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"L'imperatore stanco", di Lucas Turks
La vita dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe
che condusse le sorti dell'impero Austro-Ungarico dal 1848 fino alla
sua nemesi durante la Prima Guerra Mondiale. Seconda Parte del testo - Immagini correlate - Collegamento esterno al sito (Arte)
Una vita triste
L'esistenza dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe
è stata definita da tanti storici con aggettivi tra i
più svariati e contrastanti: scialba, eroica,
contraddittoria, tradizionale, mistica e mondana. Ogni aggettivo citato
può certo descrivere alcuni aspetti di questo personaggio
che resse le redini del potere dell'impero viennese dal 1848 fino al
1916, ma lo farebbe solo parzialmente, tralasciando la
globalità di una figura che può certo dirsi
tragica, nel senso letterale della parola. Più correttamente
si può affermare che la sua vita fu triste e solitaria,
molto più di quello che ci si potrebbe attendere per un
sovrano nato nel diciannovesimo secolo, educato alle idee di supremazia
divina degli imperatori e che vide sgretolarsi a poco a poco ogni suo
principio sotto l'azione inarrestabile del progresso politico e sociale.
Eppure gli inizi sembravano di tutt'altro genere. Nato il 18 Agosto
1930 dall'Arciduchessa Sofia e dall'Arciduca Francesco Carlo, trascorse
una serena giovinezza, senza preoccupazioni o ansie. L'imperatore era
suo zio e il primo erede al trono in linea retta era suo padre,
pertanto il momento in cui si sarebbe dovuto preoccupare degli affari
di stato pareva ancora decisamente lontano e solo eventuale. Si
dedicò per tanto alla sua prima e più grande
passione, la vita militare e ciò in contrasto con gli anni
in cui fu adolescente, pacifici in quasi tutta Europa. Fu molto vicino
al fratello minore Massimiliano Ferdinando, di soli due anni
più giovane, che condivideva le sue stesse preferenze per
l'esercito e la disciplina. Tutto sommato in gioventù non
ebbe mai nessun serio problema, anche grazie alla forza e al
temperamento della madre, donna energica e risoluta.
Il vero cambiamento avvenne nel 1848, quando Francesco Giuseppe aveva
solo diciotto anni. I venti di cambiamento che avrebbero soffiato su
tutto il continente europeo si fecero sentire anche nei territori
austriaci. In particolare nelle regioni dell'Italia settentrionale
(Lombardia, Trentino, Veneto e Friuli), allora sottomesse
all'autorità imperiale, la scintilla rivoluzionaria eruppe
pressoché istantanea. Prima in piena autonomia, poi con
l'aiuto della casa di Savoia e del Piemonte, la rivolta
dilagò in fretta, riuscendo ad allontanare le truppe
austriache da larghe zone della Lombardia. Francesco Giuseppe, giovane
cadetto dell'esercito, ebbe il suo battesimo del fuoco proprio sul
fronte italiano, il 6 Maggio 1948, durante la battaglia di Santa Lucia.
L'impressione che il cruento scontro ebbe sul futuro imperatore non fu
immediatamente evidente, ma emerse a più riprese durante
tutto il suo regno. Sebbene continuò ad amare il cameratismo
militare e le forze armate in genere, Francesco Giuseppe ebbe sempre
negli occhi le carneficine di quella prima guerra moderna e
cercò con tutte le sue forze di mantenere l'Austria il
più possibile lontano dai conflitti, con pochissima fortuna.
L'avanzata dei rivoltosi italiani era stata fermata in Lombardia, ma le
idee di libertà politica avevano valicato le Alpi
raggiungendo ben presto persino la capitale. L'impero asburgico fu per
tutta la sua durata, un insieme di molti popoli ed etnie, spesso in
contrasto se non in lotta tra loro. Italiani, Croati, Ungheresi, Cechi,
Slovacchi, Sloveni, Bosniaci, Tedeschi furono cittadini dello stesso
stato, ma non per volontà popolare. Li teneva uniti solo il
mito dell'Imperatore che dalla sua corte di Vienna sapeva conciliare i
diversi interessi in un'unicum. Ciò almeno fino a che a
regnare furono sovrani d'intelligenza superiore come il nonno di
Francesco Giuseppe, Francesco I, coadiuvati da statisti di immemorabile
valore come Metternich. Purtroppo lo zio imperatore era di tutt'altra
fattura. Poco propenso ad ascoltare le esigenze popolare e molto
intransigente, non seppe vedere le avvisaglie della rivoluzione e si
fece cogliere impreparato. La famiglia imperiale dovette fuggire da
Vienna e rifugiarsi nella tenuta di Olmütz, in attesa del
proprio destino.
La soluzione classica per salvare la linea dinastica era l'abdicazione.
Si preferiva lasciare la responsabilità del governo ad altri
nella speranza che il popolo trovasse nel nuovo governante un
personaggio di proprio gradimento. Perciò Ferdinando I
abdicò in favore del fratello Francesco Carlo, padre di
Francesco Giuseppe. La soluzione sarebbe stata ideale se l'uomo che si
era scelto avesse avuto più coraggio, ma Francesco Carlo non
aveva mai pensato di diventare Imperatore, sicuro che a governare ci
avrebbe pensato suo fratello maggiore e in quel frangente
così disperato, con tutta la casata in fuga e col pericolo
di perdere l'impero non si sentì pronto a governare. La
scelta di Francesco Carlo è criticabile per due ordini di
ragioni, uno di carattere politico e uno di carattere morale.
Politicamente parlando, il rifiuto di diventare imperatore
allungò, anche se di sole ventiquattr'ore, il periodo di
vuoto di potere in Austria, consolidando i poteri dei governi nazionali
provvisori. Inoltre, egli fuggì dai propri doveri
addossandoli al giovane figlio, comportamento che non mette in luce una
figura di padre modello.
Così, all'improvviso, il 2 Dicembre 1848, dopo essere stato
dichiarato maggiorenne in tutta fretta, Francesco Giuseppe divenne
imperatore d'Austria. La situazione era alquanto infelice. La capitale
era perduta, in mano ai rivoluzionari. In ogni parte dell'Impero il
popolo dichiarava la propria sovranità a scapito del potere
imperiale. La famiglia degli Asburgo sembrava destinata all'esilio,
tanto più dopo che un adolescente era stato nominato
imperatore. Francesco Giuseppe ebbe la fortuna, la sola forse della sua
vita, di trovare un consigliere dalle qualità fuori
dall'ordinario: il principe Felix Schwarzenberg. Egli, con l'aiuto e la
direzione di uomini di potere quali Stadion, Bach e Bruck,
salvò il trono e la monarchia. Represse con la forza la
ribellione popolare, là dove essa non si radicava in
richieste proveniente dalla borghesia commerciale. Concesse delle
costituzioni liberali per soddisfare le pretese delle classi medie,
prima per ogni popolazione che componeva l'impero e poi una unica e
generale.
Fu così possibile per Francesco Giuseppe rientrare in tutta
tranquillità a Vienna, come simbolo della ritrovata
unità nazionale. Le improvvise aperture liberali furono
soltanto momentanee, poiché Schwarzenberg suggerì
al nuovo imperatore di abrogare la costituzione già
nell'agosto del 1851. La monarchia assoluta ritornò in tutta
la sua grandezza nel gennaio dell'anno seguente. L'imperatore divenne
tale non solo di nome, ma anche di fatto. A ventidue anni, Francesco
Giuseppe governava una delle nazioni più grandi d'Europa. A
turbare i sogni di gloria degli Asburgo giunse la morte del Principe
Schwarzenberg, avvenuta il 20 Aprile 1952. Il giovane imperatore fu
solo per la prima volta davanti al potere assoluto.
Amore a prima vista?
Non è dato sapere quali idee passassero per
la testa di
Francesco Giuseppe dopo la scomparsa del suo fidato consigliere, ma un
dato è certo, esse erano alquanto confuse. Trovatosi a dover
governare con la propria testa, l'imperatore parve non esserne per
nulla capace. Allontanò tutti i ministri che lo avevano
accompagnato nei quattro anni precedenti, senza alcuna plausibile
ragione se non quella di restaurare un'assolutezza di potere che poteva
paragonarsi solo a quella di Luigi XIV. A metà
dell'ottocento una simile visione del governo di una nazione non era
più proponibile, ma ciò non sembrò
turbare più di tanto Francesco Giuseppe. Però non
tutte le sue azioni furono farina del suo sacco. La madre Sofia
conservava in quel tempo ancora tutta la sua influenza sul figlio,
sebbene solo in rispetto di un amore figliare che non accennava a
diminuire col passare degli anni.
Fu proprio l'Arciduchessa Sofia che, vedendo crescere nell'animo del
figlio una certa irrequietezza che minacciava di minarne la
stabilità emotiva, pensò di trovargli una moglie.
La prima scelta fu Anna, nipote del re di Prussia. La sorella di Sofia,
Elisabetta, era divenuta per matrimonio regina di Prussia e si pensava
perciò che il matrimonio concordato non fosse altro che una
questione di intese tra famiglie regnanti. Non si badò al
fatto che la prescelta fosse già fidanzata con un principe
tedesco e che ella non nutrisse alcun interesse nei confronti di
Francesco Giuseppe. Se ci fossero state solo ragioni del cuore a
impedire l'unione, probabilmente il matrimonio sarebbe stato celebrato
comunque, ma vi si opposero motivi strettamente politici. La Prussia in
quel decennio stava estendendo la propria influenza su tutta la
Germania occidentale e un matrimonio tra le famiglie regnanti delle due
nazioni avrebbe impedito un allargamento del regno a scapito della
vicina Austria. Non si poteva fare guerra a dei parenti appena
acquisiti!
Sofia non si perse d'animo e sempre all'oscuro del figlio
programmò un nuovo incontro. Essendo figlia del re
Massimiliano di Baviera che a quel tempo era uno stato autonomo,
pensò che un matrimonio in famiglia con una delle cinque
figlie della sorella Ludovica, duchessa di Baviera, fosse l'ideale per
evitare ulteriori ritardi nel trovare una degna imperatrice per il
figlio. La primogenita Elena, della stessa età di Francesco
Giuseppe, fu ritenuta la più adatta. Poiché i
futuri sposi si erano visti molto raramente e solo in tenera
età, fu giudicato opportuno organizzare un incontro prima
delle nozze. Perciò fu predisposto una riunione di famiglia
a Ischl, residenza estiva dell'imperatore, affinché si
raggiungessero gli ultimi accordi in vista delle nozze.
Sennonché nell'estate del 1853, la duchessa Ludovica si
presentò a Ischl non soltanto in compagnia di Elena, ma
anche della secondogenita Elisabetta, più conosciuta col
nomignolo di Sissi. La ragazza aveva solo sedici anni e aveva
accompagnato la madre e la sorella solo per motivi di etichetta.
Albert Friederich von Margutti che ebbe modo di raccogliere
testimonianze dirette di personaggi che vissero di persona l'incontro
tra Elisabetta e Francesco Giuseppe, racconta che al solo vederla,
l'imperatore avesse accantonato l'idea di sposare la sorella, tanta era
la bellezza della giovine. Se di vero amore si trattò, fu
certamente travagliato. L'Arciduchessa Sofia, non riuscì mai
a comprendere per quale motivo il figlio si fosse invaghito di quella
che ella considerava null'altro che una bambina, capricciosa per
giunta. Infatti, Sissi possedeva certamente molte qualità
oltre alla bellezza, ma non certamente quella
dell'amabilità. Aveva ereditato dai Wittelsbach, la famiglia
cui apparteneva la stessa Sofia, una certa inconciliabilità
con la vita che si teneva all'Hofburg, la corte austriaca.
Ciò risultava tanto più irritante per la madre di
Francesco Giuseppe, giacché la giovane Elisabetta non faceva
nulla per nasconderlo. In definitiva, le mancavano quelle doti di
diplomazia che le avrebbero permesso di divenire una buona moglie e
imperatrice. Dopo tutto però non si poteva pretendere che a
soli sedici anni si potesse distinguere il divertimento dalla ragione
di stato.
Nonostante l'ostruzionismo della madre, Francesco Giuseppe fu
irremovibile. Aveva compiuto la sua scelta e nessuno gli avrebbe fatto
cambiare idea. Si erano conosciuti nell'agosto del 1853 e
già nell'aprile del 1954 furono celebrate le nozze
imperiali. I primi giorni di regno della nuova imperatrice-bambina
hanno poco da spartire con la favola che è stata ritratta in
alcune pellicole cinematografiche girate in epoche differenti che
solitamente si fermano allo sfarzo del matrimonio, senza raccontare
cosa avvenne in seguito. La convivenza con la suocera fu impossibile.
Sofia credeva di avere un'altra figlia da educare e a ogni occasione
era prodiga di consigli non richiesti che erano mal digeriti da
Elisabetta, testarda e riottosa come tutti gli adolescenti. Se a questo
fatto si aggiunge una continua assenza di Francesco Giuseppe per gli
impegni che gli derivavano dal proprio ruolo, si può
comprendere come la sposa si stesse creando un destino di solitudine.
Certo, avrebbe potuto cercare degli alleati nella grande famiglia degli
Asburgo dove alcuni individui sopportavano a fatica il potere che
l'anziana Arciduchessa esercitava in ogni occasione che si presentasse.
Però sia la giovane età, sia il carattere
particolare le impedirono di trovare delle amicizie che andassero al di
là di una cortesia di facciata. Fu così che
seppure ci fu amore in quel matrimonio quasi sicuramente dovette
scemare nel breve volgere di qualche anno, spingendo Elisabetta verso
comportamenti sul principio infantili, poi sempre più
“eccentrici”, dove per eccentricità
nelle case regnanti si dovevano intendere delle forme maniacali se non
addirittura di pazzia conclamata.
Il Risorgimento Italiano e la supremazia Prussiana
Il 1854 oltre che l'anno del matrimonio doveva essere
anche l'ultimo
anno felice per l'Imperatore. Dalla data delle nozze si susseguirono
per tutto il resto della sua vita una serie di calamità e
sciagure personali sommate a gravi insuccessi nella politica austriaca
che ci possano far pensare come Francesco Giuseppe oltre a una innata
carenza d'abilità, dovesse essere anche estremamente
sfortunato, sempre che qualcuno tra i lettori creda che la sfortuna
esista.
Nel 1854 scoppiò la crisi di Crimea che avrebbe causato un
vero e proprio sconvolgimento nei rapporti di forza nei Balcani. Lo zar
russo Nicola I nel suo tentativo di allargare i confini a scapito
dell'Impero Ottomano si era avvicinato tanto allo stretto dei
Dardanelli che la Francia e la Gran Bretagna si erano sentite
minacciate nei propri interessi commerciali nel Mediterraneo,
così da invadere la Crimea per colpire la Russia sul proprio
territorio. Più volte durante il conflitto l'Austria era
stata invitata ad unirsi alla Russia contro i Turchi, nemici
tradizionali, ma Francesco Giuseppe, consigliato dall'ottuagenario
Metternich che era tornato a Vienna per morirvi in pace, aveva
preferito rimanere neutrale. L'idea prospettata dallo zar di ricreare
una lega dei Tre Imperatori nello stile della Restaurazione post
napoleonica, affascinava l'imperatore austriaco che però si
dimostrò molto più amante della pace. Fu un
errore grave. La guerra di Crimea si concluse con un nulla di fatto, ma
con il consolidamento dello status quo nei Balcani. Il territorio di
espansione naturale dell'Austria-Ungheria, cioè l'Impero
Ottomano in disfacimento era ora protetto dalla Gran Bretagna e dalla
Francia e una nuova minaccia si profilava all'orizzonte.
Alla campagna in terra russa aveva partecipato anche un nutrito
contingente di truppe piemontesi che si erano comportate con grande
onore, portando il piccolo regno italico allo stesso tavolo della pace
dove sedevano le grandi potenze europee. Il lavoro diplomatico compiuto
dal Conte di Cavour per ritagliarsi l'attenzione delle altre nazioni fu
colpevolmente ignorato a Vienna. Il Regno di Piemonte aveva
già combattuto nella guerra del 1848 contro l'Austria e non
si era mai giunti a una vera definizione del problema dei territori
italiani ancora in mano austriaca. Avendo versato il sangue dei propri
soldati in Crimea, il re piemontese Vittorio Emanuele II poteva ben
dichiararsi un buon alleato nei confronti della Francia e pretendere
dal potente vicino un aiuto in caso di bisogno. L'occasione di
restituire il favore si presentò già nel 1859,
quando in una riedizione della prima guerra d'indipendenza italiana,
l'esercito piemontese si produsse in un'offensiva in grande stile
contro le linee di difesa austriache in Piemonte. Questa volta, i
soldati erano più esperti e meglio armati che dieci anni
prima e soprattutto avevano l'appoggio diretto dell'esercito francese
che combatté al fianco degli italiani in quasi tutte le
battaglie. Il disastro austriaco fu completo. La Lombardia fu
abbandonata in mano piemontese, perdendo la parte finanziariamente
più ricca dell'Impero.
Il raggiungimento parziale, l'anno successivo, dell'unità
italiana con la cacciata dalla Toscana della casata degli
Asburgo-Lorena , parenti di Francesco Giuseppe e la conquista del Regno
delle Due Sicilie creò una nuova entità nazionale
che aveva mire espansionistiche proprio nella stessa area adriatica che
era sempre stata dominio dell'Austria. La fluidità della
situazione e l'isolamento in cui si stava rinchiudendo l'Impero
asburgico si rivelarono in tutta la loro gravità nel 1866.
La Prussia che tradizionalmente era stata amica dell'Austria fin dai
tempi della lotta contro Napoleone I, decise di rompere gli indugi e di
dichiarare guerra all'Impero in alleanza con il neonato Regno d'Italia
per dare origine a quel Reich (impero) tedesco che era sempre stato nei
sogni dei sovrani prussiani. Le vittorie ottenute contro gli italiani
non servirono ad arrestare l'avanzata prussiana in Boemia e una pace
ignominiosa costrinse Francesco Giuseppe a riconoscere il Predominio
prussiano in Germania e l'annessione del Veneto all'Italia.
Dolori familiari e insuccessi politici
La perdita di quasi tutte le province italiane e la dura
sconfitta
subita dall'Austria nei confronti della Prussia, rinvigorirono i
nazionalismi interni all'Impero, specialmente quello ungherese che mai
si era sopito dal 1848. L'avanzata dell'esercito di Bismarck verso
Vienna aveva fatto fuggire buona parte della famiglia imperiale, ivi
compresa l'Imperatrice Elisabetta, per il timore di un'occupazione
nemica. Sebbene Francesco Giuseppe fosse rimasto nella capitale,
l'abbandono della stessa da parte dei suoi più stretti
congiunti fu a ragione visto come un segno di debolezza. I leader dei
nazionalisti ungheresi, Deak e Andrassy, addirittura condannati a morte
durante le rivolte del 1848 e poi graziati, si sentirono in dovere di
riproporre le stesse richieste già avanzate durante la prima
rivolta e cioè una divisione giurisdizionale tra l'Austria e
l'Ungheria con la creazione di un parlamento autonomo a Budapest che si
occupasse del diritto interno della nazione ungherese.
Francesco Giuseppe era conscio del fatto che concedere tali privilegi
all'Ungheria significava la fine dell'Impero austriaco così
come lo aveva conosciuto. Infatti, la maggioranza della popolazione
dell'Austria era di lingua tedesca e la recente sconfitta con la
Prussia aveva infranto ogni sogno di unità pangermanica con
i principati più occidentali e i liberali tedeschi avrebbero
preteso anche loro un parlamento al pari degli ungheresi, altrimenti la
situazione sarebbe degenerata. Per salvare almeno nominalmente l'Impero
fu escogitata una soluzione di compromesso che, col tempo, avrebbe
scontentato entrambe le fazioni, ma che sul momento pareva l'unica via
d'uscita. All'Ungheria furono garantite tutte le libertà
richieste, all'Austria fu dato un parlamento con gli stessi poteri
dell'assemblea di Budapest e a capo del neonato Impero Austro-Ungarico
fu nominato Francesco Giuseppe che, incredibilmente, portava sulla
propria testa due corone, quella di Imperatore d'Austria e quella di Re
di Ungheria.
La divisione sostanziale in due parti dell'impero fu una sconfitta
personale di Francesco Giuseppe. Egli fin dai primi anni di regno si
era dimostrato un degno erede dei monarchi assoluti che lo avevano
preceduto e doversi sottomettere ad una costituzione distruggeva i
principi basilari del suo credo politico. Naturalmente, vista la
situazione critica, egli deve aver pensato di poter ripetere le stesse
mosse del 1848: concedere una costituzione, rinsaldare la propria
posizione di governo, anche con la forza se necessario e poi revocare
le concessioni liberali con una restaurazione assolutistica. I tempi
era però cambiati. Le idee liberali delle nazioni facenti
parte dell'Impero si erano saldamente radicate nella borghesia
commerciale che era la spina dorsale dell'economia austriaca, anche
grazie all'esempio dato dal Piemonte e dalla Prussia che combattendo
contro l'Austria avevano costituito due regni nazionali e indipendenti.
Nel 1867 se Francesco Giuseppe avesse tentato una Restaurazione,
l'Ungheria avrebbe difeso la propria libertà con le armi. La
separazione ufficiale tra le due nazioni fu sancita il 18 Febbraio 1967
con la nomina del primo governo autonomo ungherese.
Nel medesimo anno si concluse tragicamente un'altra vicenda iniziata
tre anni prima. Il protagonista del nuovo dolore inferto a Francesco
Giuseppe fu l'amato fratello Massimiliano Ferdinando. Egli, pur
rispettando il fratello maggiore, non aveva mai accettato di vivere
all'ombra dell'Imperatore. Avrebbe desiderato diventare egli stesso
sovrano, ma come secondogenito ciò sarebbe stato possibile
solo alla morte del regnante. Il conflitto tra amore fraterno e
ambizione personale di Massimiliano Ferdinando sembrò
risolversi quando l'imperatore francese Napoleone III lo convinse, nel
1864, a intraprendere un'impresa che rasentava l'assurdo. Massimiliano
Ferdinando con l'appoggio dell'esercito francese sarebbe diventato
imperatore del Messico. Un uomo meno bramoso di potere di Ferdinando
avrebbe riflettuto profondamente sull'opportunità di
accettare l'offerta di governare un paese di cui non conosceva nulla,
nemmeno la lingua. Al contrario, egli accolse con grande entusiasmo
l'offerta che gli era stata proposta. Rinunciò al ruolo di
Arciduca e si trasferì a Città del Messico con
tutta la famiglia, credendo di poter ricreare in terra d'America una
corte di stampo mitteleuropeo. La realtà si
dimostrò ben differente. La rivolta del popolo messicano fu
inevitabile. Esso non sopportava un dominatore straniero, quale che
fosse la sua origine. Massimiliano non si rese conto della
gravità della minaccia finché non fu arrestato
dalle truppe repubblicane di Benito Juarez. Francesco Giuseppe
provò a salvare il fratello attraverso pressioni
diplomatiche, ma fu tutto inutile. Come in ogni rivoluzione colui che
incarna la figura del despota e del tiranno deve essere sacrificato per
placare l'odio popolare e così avvenne per Massimiliano che
fu fucilato nel villaggio messicano di Querentaro il 19 giugno 1867.
Il dolore di Francesco Giuseppe per la perdita del fratello dovette
essere solo una piccola parte di quanto egli dovette provare alla
scomparsa del figlio primogenito Rodolfo. Erede al trono per diritto
dinastico, il giovane rampollo degli Asburgo era tanto amato dal padre,
quanto egli odiava il suo ruolo di Arciduca. Non sopportava, in
particolare, le idee poco liberali del padre e non mancava occasione di
esternare questa sua visione politica in ogni manifestazione pubblica.
Francesco Giuseppe avrebbe anche potuto sopportare tutto ciò
se Rodolfo non si fosse immischiato in alcune cerchie rivoluzionarie
che andavano formandosi a Vienna. Non poteva tollerare che il Kronprinz
si mischiasse con cospiratori di bassa lega. Dapprima giunsero i
rimproveri severi del prozio Carlo, eroe delle guerre d'Italia e fedele
consigliere di Francesco Giuseppe, che però non sortirono
l'effetto voluto. Poi arrivò, forse inaspettato, il richiamo
dello stesso Imperatore. E' difficile capire se Rodolfo fu
più colpito dalla minaccia di essere relegato al comando di
una guarnigione nelle desolate lande della Galizia oppure dal fatto che
tale minaccia provenisse dalla persona che più l'amava al
mondo, ma il rimprovero avrebbe segnato il suo destino e quello del
mondo intero. Soffocato da una crisi depressiva, egli si tolse la vita
nel Gennaio del 1889, aprendo la strada della successione al cugino
Francesco Ferdinando, l'uomo di Sarajevo.
La morte di Rodolfo fu il colpo di grazia per la precaria
stabilità dell'Imperatrice Elisabetta. Da quel luttuoso
giorno, ella andò estraniandosi dalla realtà in
via definitiva, soggiornando sempre più raramente a Vienna,
disinteressandosi del tutto di ciò che accadeva a corte. Per
ironia della sorte, proprio colei che meno si interessava di politica
fu oggetto di un attentato anarchico che la uccise nel 1898. Francesco
Giuseppe, ormai vecchio, stanco e solo, ancora non sapeva che gli anni
peggiori dovevano arrivare nei primi tremendi decenni del ventesimo
secolo.
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