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Home > Approfondimenti > L'indipendenza indonesiana "L'indipendenza indonesiana", di Simone PelizzaLa liberazione dell'arcipelago indonesiano dal dominio coloniale europeo.L'aggressione nipponica del 1941 coinvolse l'intera Asia sud-orientale nel Secondo Conflitto Mondiale, e costituì un duro colpo al prestigio delle Potenze Coloniali Europee, alcune delle quali a loro volta erano state sconfitte e occupate dalla Germania nazista (Olanda e Francia). All'inizio i Giapponesi furono accolti come liberatori; ben presto, però, rivelarono un volto colonialista ancora più spietato di quello degli europei. Dopo Pearl Harbour e l'entrata in guerra degli Stati Uniti (dicembre 1941), la furia della guerra si abbatté su tutta l'Asia senza risparmiare belligeranti e non. Furono anni di guerra e fame; si crearono illusioni ed aspettative che ben presto infrante avrebbero implicato inevitabilmente l'esasperazione dei movimenti nazionalisti tradizionali e la nascita di nuove forze politiche, strettamente legate al comunismo sovietico o cinese. In alcuni paesi si organizzarono violente guerriglie anti-giapponesi; in altri, invece, si preferì la collaborazione con l'occupante nipponico in funzione anti-europea. In ogni caso, questo periodo confuso e brutale avrebbe segnato irrimediabilmente la storia di tutta l'area: cessata la guerra, infatti, le "forze di resistenza" e le "forze di collaborazione" si sarebbero unite contro il ritorno coloniale europeo, portando alla nascita di nuovi stati nazionali indipendenti. Queste "liberazioni", però, non furono un toccasana. I nuovi stati indipendenti ricevettero infatti una pesante eredità in termini di miseria, violenza, lotte etniche, rivolta contro il fantasma delle Potenze Occidentali colonizzatrici e imperialiste. Appoggiati prima dall'URSS e poi dalla Cina, non riusciranno ad esprimere formule alternative o validi programmi di sviluppo socio-economico. In tutto il Sud-Est asiatico l'Indonesia costituisce ancora oggi l'esempio più eloquente di questa decolonizzazione drammatica e incompiuta. L'Indonesia verso l'indipendenzaL'occupazione giapponese segnò l'indipendenza dell'Indonesia. I nazionalisti locali, già attivi prima della guerra, sfruttarono infatti l'espansionismo di Tokyo per liberarsi di ogni influenza olandese. Prima della ritirata nipponica, il movimento di Sukarno e Hatta ottenne la concessione dell'indipendenza dagli invasori ormai sconfitti. Venne proclamata una Repubblica di tipo presidenziale, e sempre Sukarno riuscì a imporre una Costituzione fortemente unitaria, che sanciva la supremazia di Giava su tutte le altre isole dell'immenso arcipelago. Subito scattò la rivolta di Sumatra e Celebes che, viceversa, in epoca coloniale e con l'occupazione giapponese avevano goduto di ampia autonomia interna. Ma il rientro di forze militari olandesi e inglesi rese nulla la neonata indipendenza. I "vecchi" colonizzatori europei non riconobbero le aspirazioni nazionali indonesiane, e pensarono di poter ristabilire facilmente lo status quo pre-bellico. Ma la situazione era ormai irrimediabilmente cambiata: le due componenti principali del nazionalismo indonesiano, quella marxista e quella islamica, insorsero sanguinosamente; mancava qualunque tipo di tendenza liberal-occidentalizzante capace di mediare tra le due parti in lotta (come invece sarà per tutte le ex colonie britanniche, a cominciare dalla Federazione Malese). I due maggiori partiti si identificarono naturalmente con le diversità territoriali. Il partito nazionalista di Sukarno non nascose le sue tinte marxiste e, come già detto in precedenza, la sua vocazione unitaria; ma ben presto fu aggirato e messo in minoranza da numerosi gruppi criptocomunisti. La componente islamica espresse due partiti: il Masjumi e l'Ulema. Entrambi erano integralisti islamici e aspiravano all'istituzione di uno stato musulmano. Erano forti soprattutto a Sumatra, da sempre insofferente nei confronti del predominio giavanese (cuore, invece, dell'azione politica di Sukarno e dei comunisti). Nel 1947 l'Olanda tentò un'azione di forza, senza successo. Fallì pure un tentativo di Unione Olandese-Indonesiano; tentativo che trovava fra l'altro l'aperta ostilità della Gran Bretagna, desiderosa di salvaguardare la propria preminenza politica e commerciale nel settore. L'intransigenza olandese, tesa a proteggere gli imponenti interessi economici che l'Aia ancora aveva in Indonesia, non fece che radicalizzare la situazione: ormai tutto il paese era pervaso da violente insurrezioni, con risvolti particolarmente drammatici a Celebes e a Sumatra. Sukarno riuscì a sconfiggere sia l'opposizione comunista che quella militare; ma quest'ultima finì per svelarsi come l'unica forza in grado di tenere in piedi un paese instabile e povero, privo di un ceto dirigente amministrativo. Sukarno quindi, pur reprimendola, dovette venire a patti con essa. Nel frattempo, la rottura dei negoziati su Nuova Guinea e Irian (1954) portò al congelamento dei rapporti con l'Olanda e al successivo rimpatrio di funzionari ed esperti occidentali. La crisi interna si aggravava. Agli inizi degli anni Cinquanta, dunque, l'Indonesia era finalmente libera, definitivamente indipendente. Il prezzo da pagare, però, era stato troppo alto. Il paese si trovava in gravissime condizioni, sull'orlo del disastro. La presidenza Sukarno: illusioni e misfattiLe difficoltà economiche furono aggravate dalla violenta espropriazione delle imprese straniere provvedimento di chiara ispirazione politica e di prestigio interni. Paradossalmente, pur ricca di risorse agricole e minerarie, l'Indonesia era al collasso economico: mancavano esperienza e capacità per risollevare le sorti del paese. Ma, soprattutto, mancava la necessaria volontà politica. Sukarno infatti, grazie all'accordo coi militari, era ormai padrone incontrastato della scena politica interna. Ma egli, in preda a una follia di grandezza tesa a ingigantire la propria immagine di fronte alle masse, perse rapidamente ogni contatto con la realtà dei problemi da fronteggiare. Si creò così un immenso vuoto di potere. Nel 1960 fu varata la formula di "democrazia guidata" sulla base di un fronte nazional-comunista. Sukarno divenne il leader carismatico delle folle, e riuscì a imporre il suo prestigio e il suo ascendente personale. Ma ormai egli era privo di qualsiasi potere effettivo: l'esercito, unica forza ancora in grado di assicurare un minimo di ordine e di equilibrio interni, lo aveva praticamente esautorato e assunto il potere in sua vece. Da tale situazione nacque una politica di vera e propria avventura: in economia, non si espresse alcun piano per risollevare il paese; ci si asservì solamente ai capitali stranieri (sovietici e cinesi). All'esterno, si lanciarono clamorose (e rovinose) imprese militari, volte a distogliere l'attenzione popolare dai gravi problemi di ordine interno. L'annessione dell'Irian, contenzioso ancora pendente con l'Olanda, fu risolta solo grazie all'intervento dell'ONU (1963); ma il tentativo di conquista del Borneo britannico, federato alla Malesia, portò alla guerra con la Gran Bretagna e al disastro militare del 1966. Sospinto dalle pressioni comuniste, Sukarno si atteggiò a supremo liberatore del Sud-Est asiatico da vecchi e nuovi colonialismi; dichiarò la secessione dalle Nazioni Unite e tentò la via, insieme con la Cina, di una "contro-organizzazione internazionale delle forze emergenti". Il comunismo cinese si imponeva sempre di più nell'Asia sud-orientale. Il potere di Sukarno, eliminata l'opposizione islamica, si bilanciava su due forze: il partito comunista e, come detto prima, le forze armate. Queste avevano un ruolo sempre più preminente. Nel frattempo l'ingovernabilità del paese era ormai completa: fu un susseguirsi di insurrezioni, colpi di mano e massacri. La fine di Sukarno: l'ascesa dei militariA questo punto, l'Indonesia era sull'orlo della rovina completa: bancarotta economica, disastri militari esterni e repressioni interne avevano letteralmente dissanguato il paese. Insorsero gli studenti, mentre le forze islamiche tornavano a far sentire prepotentemente la propria voce. L'esercito decise di liquidare Sukarno, ormai scomodo. Nel 1965 un primo colpo di stato consegnò formalmente il potere nelle mani dei militari. I comunisti vennero quasi tutti massacrati, in un impressionante bagno di sangue. Sukarno riuscì a conservare la presidenza, ma la sua Era poteva considerarsi terminata. Nel 1966 un secondo colpo di stato lo allontanò definitivamente dalla scena politica. Nel 1968 fu nominato nuovo presidente Suharto, abile e intelligente ufficiale dell'esercito. Quest'ultimo, pur mostrando subito un feroce autoritarismo personale e una rapacità economica criminale, riuscì a riportare l'Indonesia sui binari giusti. Venne abbandonata ogni velleità di "terza via" indonesiana; si decise il rientro nell'ONU e venne conclusa l'inutile e sanguinosa guerra con Federazione Malese e Gran Bretagna per il Borneo. L'adesione all'ASEAN e un'adeguata pianificazione economica spesso demagogica però salvarono il paese dal crack finanziario. Il regime politico interno, tuttavia, si dimostrò più coercitivo di prima: le proteste studentesche e islamiche furono represse e schiacciate con violenza. I comunisti, almeno quei pochi rimasti dopo il massacro terrificante del 1965, furono posti fuori legge e duramente perseguitati. I militari legarono il proprio potere ai cristiano-nazionalisti e ai partiti musulmani più moderati. Iniziava l'Era Suharto, che sarebbe durata ininterrottamente per quasi trent'anni. Il nuovo regime sarebbe stato ancora più inetto e spietato del precedente, abile solo nello sfruttare a proprio vantaggio il consenso interessato internazionale e le divisioni etnico-religiose interne. Per alcuni anni si ebbe l'illusione della stabilità e dello sviluppo economico. L'Indonesia venne inserita nel novero delle "Tigri Asiatiche" e adotta a modello per gli altri Paesi in via di sviluppo. Era un inganno, destinato rapidamente a cadere. La crisi economico-finanziaria del 1997 ha riportato il paese sull'orlo della bancarotta, e abbattuto la dittatura avida di Suharto. Oggi l'Indonesia resta un paese ricco di risorse naturali e umane, ma preda del caos e del disordine violento. Incapace di risolvere i problemi lasciati dalla propria travagliata, incompleta indipendenza. Simone Pelizza Fonti: "Processi di decolonizzazione in Asia e in Africa", pubblicazioni dell'ISU (Università Cattolica di Milano), a cura della prof.ssa Valeria Fiorani Piacentini; |
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