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della guerra italiana '15-'18
Articolo pubblicato sul
Mensile “HISTORIA” (luglio 1994), riprodotto su gentile concessione
dell'autore
IL FINANZIAMENTO DELLA GUERRA ITALIANA '15-'18, di
CLAUDIO LORETO
Nel groviglio di attriti che partorì il primo conflitto
"mondiale" della Storia un ruolo rilevante ebbe la contesa dei mercati
fra le nazioni più industrializzate, bisognose ciascuna di nuovi
sbocchi per le proprie merci e i propri capitali in costante aumento.
Così pure di natura principalmente economica furono poi le
ragioni della vittoria degli Alleati.
Allo scoppio del conflitto la superiorità militare
degli Imperi Centrali era indiscutibile; ma all'"Intesa" riuscì
di contenere l'ondata offensiva subito scatenata dal nemico,
frantumando così sul nascere il suo sogno di una vittoria
"lampo". E la guerra di trincea che ne seguì giocò, con i
suoi tempi lunghi, a favore degli Alleati: circondate per mare e per
terra, Germania e Austria-Ungheria videro via via esaurirsi i viveri e
spegnersi le loro produzioni per mancanza di materie prime, mentre gli
avversari, grazie a quei serbatoi inesauribili che erano gli imperi
coloniali britannico e francese e gli Stati Uniti d'America, poterono
al contrario gettare sui campi di battaglia risorse sempre maggiori.
Così nell'autunno del 1918 il collasso economico
obbligò alla resa gli Imperi Centrali, a dispetto di eserciti,
sulla carta, ancora poderosi.
Ma l'Italia, a quell'epoca fra i paesi europei meno sviluppati
economicamente, come affrontò un conflitto tanto tremendo,
divoratore di risorse ben al di sopra delle sue possibilità?
L'ITALIA DALLA NEUTRALITA' ALL'INTERVENTO
Il 3 agosto 1914 l'Italia dichiarò ufficialmente la
propria neutralità; quello stesso giorno le notizie del
moltiplicarsi delle mobilitazioni generali e delle dichiarazioni di
guerra tra le potenze europee fecero esplodere il panico nel Paese,
generando una "corsa agli sportelli" bancari di tali dimensioni da
obbligare il governo a varare in tutta fretta un provvedimento di
"moratoria": prelevamenti generalizzati avrebbero potuto svuotare le
banche, peraltro già in difficoltà a causa della
recessione manifestatasi nel primo semestre dell'anno; ed il collasso
del sistema bancario, unito all'eccessivo aumento della circolazione
monetaria che si sarebbe venuto a determinare, avrebbe con tutta
probabilita' sprofondato il Paese in una crisi finanziaria - e di
riflesso politica - assai grave.
Pubblicato il 4 agosto, il decreto autorizzò le aziende
di credito (eccezion fatta per quelle di emissione: Banca d'Italia,
Banco di Napoli e Banco di Sicilia) a limitare i rimborsi al 5%
dell'ammontare di ciascun deposito; nel frattempo, a tutela della
conservazione delle riserve auree del Paese, la Banca d'Italia aveva
sospeso la conversione in oro della lira.
Dapprima accolto con favore da banchieri ed imprenditori, a
fine agosto il decreto iniziò ad essere bersagliato da critiche;
si sostenne infatti che, superata ormai la fase critica, la moratoria
si stava tramutando in un ostacolo al libero mercato, e si premette
pertanto per un suo ritiro. Ma Bonaldo Stringher, Direttore Generale
della Banca d'Italia ("spalla" tecnica del Ministero del Tesoro), era
di avviso opposto: la situazione non aveva precedenti e a quel momento
non era ancora possibile azzardare previsioni; la revoca tout court del
provvedimento sarebbe stata quindi "...un pericolosissimo salto nel
buio". Anche perche' Stringher non escludeva un improvviso ingresso in
guerra dell'Italia. Inoltre il responsabile di Via Nazionale era
consapevole che il ristagno produttivo aveva ben altre cause.
Così, con aggiustamenti legislativi successivi, la moratoria fu
tenuta in vigore fino al 31 marzo 1915; a quella data la calma si era
ormai ristabilita da tempo.
Nel frattempo partiti politici, stampa ed opinione pubblica si
erano spaccati nei due appassionati e contrapposti campi del
"neutralismo" (maggioritario) e dell' "interventismo", vuoi pur al
fianco o contro gli Imperi Centrali. Anche se con motivazioni
profondamente diverse, nel primo si schierarono cattolici, socialisti e
liberali di Giovanni Giolitti. Quest'ultimo in particolare, avendo
avuto la responsabilità del governo fino al marzo del 1914, era
perfettamente al corrente dell'impreparazione delle nostre forze armate
ed ammoniva che i conti dello Stato, già lesi dall'avventura
libica, avrebbero rischiato di "saltare" nel tentativo di adeguare e
sostenere i nostri reparti in una guerra di tipo moderno; il nostro
modesto apparato industriale e l'atavica penuria di materie prime, poi,
ci avrebbero fatto dipendere dall'estero. Quale conseguenza, il
lungimirante statista piemontese intravedeva all'orizzonte allarmanti
tensioni sociali, tali da mettere a repentaglio la solidità
stessa del regime liberale.
Del resto, molti settori dell'industria (in particolar modo di
quella leggera) e del capitale finanziario erano persuasi che il
mantenimento della neutralità li avrebbe posti nella ideale
condizione di fornitori di ambedue le coalizioni in lotta, garantendo
dunque immediati profitti. Un calcolo in quel momento fantasioso: al di
là dell'imbarazzo diplomatico che ne sarebbe probabilmente
derivato al nostro governo, questi neutralisti "interessati" non
tenevano in conto che tutti i belligeranti erano persuasi che nessuna
economia avrebbe retto a lungo il servizio militare obbligatorio di
massa, che il conflitto in atto di lì a poco avrebbe dunque
avuto termine e che non era pertanto necessario effettuare acquisti da
Paesi stranieri.
Viceversa, taluni comparti dell'industria pesante - Ansaldo di
Genova in testa - ritenevano che profitti concreti sarebbero potuti
derivare solo dalle commesse dello Stato allorchè questo si
fosse gettato nella mischia, e si diedero pertanto ad appoggiare
l'eterogeneo insieme di forze, fra loro anche ostili, che reclamavano
l'immediato intervento: nazionalisti, liberali di destra
antigiolittiani, irredentisti, c.d."interventisti democratici",
sindacalisti rivoluzionari.
L'industria bellica, comunque, usufruì subito di una
"anticipazione". Nonostante la dichiarazione di neutralità,
infatti, il governo ritenne opportuno procedere in tempi brevi al
rafforzamento di esercito e marina, e ciò mentre un costoso
contingente doveva essere mantenuto in Libia: tra agosto e ottobre le
spese per le forze armate ebbero un incremento di 181 milioni
(nell'intero esercizio luglio 1913 - giugno 1914 il
bilancio della Difesa era ammontato a 833 milioni). In novembre, poi,
venne deliberata un'ulteriore spesa di 400 milioni.
Ma come reperire tali fondi? Accantonata l'ipotesi di un
pesante inasprimento fiscale (in novembre si ebbero aumenti di imposte
per soli 35 milioni), lo Stato italiano intraprese, per poi seguirla
anche nella fase dell'intervento, la strada del debito pubblico e delle
anticipazioni da parte degli istituti di emissione. Nel gennaio del
1915 si aprì così la sottoscrizione pubblica del primo
dei sei Prestiti Nazionali ai quali si ricorrerà per far fronte
alle esigenze della guerra; per la loro emissione ed il loro
collocamento il Tesoro si avvalse della Banca d'Italia, il più
importante dei tre istituti all'epoca autorizzati ad emettere
banconote, la quale proprio durante il conflitto, per i compiti
straordinari di indirizzo dell'economia cui sarà chiamata,
vedrà iniziare la sua trasformazione da istituto di natura
privata con funzioni pubbliche a banca centrale pubblica del nostro
Paese.
Intanto Corona e Governo, all'insaputa del Parlamento e contro
la maggioranza dell'opinione pubblica, avevano deciso la guerra; a
favore dell'intervento, fra l'altro, v'era la tesi che con la
neutralità l'Italia si sarebbe condannata ad una posizione di
potenza di secondo rango, succube dei vincitori. Il conflitto, del
resto, anche secondo l'opinione dei nostri vertici istituzionali
sarebbe stato di breve durata, e dunque finanziariamente sopportabile
persino per un Paese debole come l'Italia.
Gli esiti del "mercato" dei compensi territoriali intrattenuto
con entrambe le coalizioni belligeranti, unitamente ad una più
"naturale" ostilità nei confronti dell'Austria, indurranno il
governo di Roma a schierarsi sotto le insegne dell'Intesa. Il relativo
"contratto" di alleanza, stipulato a Londra il 26 aprile 1915 (e tenuto
nascosto al Parlamento fino al 1917!) non prevedeva alcuna assegnazione
all'Italia di materie prime e materiale bellico, bensì solo
l'impegno, estremamente generico, da parte dell'Inghilterra di
concedere al nuovo alleato "...un prestito di non meno di 50 milioni di
sterline da concludersi sul mercato di Londra". Cosicchè agli
inizi di maggio, allorchè l'ambasciatore italiano a Londra, il
marchese Guglielmo Imperiali di Francavilla, assistito dal responsabile
del Servizio Rapporti con l'Estero della Banca d'Italia, Arrigo Rossi,
negoziò le condizioni del prestito, i nodi vennero subito al
pettine: gli inglesi pretendevano infatti, a copertura, l'invio in
Inghilterra di oro italiano; il governo di Roma, sicuro della brevita'
del conflitto, dal canto suo reputava fuori luogo il ricorso alle
riserve quale mezzo di pagamento internazionale.
Il negoziato si interruppe. Un nuovo incontro tra i ministri
del Tesoro dei due Paesi, presenti i responsabili di Banca
d'Inghilterra e Banca d'Italia, ebbe luogo a Nizza il 4 e 5 giugno
successivi, quando Roma, forzata la mano al Parlamento con virulente
manifestazioni di piazza orchestrate dal governo, era già
entrata nel conflitto: il compromesso infine raggiunto sulla Costa
Azzurra previde un credito complessivo di 60 milioni di sterline,
rateato settimanalmente fino al 31 dicembre 1915, contro una rimessa
d'oro pari solo a 1/6 del credito; i restanti 5/6 dovevano essere
coperti con Buoni del Tesoro Italiano. L'oro sarebbe stato restituito
all'Italia dopo il rimborso delle suddette anticipazioni.
In novembre, un accordo supplementare concedeva all'Italia un
ulteriore prestito - rateato mensilmente fino al dicembre 1916 -
di 122 milioni di sterline. Roma accettava di trasferire in oro la
decima parte di tale ulteriore credito, nonchè di spendere una
consistente quota dello stesso (57 milioni) sul mercato britannico; una
obbligazione, quest'ultima, che limitava pesantemente gli
approvigionamenti alle nostre truppe, dal momento che l'industria
britannica in quella fase poteva soddisfare solo in parte le
necessità dei Paesi alleati.
La dichiarazione di guerra all'Austria del 23 maggio non aveva
generato particolare panico fra il pubblico, ormai "preparato"
all'evento dalle agitazioni nazionalistiche e fiducioso in una guerra
"limitata"; non fu pertanto necessario decretare una nuova moratoria.
L'inizio delle ostilità, come calcolato dai capitani d'industria
"interventisti", produsse invece un rilancio delle attività
più direttamente legate al conflitto.
Le procedure degli appalti per le forniture alle forze armate
vennero snellite ed i relativi pagamenti da parte dello Stato divennero
piuttosto rapidi; non di rado l'amministrazione pubblica accordava
addirittura anticipi. Data l'urgenza, lo Stato non badava poi molto ai
prezzi e alla qualita' delle merci commissionate: i profitti per
imprenditori e per speculatori d'ogni genere furono dunque enormi ed
immediati. E tali "pescecani", come vennero definiti con disprezzo
dal'opinione pubblica, si sfregarono ancora di più le mani
allorchè nell'estate del '16 apparve chiaro, tragicamente, che
la guerra sarebbe stata tutt'altro che breve: la spesa per forniture
militari, già raddoppiata in termini reali tra il 1915 e il
1916, aumentò ancora di 1/3 circa nel 1917.
Beneficiari di questo eccezionale fiume di denaro furono anche
imprese straniere. La nostra produzione agricola, ad esempio, negli
anni di guerra non registrò sostanziali incrementi, e
razionamenti e requisizioni, se da un lato contribuirono a ridurre
larga parte della popolazione civile ai limiti della sopravvivenza
(nell'agosto del '17 a Torino esploderà addirittura una sommossa
popolare contro la mancanza di generi alimentari, repressa nel sangue),
dall'altro non coprirono assolutamente il fabbisogno alimentare degli
uomini al fronte; gli acquisti all'estero divennero pertanto massicci:
nel 1917 le importazioni nette di prodotti agricoli ed industriali
giunsero ad essere pari a 1/4 della produzione interna.
Come accennato in precedenza, lungo l'intero periodo '14-'18
il denaro necessario all'acquisto di una siffatta ciclopica massa di
equipaggiamenti venne rastrellato per ben 2/3 indebitandosi sia
all'interno che all'estero (il fisco e la stampa di banconote
contribuirono in parti grosso modo uguali a coprire il resto).
All'interno, lo Stato riuscì a spingere i privati cittadini a
sottoscrivere i titoli del debito pubblico, oltrechè offrendo un
buon tasso di interesse, facendo fortemente appello ai sentimenti
patriottici; come del resto avveniva all'estero, le imprese furono
invece stimolate ad aderire ai prestiti da una serie di incentivi
economici. Il debito "interno" così accumulato
rappresentò circa il 72% del passivo totale.
Al debito contratto con i governi alleati era invece legato il
problema della difesa del valore esterno della lira; la divisa italiana
si deprezzò quasi costantemente, in primo luogo proprio a causa
del continuo ampliarsi dello squilibrio tra importazioni ed
esportazioni: essa si svalutò rispetto alla sterlina del 20% nel
1915, del 5% nel 1916 e del 22% nel 1917.
Nell'ottobre del '17 il tracollo delle nostre linee nei pressi
di Caporetto - cui si fece finanziariamente fronte con immediate e
sostanziose anticipazioni da parte degli istituti di emissione -
partorì un nuovo governo; il nuovo ministro del Tesoro,
Francesco Saverio Nitti, propugnava la necessità di
centralizzare a scopi bellici ogni risorsa nazionale, nonchè
di ridurre i margini di profitto dei fornitori; persuaso che la
caduta della lira fosse in realtà da attribuire alle manovre
speculative delle banche, verso le quali non nutriva
fiducia, l'11 dicembre 1917 Nitti impose, "...per la durata della
guerra e per i sei mesi dopo la conclusione della pace...", la
costituzione dell'Istituto Nazionale per i Cambi con l'Estero, un vero
e proprio monopolio di Stato per i cambi servito dagli istituti di
emissione e dalle maggiori banche di credito ordinario, obbligate a
prestare allo Stato, in cambio di una provvigione, personale ed uffici.
L'INCE, alla cui istituzione la Banca d'Italia si era opposta
giudicandola persino dannosa, non riuscì in effetti a frenare la
caduta della nostra moneta: nel giugno 1918 il franco svizzero
raggiunse quota 2,3 lire (il cambio prebellico era pari a 1); fu la
messa a punto della cooperazione finanziaria con gli Stati Uniti ad
imprimere una inversione di tendenza: nella seconda metà del '18
si verificò un apprezzamento sulla sterlina di circa il 30%; e
la divisa svizzera ridiscese a 1,3 in novembre, il mese che vide la
fine dell'immane carneficina (più di 8 milioni e mezzo di morti
e di 21 milioni di feriti, nella quasi totalità di età
compresa fra i 20 e i 40 anni: una perdita di risorse fisiche ed
intellettuali incalcolabile!).
LA PESANTE EREDITA' DEL CONFLITTO
Il vecchio continente uscì dalla guerra in uno stato di
rovina generalizzata e di forte dipendenza economica e finanziaria
dalla nuova maggiore potenza mondiale, gli Stati Uniti d'America.
Il commercio intereuropeo era crollato, e la nascita di nuovi
Stati in conseguenza della dissoluzione degli imperi austro-ungarico e
russo determinarono la comparsa in Europa di nuove barriere doganali,
nuove monete e nuove produzioni nazionali di scala assai modesta, tutti
fattori di gravissimo ostacolo alla ripresa degli scambi. Macchinari
industriali e trasporti, impegnati per oltre 4 anni a funzionare senza
soste e revisioni, erano ormai logori; la riconversione degli impianti
a produzioni di pace comportò ristrutturazioni e restrizioni di
mano d'opera che lasciarono senza lavoro milioni di uomini restituiti
alla società dalle trincee; innumerevoli poi erano gli invalidi:
nessuna precedente guerra aveva reso inservibili alla produzione e
trasformato in un "peso" per la collettività una quantità
così impressionante di individui.
La necessità di continuare ad importare - soprattutto
dalle Americhe - molto di più di quanto non si riuscisse a
pagare con le esportazioni produsse in ogni Paese europeo il rialzo
continuo dei prezzi e dunque un'inflazione galoppante. Su questo piano
gli Stati Uniti avrebbero potuto venire incontro agli ex alleati; ma,
insieme al conflitto, Washington considerava terminata anche la
solidarietà finanziaria.
Peggio ancora, però, i trattati di pace furono dettati
esclusivamente dalla volontà punitiva dei vincitori e non
previdero alcun piano di rinascita economica generale dell'Europa,
condannando così il vecchio continente ad una prolungata crisi
produttiva, sociale e politica che alla fine degenererà,
coinvolgendo ancora il mondo intero, in una nuova e più immane
catastrofe.
Dal canto suo, l'Italia aveva dovuto sostenere uno sforzo che,
oggettivamente modesto se paragonato a quello compiuto dagli altri
principali belligeranti, si era però rivelato alla fine
gigantesco in rapporto alle proprie possibilità: è stato
calcolato che il costo della guerra ammontò a ben 1/3 del
prodotto interno lordo dell'intero periodo '15-'18. Così il
nostro Paese, pur figurando tra le potenze vincitrici, si
ritrovò nelle condizioni economiche, sociali, politiche e morali
tipiche delle nazioni sconfitte.
Nel 1918 si registrò in Italia il più alto tasso
di inflazione; posto uguale a 100 il livello dei prezzi all'ingrosso
del 1913, gli indici relativi all'ultimo anno di guerra furono: 409 in
Italia, 340 in Francia, 227 in Gran Bretagna, 217 in Germania, 194
negli USA. I prezzi salirono alle stelle: i capitali dei piccoli
risparmiatori si polverizzarono, mentre i salari non riuscivano a
tenere testa al caro-vita e all'aumentata pressione fiscale.
Il bilancio dello Stato aveva un deficit impressionante:
23.345 milioni di lire nell'esercizio '18-'19, contro i 214 del '13-'14.
L'indebitamento estero raggiungeva una cifra pari a 5 volte il
valore delle nostre esportazioni del 1919. Ancora dopo l'armistizio,
l'impellente bisogno di valuta per potere continuare ad importare
generi fondamentali aveva spinto Stringher, dopo il "no" politicamente
miope degli Stati Uniti, a ribussare alla porta inglese; nonostante la
crisi di disponibilità finanziaria in cui versava la stessa
Londra, il capo della Banca d'Italia era riuscito a strappare un'ultima
apertura di credito di 50 milioni di sterline, parte dei quali
destinati però al pagamento degli interessi maturati sui
prestiti precedenti.
Il nostro debole apparato produttivo sembrava non reagire. La
guerra, poi, aveva accentuato la già alta concentrazione
monopolistica della grande industria e favorito la sua compenetrazione
con il capitale bancario: nella primavera del '18, ad esempio, forti
della liquidità realizzata grazie alle commesse statali, i
fratelli Perrone (Ansaldo) avevano dato la scalata alla Banca
Commerciale, Agnelli (Fiat) e Gualino (Snia) al Credito Italiano (al
cui capitale già partecipava l'Ilva), in una strategia di
ampliamento e diversificazione delle loro attività. Ciò
non solo poneva i potentati economici in condizione di esercitare una
enorme influenza sugli apparati dello Stato, ma esponeva anche aree
economiche diverse a rischi mortali in caso di dissesto di una
capo-gruppo. Sarà il caso dell'Ansaldo, che aveva avuto uno
sviluppo tumultuoso in relazione alla domanda bellica dello Stato; le
sue difficoltà di riconversione causeranno il fallimento della
Banca Italiana di Sconto, verso la quale la società genovese era
fortemente indebitata, rovinando migliaia di piccoli e medi
risparmiatori.
Disoccupazione e scioperi, occupazione delle fabbriche e
"minaccia" della rivoluzione sociale, mito della "vittoria mutilata" e
crisi dello Stato liberale: sulle "rovine" dell'Italia postbellica il
fascismo avrebbe presto insediato il proprio potere autoritario.
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