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> L'imperatore stanco - seconda parte
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Una salda alleanza
Segnato nella vita personale, l'Imperatore
tentò di
consolarsi cercando il bene del proprio paese. L'Austria, battuta dalla
Prussia nel 1867, aveva perso buona parte del proprio prestigio
internazionale e soprattutto era circondata da nazioni ostili. A Sud
l'Italia e l'Impero Ottomano, a Est la Russia, a Ovest la Germania.
Eppure, Francesco Giuseppe riuscì ad allearsi, smentendo i
suoi detrattori politici che lo dipingevano come un inetto, proprio con
le due nazioni che lo avevano sconfitto nel 1866. E' utile soffermarsi
prima sull'alleanza con la Germania. Il patto di alleanza con lo
scomodo vicino fu una questione più di simpatia personale
che di ragione politica. In effetti, fintanto che Bismarck e il re di
Prussia Guglielmo I erano in vita, la Germania fu vista come
un'acerrima nemica. Solo con la morte del sovrano prussiano e la
successione del figlio Guglielmo II, le cose cambiarono completamente.
Quest'uomo era molto più giovane di Francesco Giuseppe,
eppure il vecchio imperatore vedeva in lui il prototipo del buon
sovrano. Egli incarnava i tre principi su cui, secondo il pensiero
asburgico, si basava la dignità imperiale:
austerità della persona, rispetto delle tradizioni, governo
retto e giusto del popolo. Guglielmo II possedeva, in effetti, tali
qualità e Francesco Giuseppe ne fu attratto
irresistibilmente. L'accordo di amicizia prima e di reciproca difesa
poi comportò però delle gravi conseguenze a
livello internazionale. Anzitutto la inimicizia tra Germania e Russia
non poteva sopportare un'alleanza con l'Austria, perciò lo
stesso zar si rifiutò di rinnovare il patto di non
aggressione che esisteva con Vienna, ravvivando il pericolo alle
frontiere orientali. Inoltre, la Germania e l'Austria avevano interessi
contrari per quel che concerneva la politica estera. Mentre Guglielmo
II spingeva per un allargamento delle frontiere in Alsazia e oltremare,
in Africa, Francesco Giuseppe non aveva nessun interesse
nell'espansione coloniale anche perché la limitata potenza
marittima austriaca faceva propendere l'imperatore per un saldo potere
continentale, da guadagnare a scapito dell'Impero Ottomano.
Dal momento che gli Austriaci e i Russi avevano un nemico in comune, i
Turchi appunto, una retta politica estera avrebbe consigliato di
mantenere delle buone relazioni con lo sconfinato stato moscovita.
Invece, una simile condotta fu completamente disattesa. Ad
ingarbugliare i rapporti con la Russia giunse la guerra
russo-giapponese del 1905. Lo zar nella sua corsa di conquista verso
l'Oceano Pacifico si era scontrato con la nascente potenza militare
della nazione del Sol Levante e ne era uscito sconfitto. Lo smacco
subito limitò per alcuni anni le azioni della Russia e
ciò fece credere ai diplomatici austriaci che l'alleanza con
la Germania si fosse rivelata la via giusta per salvaguardare gli
interessi dell'Impero asburgico. Tuttavia, dopo quel breve periodo di
malessere interno ed esterno, la Russia zarista ritornò a
sognare una nuova espansione, non più verso Oriente, dove il
Giappone si era dimostrato più forte, ma verso Occidente ai
danni dei Turchi e indirettamente degli Austriaci.
Guglielmo II si mostrava al mondo come un uomo sicuro della forza della
propria nazione e pronto a farne sentire la voce ovunque egli ritenesse
che potessero esistere degli interessi tedeschi. Era una reale
conoscenza delle potenzialità della Germania o unicamente un
bluff? La verità potrebbe risiedere in entrambe le risposte.
La Germania era economicamente e militarmente meno forte della coppia
di alleati Francia-Gran Bretagna e necessitava di un appoggio esterno
per sostenere la sfida lanciata da Parigi e Londra. Un alleato che
però non fosse né troppo forte né
troppo invadente.
L'Austria era l'ideale, in quanto era in una fase di netta decadenza
pur conservando una forza militare di tutto rispetto e, inoltre, lo
scarso interesse per la conquista coloniale toglieva un concorrente
nell'accaparramento delle materie prime africane. La simpatia che
Francesco Giuseppe nutriva nei confronti del Kaiser fu, quindi, solo un
vantaggio che si aggiunse alla precisa volontà di Guglielmo
II di mantenere salda l'alleanza. La debolezza sia dell'Impero
austriaco sia del suo imperatore furono dimostrate più volte
a livello diplomatico in ogni occasione di crisi che si
presentò fino dal 1905, anno della Conferenza di Algesiras,
quando a Vienna si seguirono pedissequamente le decisioni che erano
state prese a Berlino. Ormai, il destino delle due potenze centrali era
indissolubilmente legato.
Una strana alleanza
Di tutt'altro genere furono i rapporti con l'altra
nazione facente
parte della Triplice Alleanza, l'Italia. Essa si era inserita in un
accordo di amicizia con l'Austria e la Germania unicamente per un moto
di risentimento nei confronti dell'alleata tradizionale cioè
la Francia. Il governo italiano negli ultimi due decenni del
diciannovesimo secolo aveva intrapreso una politica di espansione
coloniale in Africa, scegliendo la Tunisia, che dista poche centinaia
di chilometri dalla Sicilia, come territorio privilegiato di
infiltrazione politica. Nel 1881, approfittando della gravissima crisi
finanziaria del Sultanato di Tunisi, lo stato transalpino
riuscì ad imporre il proprio protettorato. L'Italia si
sentì tradita e, dopo aver raffreddato i rapporti con
Parigi, si era spinta a firmare nel 1882 un trattato di difesa con le
Potenze Centrali che sarebbe stato più volte rivisto e
sottoscritto.
Così, tecnicamente Austria e Italia erano alleate.
Ciononostante, i rapporti tra le due nazioni furono sempre poco
amichevoli. Francesco Giuseppe aveva incontrato personalmente Umberto I
e Vittorio Emanuele III una sola volta e addirittura per quel che
riguarda quest'ultimo, l'incontro era avvenuto durante i funerali
dell'Imperatrice Elisabetta. L'imperatore austriaco non aveva mai
restituito la visita in Italia per motivi di chiara politica estera.
Secondo il suo pensiero, un imperatore cattolico non avrebbe mai potuto
visitare Roma, la capitale del Regno d'Italia, ma anche la sede del
Pontefice, senza oltraggiare il Vaticano, ancora nemico giurato dello
stato che lo ospitava. Tuttavia, nonostante queste premesse poco
esaltanti, Francesco Giuseppe e Vittorio Emanuele III ripeterono la
propria reciproca fiducia nel rispettivo alleato, sia pubblicamente sia
privatamente, almeno stando a quanto ci è raccontato dal
Margutti. Se gli stessi sentimenti avessero guidato le azioni dei due
governi, probabilmente parte degli errori che avrebbero condotto alla
Prima Guerra Mondiale sarebbero stati evitati.
Da una parte il Primo Ministro Giolitti a più riprese
intrecciò contatti e abboccamenti con la Francia e la Gran
Bretagna, dall'altra Aehrenthal non perse occasione per creare attriti
con l'Italia. E' proprio la figura di quest'ultimo a ergersi, in
negativo, sopra tutti i suoi contemporanei. In soli cinque anni di
potere, dal 1906 al 1911, egli riuscì ad alienare ogni
amicizia per l'Austria e a danneggiare quell'unico bene che ancora essa
conservava a livello internazionale: la rispettabilità. Da
un uomo di riconosciuta intelligenza e acume diplomatico ci si sarebbe
dovuto aspettare ben altro, ma così non fu. Vediamo in
sintesi quali furono i suoi errori.
La provincia ottomana della Bosnia-Erzegovina con il trattato di
Berlino del 1878 era stata occupata dalla truppe austriache. La
sovranità formalmente restava del sultano, ma il controllo
diretto del territorio era in mano di Vienna. Nel 1907-08 la Turchia fu
attraversata da grandi cambiamenti politici con l'ascesa al potere dei
Giovani Turchi che pretendevano di riportare l'Impero Ottomano ai fasti
di un tempo. Per ottenere ciò si dovevano eliminare le
giurisdizioni che gli stati stranieri avevano sui propri cittadini in
territorio turco e il controllo che quelle stesse nazioni avevano su
città e regioni per tradizione turche. Per tentare un
riavvicinamento con i nuovi governanti turchi, Aehrenthal propose un
piano di aiuti economici che prevedeva la costruzione di una linea
ferroviaria che attraversasse il Sangiaccato di Novibazar nel Kossovo e
proseguisse poi fino a Istanbul. Fu sufficiente rendere pubblico il
progetto (che mai fu portato a termine) per scatenare un putiferio. Nel
trattato d'alleanza con l'Italia, al paragrafo 7, era espressamente
previsto che le due nazioni non si impegnassero in azioni di espansione
nei Balcani e la costruzione della ferrovia era vista come un
accerchiamento della Serbia in vista di una sua sottomissione. Alla
stessa conclusione non giunse solo l'Italia, ma anche la Russia.
Aehrenthal era stato ambasciatore d'Austria in quel paese e credeva di
conoscere a fondo la mentalità dello zar e in particolare
del suo ministro degli esteri Izvolsky.
I due si incontrarono il 15 settembre 1908 a Buchlau, in una Conferenza
di cui non esiste documentazione scritta. Da alcune testimonianze si
può dedurre che Aehrenthal abbia offerto il libero transito
alla flotta russa attraverso i Dardanelli in cambio del permesso dello
zar di commettere un'azione chiaramente illegale secondo il Trattato di
Berlino e cioè l'annessione ufficiale della
Bosnia-Erzegovina all'Austria. Izvolsky negò più
volte di aver mai dato quel consenso, né ufficiosamente
né, tantomeno, ufficialmente. Sta di fatto che la Russia non
mosse un dito per impedire il trasferimento della Bosnia all'Impero
Austro-Ungarico.
La violazione di ben due trattati internazionali (il
trattato di
Berlino del 1878 e il Trattato d'alleanza con l'Italia), mise in crisi
le relazioni diplomatiche con l'Italia. La denuncia del trattato di
mutua difesa fu evitato per la mancanza di vere alternative per Roma.
Se possibile, l'affronto fatto all'Italia nel 1911 fu ancora maggiore.
Essa si era impegnata in una guerra contro la Turchia per impossessarsi
della Libia, ritenuta l'unica valvola di sfogo per la sovrapproduzione
commerciale italiana. Per tutta la durata del conflitto che fu lungo e
duro per entrambe le nazioni contendenti, sia l'ambasciatore tedesco
sia quello austriaco a Istanbul istigarono il sultano a protrarre la
guerra con ogni mezzo, arrivando al punto di foraggiare i rifornimenti
militari. Francesco Giuseppe affermò più volte in
pubblico di non comprendere per quale ragione il suo governo avesse un
tale comportamento nei confronti di un alleato, ma la sua
volontà contraria si fermò alle parole. L'Italia
che nei suoi strati più bassi della popolazione non aveva
mai sopportato l'amicizia con la vecchia nemica, si
allontanò da essa in via definitiva.
Un'alleanza mancata
Tra il 1905 e il 1908 e in misura minore tra quell'anno
e il 1910, per
l'Austria fu aperta anche la via di una terza alleanza che avrebbe
mutato profondamente tutti gli equilibri continentali. Nel 1901 era
morta la Regina Vittoria d'Inghilterra, con la quale Francesco Giuseppe
aveva avuto solo rapporti formali ed era salito al trono il figlio
Edoardo VII. L'intelligenza e la sagacia politica del nuovo sovrano
affascinarono l'Imperatore austriaco nella stessa misura in cui vi era
riuscito Guglielmo II. Fino al 1904, questa affinità
“elettiva” tra i due regnanti si era limitata allo
scambio di cortesie quali la richiesta di suggerimenti militari che il
re inglese, più giovane e rispettoso dell'esperienza del
proprio interlocutore, sottoponeva con sempre maggiore frequenza a
Francesco Giuseppe. Dalla data poc'anzi ricordata, Edoardo VII prese
l'abitudine di trascorrere parte dell'estate in Austria, nella rinomata
località termale di Marienbad. Le visite furono sempre in
forma privata e si ripeterono per alcuni anni. Ogni volta che Edoardo
giungeva in Austria, si affrettava a richiedere un colloquio a
Francesco Giuseppe presso la sua residenza estiva di Ischl. Sappiamo,
grazie alla testimonianza di Margutti che nel 1905, nel bel mezzo della
guerra russo-giapponese, i due sovrani rimasero a parlare da soli,
senza alcun seguito, per un intero pomeriggio.
L'argomento della loro lunga chiacchierata fu il medesimo di altri
colloqui informali: la possibilità di un'alleanza
austro-inglese. Effettivamente, in quell'anno la situazione si
prospettava favorevole a un simile azzardo, in quanto la Russia era
stata sonoramente battuta dal Giappone e perciò non
costituiva una seria minaccia. Quali erano i vantaggi che la Gran
Bretagna poteva ottenere da un'alleanza con l'Austria-Ungheria?
Sostanzialmente uno solo, ma di vitale importanza. Se Francesco
Giuseppe avesse ceduto alle lusinghe di Edoardo VII, la Germania si
sarebbe ritrovata completamente accerchiata e ridotta a più
miti consigli. L'accordo ebbe grandi possibilità di
verificarsi fino al 1908, quando Aehrenthal con la sua avventatezza,
riuscì nel difficile compito di trasformare agli occhi
inglesi la docile monarchia danubiana in una nazione espansionista e
colonialista. Oltre tutto, nel momento della crisi bosniaca, la
Germania non abbandonò mai l'alleato, dimostrandosi amica
fidata. Francesco Giuseppe vide in quel comportamento la conferma della
sua fiducia personale in Guglielmo II.
Qualche porta rimase ancora aperta fino a che Edoardo VII fu in vita.
Alla sua morte nel 1910, il successore Giorgio V interruppe ogni
tentativo di attrarre l'Imperatore Austriaco dalla propria parte.
Così si cristallizzarono le posizioni, da una parte la
Francia e la Gran Bretagna legate dall'etente cordiale (intesa
cordiale) a cui si sarebbe presto aggiunta la Russia, dall'altra la
Triplice Alleanza, zoppa per la malcelata ostilità
dell'Italia.
Sarajevo: l'ora fatale
Gli equilibri balcanici, precari per natura, si ruppero
irreparabilmente durante le guerre che nel periodo 1912-13 videro prima
le piccole nazioni slave di quella regione allearsi contro l'Impero
Ottomano e poi combattere tra loro per la spartizione dei territori
strappati al nemico turco. Dal caos della guerra nacque una Serbia
nazionalista e forte, grazie anche all'appoggio della Russia. Negli
anni che precedettero il primo conflitto mondiale, la politica del
governo di Belgrado non fu molto dissimile dalla condotta dell'Italia.
Esso supportò con ogni mezzo l'irredentismo delle
popolazioni di lingua slava che vivevano all'interno dell'Impero
asburgico, per concretizzare quel sogno della Grande Serbia che avrebbe
insanguinato buona parte del ventesimo secolo. Se Vienna poteva anche
tollerare una lieve ingerenza nei propri affari interni a patto che
provenisse da un alleato qual era l'Italia, nessuno avrebbe mai
sopportato un simile comportamento da parte dell'invadente Serbia. I
rapporti personali tra Francesco Giuseppe e Pietro Karageorgevic,
divenuto re di Serbia dopo l'assassinio di Alessandro Obrenovic, non
avrebbero potuto essere peggiori neppure in tempo di guerra.
L'Imperatore considerava il sovrano serbo alla stregua di un
avventuriero privo di scrupoli. Eppure bisognava convivere con lo
scomodo vicino.
Fu proprio per smorzare gli ardori dell'irredentismo slavo che fu
organizzato il viaggio dell'Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo,
nella Bosnia occupata. L'erede al trono non era mai stato molto
simpatico al vecchio zio Imperatore. Certo, condividevano le stesse
idee conservatrici, ma Francesco Ferdinando le esponeva con
un'ottusità che irritava anche l'illustre parente. Ad
aggravare l'antipatia personale vi era stata anche l'ostinatezza con
cui il Kronprinz aveva preteso di sposare la contessa Sofia Chotek che
sebbene di nobili origini non faceva parte di quella stretta cerchia di
famiglie regnanti o principesche che conservavano il diritto di unirsi
in matrimonio con la casata degli Asburgo. La dispensa imperiale alla
fine era arrivata, ma Sofia non avrebbe mai potuto ottenere il titolo
di Arciduchessa, né di Imperatrice. Non ce ne fu comunque
bisogno, perché il marito fu assassinato nella
città bosniaca durante quella visita ufficiale.
L'organizzazione e il perfezionamento dell'attentato
hanno dei
caratteri grotteschi. Gli attentatori, in tutto sei, ebbero il modo di
prendere tranquillamente il treno da Belgrado a Sarajevo, senza che
nessuno si sentisse in dovere di perquisirli alla frontiera. Princip,
colui che poi avrebbe compiuto materialmente l'assassinio, portava
già con sé la pistola che avrebbe sparato.
Non che ce ne fosse bisogno, dato che il primo tentativo di uccidere
l'arciduca fu fatto con una bomba. Uno dei componenti del gruppo
armato, Cabrinovic, nella mattina del 28 giugno 1914, poté
profittare dell'abitudine di Francesco Ferdinando di girare tra la
folla senza scorta per scagliare contro la sua autovettura una bomba a
mano che solo miracolosamente mancò il suo bersaglio
distruggendo un'altra auto che seguiva. L'attentatore prima di essere
linciato dalla folla inferocita, si diede la morte col cianuro,
prevenendo gli interrogatori che avrebbe svelato la presenza di altri
anarchici (o presunti tali) pronti a tutto.
Lo spavento personale e della moglie Sofia non impedirono a Francesco
Ferdinando di proseguire la propria visita come programmato con un
discorso da tenersi al Municipio di Sarajevo. Fu l'ultima volta che
parlò in pubblico. Il buon senso avrebbe consigliato di
abbandonare la città il più in fretta possibile
una volta espletato il suo dovere ufficiale, invece, fu concordato solo
di cambiare l'itinerario dell'attraversamento del centro cittadino. Qui
si inserisce il secondo elemento farsesco della tragica vicenda.
L'autista personale dell'Arciduca non fu avvisato del cambiamento del
programma e all'uscita del Municipio imboccò la strada
prevista al mattino, riconducendo l'ignaro passeggero verso il suo
destino. Ancora, Francesco Ferdinando avrebbe potuto salvarsi,
perché la velocità dell'automobile era troppo
elevata per consentire di sparare con precisione, ma l'autista, una
volta avvertito dell'errore fermò l'auto per tornare
indietro, proprio di fronte all'attentatore Princip. Sia l'Arciduca sia
la moglie furono colpiti a morte, con precisione da tiratore scelto.
La nemesi austriaca
Le conseguenze del terribile gesto non furono immediate.
L'indagine
austro-ungarico rivelò che alcuni dei cospiratori facevano
parte dell'esercito serbo, ma non si ebbe modo di collegare il fatto
con un ordine diretto proveniente dalle alte sfere del governo di
Belgrado. Incredibilmente, l'attentato compattò tutte le
etnie dell'Impero Asburgico anche quelle di origine slava che ancora si
identificavano nella figura dell'Imperatore e di conseguenza nel
Kronprinz. A Vienna, la situazione era molto confusa. Dopo i funerali
dell'Arciduca, fu convocata una Conferenza straordinaria dei Ministri
dell'Austria e dell'Ungheria. In essa si formarono due correnti di
pensiero. La prima che considerava assolutamente necessario punire con
la forza la Serbia per l'affronto subito. La seconda che reputava
ancora aperta la strada diplomatica che avrebbe dovuto condurre
all'umiliazione serba, ma non allo scontro armato.
Fautore dell'ultima concezione fu il ministro ungherese Tisza che
poteva contare sull'appoggio di Francesco Giuseppe. Il vecchio
imperatore, come abbiamo ricordato, non nutriva affetto per il nipote,
ed era contrario alla guerra, per l'imprevedibilità dei
risultati. I circoli militari garantivano però che un
conflitto con Belgrado sarebbe rimasto localizzato, senza nessun
intervento delle altre grandi potenze. Non si hanno notizie di quali
fossero le informazioni su cui erano basate tali affermazioni, eppure
dovevano avere qualche fondamento dato che esse si diffusero ben presto
anche tra la popolazione.
Il grande impegno dei moderati guidati da Tisza ebbe successo nel
ritardare una decisione affrettata, tanto che i lavori della Conferenza
si protrassero per diverse settimane. Più i giorni
passavano, più la posizione del governo austriaco
peggiorava. L'immobilismo nei confronti della Serbia stava esasperando
gli animi della popolazione che lo sentiva come un nuovo affronto. Di
fronte alle insistenze dei “falchi”, la delegazione
di Tisza si dovette arrendere e accettare che fosse inviata alla Serbia
una comunicazione ufficiale con le richieste austro-ungariche. Il
ministro ungherese ottenne da Francesco Giuseppe che tale comunicazione
conservasse il nome di Nota diplomatica. La finzione nominalistica non
poteva nascondere che il documento era, in definitiva, un ultimatum.
Ciò si desumeva dal breve tempo richiesto per la risposta,
appena due giorni dalla data della consegna (25 Luglio 1914) e dal
tenore del contenuto che era il seguente:
- Condanna ufficiale della propaganda
anti-austriaca nel territorio serbo.
- Riconoscimento da parte della Serbia del
coinvolgimento di ufficiali del proprio esercito nell'attentato a
Francesco Ferdinando.
- Il governo serbo doveva provvedere con la
massima celerità all'istituzione di una commissione
d'inchiesta per la punizione di quei militari che fossero stati
riconosciuti colpevoli di propaganda anti-austriaca. Alla commissione
avrebbero partecipato anche dei funzionari austriaci di nomina
imperiale.
- Le autorità e l'esercito austriaco
avrebbero partecipato alla repressione dell'attività
irredentista.
- Gli attentatori che si erano rifugiati in
Serbia (Tankosic e Ciganovic) dovevano essere immediatamente arrestati
e il processo si doveva svolgere in collaborazione con
l'autorità giudiziaria austriaca.
- I funzionari amministrativi che si erano
dimostrati pubblicamente a favore dell'irredentismo, dovevano essere
deposti dai loro incarichi con effetto immediato.
- Tutte le condizioni della Nota dovevano essere
rese pubbliche con una comunicazione ufficiale del governo serbo.
E' evidente come una qualunque nazione non avrebbe mai
potuto accettare
delle così grandi limitazioni alla propria
sovranità. L'alternativa era la guerra. Un'alternativa ben
chiara alla Serbia che il giorno stesso della consegna della Nota,
cominciò la mobilitazione generale dell'esercito. A Belgrado
ci si aspettava un attacco austriaco poche ore dopo la scadenza del
termine previsto per la risposta e non si voleva perdere tempo. Se i
vertici militari del paese slavo avessero saputo in quale caos si
dibatteva il governo austriaco, avrebbe avuto meno timori. Francesco
Giuseppe aveva accettato di firmare la Nota solo dopo ampie garanzie
che nessuna tra Francia, Gran Bretagna e Russia avrebbe obiettato.
Invece la fulminea mobilitazione dell'esercito zarista lasciava
intravedere l'esatto contrario. Le truppe asburgiche non erano pronte.
Solo il giorno 27 fu ordinata una mobilitazione parziale, chiamando
alle armi uomini a sufficienza solo per fronteggiare il nemico a Sud,
lasciando sguarnito il fronte orientale. L'imperatore, mal consigliato,
credeva ancora che la Russia non avrebbe dichiarato guerra all'Austria.
Nella notte tra il 27 e il 28 Luglio si svolsero le ultime febbrile
trattative per scongiurare il conflitto, senza risultati. Il mattino
seguente la dichiarazione di guerra alla Serbia divenne
realtà.
Dalle memorie del Margutti possiamo trarre una frase del
conte Paar,
stretto collaboratore dell'Imperatore, che rispecchia i sentimenti di
molti illustri politici austriaci del tempo:” Tutto questo
può anche essere giusto, ma […] a 84 anni non si
sottoscrive un manifesto di guerra!”
Tutto ciò che seguì quella data, il rapido
susseguirsi delle dichiarazioni di guerra tra le nazioni dell'Intesa e
della Triplice, le mobilitazioni generali delle popolazioni del
continente europeo e i massacri che cominciarono sulle vaste pianure
d'Europa esula dall'oggetto di questo scritto e non verrà
trattato. Ci soffermeremo solo sulla considerazione che quando il 21
Novembre 1916, l'Imperatore Francesco Giuseppe morì, egli
lasciò l'Austria in una posizione di forza, in difesa solo
sul fronte italiano, ma senza affanno. La Russia era stata ricacciata
dai territori dell'Ungheria di cui si era impossessata nei primi mesi
di guerra e la Serbia era sul punto di capitolare. Nuovi alleati (la
Bulgaria e l'Impero Ottomano) avevano rafforzato le Potenze Centrali e
il futuro pareva roseo. Egli non seppe mai che il 28 Luglio 1914 aveva
firmato la condanna a morte della propria nazione.
Tracciare un bilancio della vita di Francesco Giuseppe può
essere difficile. Il suo regno durò 68 anni, costellati di
guerre e distruzioni. Personalmente amava la pace, ma fu spinto
più volte alla violenza e alla guerra da una concezione
arretrata delle relazioni internazionali. Fu un buon capo di governo?
Non si può affermarlo. Fu un buon sovrano per il proprio
popolo? Neppure. Sarebbe però ingiusto ritrarlo come il
modello ante litteram di “Uomo senza
qualità” descritto da Robert von Musil. Egli fu,
soprattutto, un uomo che sopportò stoicamente i dolori
personali e condusse l'Austria nel modo migliore che le
qualità concessegli dal Destino, o chi per esso, gli
consentivano.
Fonti e citazioni: Alberto Friederich von Margutti
“L'imperatore Francesco Giuseppe”, Fratelli Melita
Editore; Edward Crankshaw “Il tramonto di un impero: la fine
degli Asburgo.”, Mursia Editore; Sergio Stocchi
“Cecco Beppe regnò per 68 anni, ma non in casa
sua.”, Historia Editrice Quadratum.
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