocrisiaI comandanti tedeschi, dopo l'attacco, annunciarono di essere intervenuti per proteggere la Norvegia da un'imminente invasione alleata: ovviamente i portavoce alleati si affrettarono a smentire tale annuncio, e continuarono a smentirlo anche negli anni successivi. Al Processo di Norimberga, un lustro più tardi, fu inclusa tra le più gravi imputazioni a carico della Germania l'aggressione alla Norvegia e l'esecuzione del relativo piano. Inglesi e francesi ebbero una faccia tosta incredibile nell'approvare l'inclusione dell'operazione Norvegia nei capi d'accusa, e a sollecitare un verdetto di colpevolezza su una simile base. Fu un macroscopico caso di ipocrisia: Londra e Parigi addossarono tutte le responsabilità sul nemico sconfitto, coprendo così le proprie gravi colpe nella tragedia scandinava. Solo l'impegno di alcuni storici britannici e l'onestà di Churchill, che ammise nelle sue memorie le imprudenze alleate, permisero infine di ristabilire la verità storica nei primi anni Cinquanta. Passando a esaminare brevemente lo svolgimento della campagna, una rivelazione sorprendente è quella relativa all'esiguità delle forze tedesche che con l'iniziale colpo di mano si impadronirono della capitale e dei principali porti della Norvegia. Lo sbarco iniziale fu compiuto da appena 2000 uomini; la forza d'invasione contava solo tre divisioni effettive, supportate da alcune unità ausiliarie da impiegare successivamente per terminare l'attacco. In tutto, 10000 soldati: l'effetto sorpresa fu quindi essenziale per la riuscita del piano hitleriano. Un battaglione di paracadutisti occupò subito l'aeroporto di Oslo. Fu questa la prima volta in cui in guerra si fece uso di truppe paracadutiste e l'esperimento si dimostrò positivo. Ma il fattore che più di ogni altro contribuì al successo tedesco fu l'intervento della Luftwaffe, che impiegò ben 800 aerei da combattimento e 250 aerei da trasporto. Essa riuscì a paralizzare ogni possibile contromossa alleata. Perché la reazione britannica all'azzardo nemico fu debole e inconcludente ? Perché un corpo di spedizione già imbarcato e pronto a salpare fu così lento, prima nella traversata e poi nello sbarco ? Un'azione più decisa avrebbe scacciato gli esigui distaccamenti tedeschi dai porti norvegesi, impedendo loro di ricevere rinforzi e consolidare così le proprie posizioni. La risposta sta nella sorpresa con cui l'Ammiragliato inglese accolse la notizia dell'invasione: l'incredulità impedì la preparazione di validi contrattacchi. Ci vollero 48 ore perché i comandi alleati riuscissero ad abbozzare qualcosa; nel frattempo, il contingente dell'operazione Norvegia restò bloccato alla base di Scapa Flow per timori ingiustificati e assurdi. In 48 ore la Norvegia venne così ceduta alla Germania. L'esercito norvegese non era infatti in grado di sostenere l'offensiva tedesca: a Narvik, la difesa costiera affrontò con coraggio le unità navali tedesche, ma fu presto liquidata; le difese di terra, invece, non tentarono alcuna resistenza, più per incompetenza che per tradimento. A Oslo, la fortezza Oscarborg riuscì a silurare l'incrociatore Blucher, bloccando così l'ingresso del porto: l'intervento della Luftwaffe costrinse gli uomini della guarnigione alla resa, ma la loro azione consentì la fuga del re e del governo. Per quanto riguarda la Danimarca, essa si arrese dopo poche ore... e qualche fucilata. Solo una settimana dopo il colpo di mano tedesco truppe inglesi sbarcarono a nord e sud di Trondheim. Era ormai troppo tardi per cambiare la situazione. Per di più, le operazioni di sbarco e consolidamento delle posizioni furono di una lentezza impensabile, a causa dei continui ripensamenti dello Stato Maggiore e dell'Ammiragliato; inoltre, i soldati alleati si dimostrarono meno capaci di quelli tedeschi nel far fronte alle difficoltà ambientali. Fu così che poche unità tedesche riuscirono a tenere testa a forze nemiche ben superiori. Senza alcuna copertura aerea, sottoposte ai continui attacchi della Luftwaffe, le forze alleate dovettero presto rinunciare ad ogni azione offensiva e procedere quanto prima alla propria completa evacuazione. Il 2 Maggio gli ultimi reparti alleati terminarono le operazioni di reimbarco, lasciando ai nemici il controllo totale della Norvegia meridionale e centrale. A questo punto, solo per salvare la faccia, Londra concentrò tutti gli sforzi su Narvik. Fu effettuato un primo sbarco il 14 Aprile, ma nonostante il coraggio e l'energia delle truppe, ogni attacco tempestivo finì per impantanarsi nei continui ripensamenti degli alti comandi. Anche quando le forze da sbarco ebbero raggiunto il considerevole ammontare di 20000 uomini, la loro avanzata continuò ad essere troppo lenta. Dall'altra parte il generale Dietl, con 2000 alpini austriaci e pochi marinai di rinforzo, sfruttò abilmente tutti i vantaggi difensivi del terreno, vanificando ogni azione nemica. Solo il 27 Maggio gli Inglesi conquistarono Narvik, ma ormai si doveva fare fagotto: l'offensiva tedesca sul fronte occidentale stava portando la Francia sull'orlo del disastro. Così il 7 Giugno i soldati alleati, stanchi e demotivati, abbandonarono Narvik. Insieme a loro, lasciarono la Norvegia anche il re e i membri del governo. Nella faccenda scandinava i governi alleati avevano dato prova di uno spirito fin troppo aggressivo accompagnato pure da una grave mancanza di tempestività, con risultati sciagurati per i pacifici popoli nordici. Per contrasto, Hitler si era dimostrato riluttante a sferrare il suo attacco.Ma non perse tempo quando decise di intervenire; e le sue forze operarono con rapidità e audacia spaventose, tali da compensare ampiamente l'esiguità numerica durante le fasi cruciali dell'operazione. Simone Pelizza samurai@libero.it Fonti: B.H. Liddel Hart, "Storia militare della Seconda Guerra Mondiale", Oscar Mondadori, Milano 1996 (pag. 71-88) Fonti in Inglese: dello stesso autore, oltre all'edizione originale del libro suddetto, si possono consultare a riguardo anche "The Other Side of the Hill" (ed. Cassel, London, 1951) e "Churchill Four faces and the Man" (ed. Penguin Press, London, 1969); Winston Churchill, "The Second World War", ed. Cassel, London, 1946-51 (in particolare, il primo volume: "The Gathering Storm", ultima ristampa del 1967) |
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