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Home > Approfondimenti > Fidel Castro: la storia lo assolverà davvero?

Articolo pubblicato sul Quotidiano genovese “IL SECOLO XIX”
(numero di giovedì 22 luglio 1993), inserito su gentile concessione dell'autore.

FIDEL CASTRO: LA STORIA LO ASSOLVERA' DAVVERO?, di Claudio Loreto

Con l'assalto alla caserma "Moncada" i "fidelistas" riprendevano, per concluderla vittoriosamente, la lotta d'indipendenza fallita mezzo secolo prima dal poeta-patriota Josè Martì.

"Se vincerete, le aspirazioni di Josè Martì  saranno presto soddisfatte; se accadrà il contrario, la nostra azione rappresenterà comunque un esempio per il  popolo  cubano, e dal popolo sorgeranno giovani pronti a morire per Cuba!".

Con queste parole di incitamento ai suoi "carbonari", poco prima dell'alba del 26 luglio 1953 l'avvocato dal temperamento ribelle Fidel Alejandro Castro Ruz mosse all'assalto della caserma Guillermo Moncada, celata dalle tenebre poco fuori la città di Santiago. Nel suo cuore, la convinzione che la notizia della conquista della base e delle sue molte armi moderne avrebbe fatto da detonatore, facendo finalmente esplodere la sollevazione contro l'odiato dittatore Fulgencio Batista Zaldìvar, ex sergente al soldo degli Stati Uniti, veri padroni dell'isola caraibica.

Ma le cose non andarono come sperato. I rivoluzionari  avevano certo scelto il momento più propizio (grazie al carnevale, che a Cuba cade in luglio, gran parte della guarnigione era infatti in licenza, e la sorveglianza allentata); un eccesso di segretezza li aveva però indotti a non effettuare in precedenza alcuna prova generale: lungo il tragitto tra la base operativa e la caserma incapparono dunque in imprevisti vari, e l'azione di disarmo delle guardie ad uno degli ingressi della Moncada si svolse con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia; venne così notata dalla ronda che sopraggiungeva e che diede  l'allarme facendo fuoco sugli assalitori.

In breve si scatenò l'inferno, e Castro dovette presto  ripiegare. Seguì la caccia all'uomo: alla fine, dei poco più di 100 ribelli che avevano preso parte all'assalto a Santiago e all’azione d'appoggio contro un presidio minore nella vicina Bayamo ben 69 perderanno la vita, giustiziati all'atto della cattura o dopo essere stati sottoposti ad orrende torture. Lo stesso Castro venne individuato e catturato sulla vicina Sierra all'alba del 1° agosto; lo salvò dall'immediata vendetta dei soldati un tenente negro di 55 anni, con scarse simpatie per Batista, che tuonò più volte ai suoi: "Vi ordino di non ucciderlo! Non si possono uccidere le idee!".

Quindi il processo (nel corso del quale Castro pronunziò una celebre autodifesa, conclusa al grido "La Storia mi assolverà!"), la condanna a 15 anni di reclusione e  l'amnistia dopo soli 19 mesi; il volontario esilio in Messico, onde riorganizzare il Movimiento e ritentare l'avventura; infine, il rocambolesco sbarco alla testa dei suoi, nel sud dell'isola, il 2 dicembre 1956, l'avvio di una guerriglia travolgente, la fuga di Batista e la conquista del potere 25 mesi più tardi.

Eppure non già la vittoria finale, bensì proprio il fallito assalto alla Moncada è celebrato come la pietra angolare non solo della Rivoluzione castrista, ma dell'intera storia cubana, poichè esso rappresentò l'avvio di quella lotta popolare che condurrà per la prima volta l'isola alla piena indipendenza dopo secoli di sfruttamento straniero. Ed è nella liberazione nazionale che sta la chiave del consenso di Castro tra il popolo cubano.

Non è politicamente esatto, infatti, sostenere che il comunismo sopravvive a Cuba solo grazie ad un apparato repressivo di straordinaria efficacia. Certo, l'insofferenza al regime - complice lo sconquasso economico seguito alla cessazione delle "sovvenzioni" sovietiche - è un sentimento sempre più diffuso tra i cubani; tuttavia larghi strati  di popolazione concedono ancora spontaneamente qualche credito al "padre-padrone" del regime medesimo.

E ciò perchè appunto Fidel è, agli occhi dei cubani, colui che ha dato loro l'orgoglio di nazione finalmente indipendente, e di "esempio" da seguire per tutti i popoli sfruttati del pianeta; non solo: con il suo dinamismo diplomatico Castro ha oggettivamente fatto di  una insignificante ex "colonia" una protagonista del palcoscenico politico internazionale.

Oltre all'appagamento nazionalistico, sotto Fidel l'isola ha poi conosciuto un indiscutibile progresso sociale. Ha osservato in proposito la guatemalteca Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace nel 1992: "Cuba è l'unico Paese dell'America Latina dove i bambini sono tutti curati e istruiti, anche adesso che l'URSS non esiste più, mentre in Brasile, Perù o Guatemala essi spesso vengono uccisi dalla polizia  perchè sono considerati solo un peso sociale, un  fastidio all'ordine..."

Di conseguenza non c'è da sorprendersi se di fronte ai regimi formalmente democratici del vicino continente, i quali non solo non hanno debellato la spaventosa miseria, ma, al contrario, continuano a produrre ingerenze straniere, sanguinose frantumazioni sociali, "squadroni della morte" e "desaparecidos", anche molti dei cubani stanchi dell'altro volto del comunismo castrista (bavaglio al libero pensiero, turni di lavoro extra gratuiti, abusi della  nomenklatura, ed ora penuria d'ogni cosa) continuano a sostenere Fidel.

Ciò nonostante, non è affatto da escludere - specie in caso di ulteriore aggravamento della crisi economica - che la situazione non possa comunque giungere alla fine ad un punto di rottura; qualcuno addirittura già pronostica, dopo l'uscita di scena dell'anziano lider maximo, uno scenario "rumeno", col regime ormai sclerotico spazzato via da un'esplosione di rabbia popolare.

Certo è che per uscire dal tunnel che sta conducendo il Paese dritto al tracollo Castro, adattandosi al mutato corso della Storia, deve assolutamente abbandonare l'intransigenza ideologica ed operare scelte estremamente pragmatiche: rivedere a fondo il ruolo del Partito e "sacrificare" taluni punti fondamentali del proprio pensiero, primo fra tutti l'opposizione al libero mercato ed ai suoi "paladini", gli Stati Uniti.

Se da un lato è probabile che una "revisione" della  Revolucìon comporterebbe egualmente il rapido esaurimento del regime che l'ha incarnata, dall'altro essa assicurerebbe però la conservazione di quanto di buono il castrismo ha dato ai cubani; Fidel renderebbe così al suo amato Paese un secondo, più sublime servizio. Diversamente, l'inevitabile caos respingerebbe Cuba indietro di decenni.

Nel 1961 egli stesso ebbe a dire agli artisti e scrittori cubani: "Non temete giudici immaginari qui da noi. Temete altri giudici molto più temibili, temete i giudici della posterità, temete le generazioni future che, infine, hanno l'ultima parola!"

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