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Home > Approfondimenti > Il mondo entra nell'era nucleare "Il mondo entra nell’era nucleare", di Antonino SpotoProgettazione, uso e conseguenze delle prime bombe atomiche. Dalla teoria della bomba nucleare al suo utilizzo nella seconda guerra mondiale.IL CONTESTO STORICO PRIMA DELL’ESPLOSIONE DELLA BOMBA "A"Gli anni in cui la scienza dà il suo maggior contributo alla scoperta dell’energia nucleare e al suo sfruttamento comprendono un arco di tempo di circa venti anni, anche se, è giusto sottolinearlo, gli sforzi per la ricerca di una nuova arma bellica che sfruttasse l’energia nucleare si sono moltiplicati durante il secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti, che vengono considerati come la patria della bomba A, non sono stati, comunque, gli unici a tentare di trovare una soluzione violenta e rapida per porre fine alla guerra: anche i tedeschi infatti erano attivamente impegnati nella ricerca. Dopo il 7 dicembre del 1941, giorno in cui le truppe Giapponesi affondarono gran parte della flotta americana a Pearl Harbor, gli Usa entrarono attivamente nel conflitto mondiale con due principali obiettivi: il primo era quello di sconfiggere le forze nazifasciste italiane e tedesche, il secondo quello di eliminare militarmente il Giappone. Entrambe le imprese però si rivelarono tutt’altro che facili. La situazione in Europa era decisamente complessa, anche se, dopo il 1942-43, le truppe dell’asse avevano subito una dura sconfitta In Russia, in un impresa che è tristemente passata alla storia per l’ecatombe finale subita, oltre che dall’esercito tedesco, anche da quello Italiano dell’ARMIR nella quale persero la vita migliaia di soldati. Questa sconfitta ebbe grande influsso anche sulla politica interna dei due stati, italiano e tedesco, i cui regimi totalitari non avevano più, soprattutto in Italia, il pieno consenso: si aprì così, per le truppe Alleate, la strada per la risoluzione del conflitto almeno a livello Europeo. Dopo le sconfitte subite in Africa da parte dei Britannici, gli Italiani dovettero assistere anche allo sbarco degli Americani sulle coste della Sicilia che aprirà la crisi del regime fascista, definitamente sconfitto solo il 25 aprile del 1945 quando le truppe Alleate liberarono, anche grazie ai Comitati di Liberazione dell’Alta Italia, la cosiddetta "Repubblica di Salò", che rappresentava l’estremo tentativo di Mussolini, di mantenere le redini del potere. Il 6 giugno del 1944, le truppe alleate assestarono un altro duro colpo ai regimi totalitari: con lo sbarco in Normandia le truppe americane, contemporaneamente aiutate da sud dalle truppe britanniche e francesi che combattevano in nome di De Gaulle, furono in grado di liberare la Francia dall’oppressione tedesca. Contemporaneamente, la controffensiva russa schiacciava da est la Germania, liberando la Polonia e procedendo poi su Berlino: il 7 marzo del 1945, quando le prime unità inglesi e sovietiche varcarono i confini est e ovest della Germania, il regime di Hitler fu definitivamente sconfitto e il Führer si suicidò (30 aprile 1945). Per gli Usa, nonostante queste decisive vittorie, la guerra, però, non era finita, in quanto mancava il secondo obiettivo principale: il Giappone. Infatti, contemporaneamente alle operazioni militari in Europa che costituivano un grande dispendio di denaro e forze, gli Usa dovevano pensare al fronte asiatico dove il Giappone costituiva una grande minaccia. Dopo l’attacco del 1941, gli americani risposero nel ‘42-’43 con violenti attacchi a Midway, nel Mar dei Coralli, a Guadalcanal e successivamente, in Nuova Guinea, conquistata, dalle forze di Roosevelt. Nonostante questi attacchi, e quello successivo del 1944 nell’Isola di Leyte che rappresenta il più grande attacco navale di tutta la guerra, i Giapponesi non demordevano, anzi l’azione disperata, che mirava alla difesa della patria, causò ancora miglia di vittime americane (basti ricordare i Kamikaze): risultò chiaro al neo presidente Truman che un’invasione del Giappone via terra sarebbe stata impossibile, perché ciò avrebbe significato la perdita di numerose vite americane. Proprio da questo clima quasi di esasperazione, nasce l’idea che l’unica soluzione possibile sarebbe stata l’utilizzo della nuovissima bomba atomica. Il 6 agosto del 1945 venne sganciata la prima bomba su Hiroshima, in seguito, visto la resistenza dei Giapponesi, che non si piegavano alla resa incondizionata, venne sganciata la seconda su Nagasaki con la consequenziale firma dell’armistizio il 2 settembre successivo. L’otto agosto anche la Russia aveva dichiarato guerra al Giappone, e, in seguito, conquistò la Manciuria e la Corea. LA PRIMA BOMBA ATOMICADietro le stragi del 6 e 9 agosto del 1945 vi fu una vera e propria "task force" di ricerca scientifica finanziata dagli USA. "Churchill mi ha detto di aver notato ieri, all’incontro dei tre, che Truman era molto in forma per qualcosa che doveva essergli capitata, che si era scagliato contro i russi in modo deciso ed enfatico affermando che certe loro richieste non potevano essere soddisfatte e che gli Stati uniti erano assolutamente contrarie ad esse". Queste sono le parole pronunciate dal segretario alla Guerra americano Stimson il 17 luglio del 1945 subito dopo il vertice di Potsdam, dove Truman, Stalin e Churchill stavano decidendo le modalità di proseguimento della guerra oltre alle modalità politiche e giuridiche per lo svolgimento dei processi di Norimberga. Ciò che aveva spinto Truman a cambiare il suo atteggiamento nei confronti della Russia e dell’Inghilterra era qualcosa che avrebbe immediatamente cambiato non solo le sorti della guerra, ma del mondo intero negli anni a venire, qualcosa, ancora ignoto agli altri Paesi, che avrebbe causato morte e distruzione da un lato ed il futuro della produzione energetica mondiale dall’altro. Poco prima del vertice, il segretario particolare di Truman gli aveva passato un foglietto con il quale il presidente veniva informato del fatto che "i bambini sono nati normalmente": un messaggio in codice che significava che il 16 luglio 1945 era stata fatta esplodere, in via sperimentale, la prima bomba atomica della storia dell’uomo, un’arma di una potenza distruttiva neppure lontanamente paragonabile alle armi tradizionali. Truman sentiva ormai la guerra in suo pugno, sembrava quasi eccitato dalle nuove potenzialità militari acquistate dagli Usa e vedeva ormai il Giappone ai suoi piedi senza neppure la perdita di un soldato americano. La bomba atomica era per gli Stati Uniti il coronamento dei loro sforzi militari, economici, organizzativi e politici che avevano dato avvio in passato ad una "task force" di ricerca scientifica alla quale collaboravano scienziati di tutto il mondo, come, ad esempio, Einstein e Fermi, scappati dai loro paesi a causa dell’imperversante dilagare dell’antisemitismo tedesco. La storia che ha portato al tragico evento dell’6 agosto 1945 è assai lunga e complessa. L’idea della possibilità di sfruttare la reazione a catena per produrre immani quantità di energia nacque nel 1939 per opera di Szilard, dopo che Bohr ebbe portato negli Usa la notizia della teoria della fissione elaborata da Frish. Szilard era uno scienziato ungherese che si trovava a lavorare negli Stati Uniti perché era dovuto scappare dall’Europa per evitare le persecuzioni naziste. La stessa cosa accadde a numerosi altri scienziati come Einstein e Fermi, che aveva sposato un’ebrea e colse l’occasione del suo viaggio in Svezia per il ritiro del premio Nobel per non fare più ritorno in patria. Così tutti questi scienziati trovarono un rifugio sicuro dalle persecuzioni naziste negli Stati Uniti d’America che avevano ora a disposizione un grande potenziale di "menti" da mettere al lavoro per la ricerca scientifica. Tuttavia, fino al 1941-42, vale a dire fino all’entrata in guerra degli Stati Uniti, né il Presidente Roosevelt né i suoi più stretti collaboratori presero in considerazione questi scienziati per la reale possibilità di costruire un’arma nucleare. Dopo lo scoppio della guerra però sembrava che le parole di convincimento di Einstein e di Szilard, circa l’incredibile progetto della bomba A, avessero assunto nella mente di Roosevelt una considerazione diversa: nel 1943 nasce a Los Alamos la prima comunità di scienziati incaricati di studiare il problema del assemblaggio della bomba. Questo progetto doveva certamente rimanere il più segreto possibile, ma nello stesso tempo doveva essere massimamente efficace e veloce nel raggiungimento dell’obiettivo finale per evitare che i nazisti battessero sul tempo gli scienziati americani e si trovassero in possesso di un arma che avrebbe potuto stravolgere l’equilibrio della guerra. Il progetto di Los Alamos venne definito da Truman, nel discorso ufficiale dell’8 agosto 1945 subito dopo il lancio della bomba, come "il più grande azzardo scientifico della storia", un progetto della durata di due anni e mezzo, con l’impiego di 125.000 uomini che lavoravano notte e giorno per assicurarsi il cosiddetto "primato atomico". Sebbene ciò che teneva uniti gli scienziati a Los Alamos e ciò che li spronava a dare il meglio di sé fosse la paura di essere anticipati nell’impresa da scienziati di altre nazioni, questo stesso timore si rivelò controproducente quando, intorno al 1944, le spie americane assicurarono il governo che i tedeschi erano molto lontani dal costruire una bomba A: venne così a mancare la motivazione di fondo che aveva spinto gli scienziati a lavorare freneticamente. Fortunatamente per gli Usa, ormai il progetto guidato dal militare Groves e dallo scienziato Oppenheimer era giunto a buon punto e tutto sembrava pronto per la prima vera sperimentazione, puntualmente avvenuta il 16 Luglio 1945. La critica storica, però, è sempre stata attenta a mettere in evidenza come, pochi mesi prima di questa data, a Los Alamos si sia formata una prima opposizione all’impiego dell’ordigno nucleare da parte degli stessi scienziati promotori del progetto tra i quali , ad esempio, Szilard: per la prima volta un gruppo di scienziati avvertiva sulle proprie spalle delle responsabilità morali e politiche enormi. A questo proposito la scienziato ungherese tentò di opporre resistenza all’impiego della bomba facendo leva su Roosevelt, prima, e su Truman, dopo; tuttavia quest’ultimo sembrava fremere per l’impiego della bomba sul Giappone e decise perciò di convocare una speciale assemblea alla quale parteciparono Fermi, Oppenheimer, Compton e Lawrence i quali avevano il compito di esprimere un parere sulle possibili conseguenze ed utilità dell’impiego dell’energia atomica per scopi militari. Effettivamente, però, la commissione che Truman formò serviva solamente per contrastare e quindi abolire la proposta del gruppo di Szilard che, nel rapporto Frank, proponeva di impiegare la bomba A solo a scopo dimostrativo su un area desertica non lontana dal Giappone per dimostrare quale fosse la reale forza degli americani e per evitare un futuro ed ipotetico "olocausto nucleare"; così si espresse Szilard: "Le bombe nucleari non possono assolutamente restare un arma segreta ad uso esclusivo del nostro Paese per più di qualche anno. I presupposti scientifici su cui si basa la loro costruzione sono ben noti agli scienziati di altri Paesi. Se non si realizza un efficace controllo internazionale sugli esplosivi militari, è certo che immediatamente dopo la prima rivelazione a tutto il mondo del nostro possesso di armi nucleari, inizierà un generale riarmo. Entro dieci anni anche altri Paesi potranno possedere armi nucleari, ognuna delle quali, senza neppure raggiungere il peso di una tonnellata, potrà distruggere una città per più di dieci miglia quadrate". Ma queste parole, che rappresentano l’ultimo e disperato tentativo di fermare un massacro, furono letteralmente gettate al vento. Truman respinse il rapporto Frank e diede inizio alle operazioni che l’6 agosto 1945 portarono l’aereo Enola Gay, comandato da Paul W. Tibbets jr con a bordo altri dodici uomini di equipaggio, a sganciare su Hiroshima la prima bomba atomica ad uranio 235 chiamata Little Boy. La distruzione di Hiroshima fu immediata, ma il Giappone non accennava alla resa, e, mentre il popolo americano rimaneva incantato dalle parole del presidente che aveva dimostrato appieno tutta la potenza militare degli Usa, lo stesso Truman, tre giorni più tardi, il 9 agosto, diede l’ordine di sganciare un altro ordigno su Nagasaki: la bomba, Fat Man, era questa volta basata sulla reazione del plutonio 239, ma il risultato dell’esplosione fu lo stesso di Hiroshima. Dopo la seconda strage il Giappone fu costretto alla resa accettando tutti i punti imposti dall’ultimatum di Postdam, assicurandosi soltanto la sovranità dell’imperatore. DAL DISCORSO DI TRUMAN ALL’USO MODERNO DELL’ENERGIA NUCLEAREIl 6 agosto il presidente degli Stati Uniti, Truman, diffonde il suo resoconto dell’attacco con la bomba atomica su Hiroshima. Un discorso sintetico che mira a mettere in luce lo sforzo compiuto dal suo paese per porre fine ad una guerra che ormai si protraeva da molto tempo e che incombeva come una minaccia costante sul destino e sulla vita di numerosi soldati americani. Così, per evitare un’invasione del Giappone via terra, che avrebbe causato la perdita di troppe vite statunitensi, Truman gioca la carta dell’atomica che risulta essere un vero "successo" agli occhi degli alleati. Le colpe logicamente vengono riversate tutte sui Giapponesi: "Sedici ore fa, un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima, importante base dell'esercito giapponese. Questa bomba possedeva una potenza superiore a quella di 20 mila tonnellate di trinitrotoluolo. Si tratta di una bomba atomica. La forza da cui il sole trae energia è stata sganciata contro coloro che hanno provocato la guerra in Estremo Oriente" (Harry Truman, annuncio radiofonico, 6 agosto 1945). Da questo momento in poi tutto il mondo venne a sapere della bomba e dei segreti intorno ad essa, così come li conosciamo noi oggi. Nelle dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca e del Pentagono, negli articoli e nelle notizie provenienti dai laboratori e dagli impianti di produzione e poi, più tardi, nel famoso Smyth Report, la verità cominciò a venire a galla. Era una storia drammatica di prodigiosi sforzi, di brillanti conquiste, di attaccamento al dovere, di generosa cooperazione tra i vari gruppi del governo, dell'industria e dei laboratori scientifici. Bisogna sottolineare, però, che l’era atomica, apertasi in maniera tragica, ebbe però dei grossissimi sviluppi a livello industriale, tant’è che oggi viene considerata come l’unica reale alternativa al petrolio, ormai scarso, sempre più caro e più difficile da estrarre, prima di tutto per l’enorme quantitativo di energia che la reazione atomica può produrre rispetto al quantitativo di Uranio o Plutonio impiegati e, in secondo luogo, per il basso tasso di inquinamento che produce. Ma fin dai tempi della scoperta della pila atomica di ferro, si era pensato alla possibilità di convogliare tutta quell’energia per mettere in moto le macchine industriali, come già ipotizzava nel 1942, alla luce della scoperta della pila atomica, il presidente della DuPont, Burney Russel, molto amico di Fermi. COS’È E COME FUNZIONA UNA BOMBA A. LE SUE EVOLUZIONI NEL CORSO DELLA STORIA.Le bombe A sono ordigni esplosivi progettati per liberare energia nucleare su grande scala. Prima del 16 luglio 1945, tutti gli esplosivi derivavano la loro potenza dal rapido processo di combustione o di decomposizione di determinati composti chimici e quindi sfruttavano l'energia che si libera per effetto delle transizioni degli elettroni orbitanti tra i livelli energetici periferici, o più esterni, dell'atomo. Diversamente, gli esplosivi nucleari liberano l'energia contenuta nel nucleo atomico: la bomba A sviluppa la sua spaventosa potenza per la rottura, o fissione, dei nuclei contenuti in alcuni chilogrammi di plutonio o uranio 235. Una sfera di uranio o di plutonio dalle dimensioni simili a quelle di una palla da baseball determina un'esplosione paragonabile a quella prodotta da 20.000 tonnellate di esplosivo ad alto potenziale, come ad esempio il trinitrotoluene, noto come TNT. Dopo la guerra, la US Atomic Energy Commission divenne responsabile della supervisione di tutti i progetti riguardanti lo sfruttamento dell'energia nucleare, compresa la ricerca sulle armi. Furono sviluppati nuovi tipi di bombe con lo scopo di estrarre energia da elementi più leggeri, come l'idrogeno, sfruttando il processo di fusione nucleare, nel quale nuclei di isotopi dell'idrogeno, deuterio o trizio si uniscono per formare un più pesante nucleo di elio. Questa ricerca produsse bombe di potenza variabile tra una frazione di kiloton (equivalente a 1000 tonnellate di TNT) e molti megaton (1 megaton = 1 milione di tonnellate di TNT). Inoltre, la dimensione fisica della bomba fu drasticamente ridotta, permettendo lo sviluppo di proiettili nucleari tattici per artiglieria e di missili lanciabili dal suolo, dall'aria e utilizzabili anche sott'acqua. I grandi missili possono recare testate nucleari multiple indirizzabili su bersagli differenti. Il principio su cui si fonda la bomba atomica ha le sue radici nella ricerca svolta nel 1905 da Albert Einstein che pubblicò la teoria della relatività ristretta, che contiene la celebre relazione di equivalenza tra massa ed energia, espressa dall'equazione E=mc2. La relazione di Einstein afferma che una massa m può essere trasformata in una quantità di energia E uguale al prodotto della massa stessa per il quadrato della velocità della luce nel vuoto, c. Dato l'elevato valore di c, una porzione molto piccola di materia equivale a una enorme quantità di energia. Ad esempio, un chilogrammo di materia, convertito completamente in energia, è equivalente all'energia liberata dall'esplosione di 22 milioni di tonnellate di TNT. Nel 1939, in seguito agli esperimenti dei chimici tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassmann, che riuscirono a dividere un nucleo di uranio in due parti pressoché uguali tramite bombardamento con neutroni, la fisica austriaca Lise Meitner e il nipote Otto Frisch spiegarono il processo della fissione nucleare. Fu questo il primo passo verso la liberazione di energia dall'atomo. In una reazione di fissione, un nucleo di uranio o di un altro elemento pesante si scinde, per effetto del bombardamento con neutroni, formando una coppia di frammenti di nucleo e liberando una notevole quantità di energia. Il processo è accompagnato da una rapida emissione di neutroni veloci, uguali a quelli che hanno innescato la fissione del nucleo di uranio; ciò consente l'inizio della cosiddetta reazione a catena, che consiste in una serie autoalimentata di fissioni nucleari: i neutroni che vengono emessi nel processo di fissione possono a loro volta innescare il medesimo processo, con continuo sviluppo di energia. L'isotopo leggero dell'uranio, l'uranio 235, viene facilmente scisso per effetto dei neutroni prodotti durante la reazione di fissione e, scindendosi, emette in media 2,5 neutroni. Per sostenere la reazione a catena è necessario un neutrone per ogni generazione di fissioni nucleari; i neutroni eccedenti possono sfuggire dalla massa del materiale oppure possono essere assorbiti da impurità o dall'isotopo pesante uranio 238, nel caso in cui questo sia presente. Bisogna inoltre aggiungere che una piccola sfera di materiale fissile puro, come ad esempio l'uranio 235, circa delle dimensioni di una pallina da golf, non può sostenere una reazione a catena; troppi neutroni sfuggono infatti dalla superficie della sfera, che è relativamente grande rispetto al volume, e vengono in questo modo sottratti alla reazione. In una massa di uranio 235 delle dimensioni di una palla da baseball, invece, il numero di neutroni persi attraverso la superficie è compensato dai neutroni generati nelle fissioni che avvengono all'interno della sfera. La quantità minima di materiale fissile (di una determinata forma) necessaria per mantenere una reazione a catena è detta massa critica. Incrementando ulteriormente la dimensione della sfera si ottiene una massa supercritica, nella quale le generazioni successive di fissioni aumentano molto rapidamente, conducendo a un'esplosione come conseguenza dello sviluppo estremamente rapido di un'enorme quantità di energia. In una bomba atomica, pertanto, una massa di materiale fissile di dimensioni maggiori del valore critico viene divisa in due o più parti non critiche, che vengono ravvicinate e tenute insieme per circa un milionesimo di secondo, così da costituire istantaneamente la massa critica; ciò consente che la reazione a catena si propaghi prima dell'esplosione della bomba. Un materiale pesante, detto tamper, circonda la massa fissile in modo da prevenirne una disintegrazione prematura e da ridurre il numero di neutroni che riescono a sfuggire. Se in mezzo chilogrammo di uranio ogni atomo dovesse scindersi, l'energia prodotta eguaglierebbe la potenza esplosiva di 10.000 tonnellate di TNT. In questo caso ipotetico, l'efficienza del processo sarebbe del 100%; nei primi test della bomba A, questa efficienza non era neppure lontanamente raggiunta. Per la detonazione delle bombe atomiche sono stati messi a punto vari sistemi, più o meno sofisticati. Nel sistema più semplice, un proiettile di materiale fissile viene sparato contro un bersaglio del medesimo materiale, in modo che le due masse si uniscano in un insieme supercritico. La bomba atomica fatta esplodere su Hiroshima il 6 agosto 1945 era un'arma di questo tipo, della potenza di circa 20 kiloton. Un metodo più complesso, detto a implosione, viene utilizzato in un'arma di conformazione sferica. La parte più esterna della sfera consiste di uno strato di "lenti" di esplosivo comune ad alto potenziale, disposte in modo da concentrare l'esplosione verso il centro della bomba (implosione). Al centro si trova un nocciolo di materiale fissile che viene compresso dalla potente onda di pressione diretta all'interno; la densità del metallo ne risulta aumentata, con conseguente produzione di una configurazione supercritica. La bomba del test di Alamogordo e anche quella sganciata su Nagasaki il 9 agosto 1945, entrambe con una potenza di 20 kiloton, erano del tipo a implosione. Indipendentemente dal metodo usato per ottenere un insieme supercritico, la reazione a catena procede per circa un milionesimo di secondo, liberando enormi quantità di energia termica. La liberazione così rapida di una tale energia in un piccolo volume fa sì che la temperatura salga istantaneamente a decine di milioni di gradi. La rapida espansione e vaporizzazione del materiale stesso che costituisce la bomba dà origine a un'esplosione di estrema potenza. PARLANO I POCHI SOPRAVVISSUTI.Numerose sono le testimonianze riguardanti i tragici fatti di Hiroshima e Nagasaki che ci vengono forniti dai pochi sopravvissuti che, per fortuna loro, si trovavano lontano dal centro città. Una di queste è stata fornita da Michio Morishima in un’intervista concessa al "Corriere della Sera" il 4 agosto 1985. La terribile mattina del 9 agosto a Nagasaki è descritta attraverso gli occhi di un ufficiale di Marina intento a compiere il proprio dovere, mentre gli aerei americani facevano cadere grappoli di bombe sull’esercito Giapponese. Proprio per questo motivo l’ennesimo allarme antiaereo del mattino del 9 agosto venne quasi sottovalutato e la maggior parte dell’esercito e della popolazione era tranquillamente intenta a pranzare mentre, all’improvviso, esplose la bomba emanando una luce accecante mille volte più luminosa di quella del sole: la seconda catastrofe nel giro di tre giorni si stava abbattendo sul Giappone. Presto si capì che si trattava della bomba atomica, tutto venne raso al suolo, centinaia di persone polverizzate in solo istante, altre ferite così gravemente da essere irriconoscibili. Un inferno nel quale si aggiravano, immersi nella polvere, "ombre" di uomini le cui lesioni erano "così orribili che chi non le ha viste non può immaginarle". Tale descrizione è molto simile anche a quella che ci fornisce Hara su "il corriere UNESCO" del novembre1975 parlando della mattina del 6 agosto a Hiroshima. Poco dopo le 8 la bomba esplose, naturalmente, senza che nessuno se l’aspettasse. Tra lo stupore generale di fronte al terribile scoppio, nessuno riusciva a dare una spiegazione a ciò che era successo: l’unica certezza erano le migliaia di persone ustionate che si erano rifugiate lungo il letto del fiume che attraversa Hiroshima per cercare un riparo e dell’acqua da bere. Lo scenario divenne ancora più terribile le mattine immediatamente successive, quando colonne di carretti portavano via centinaia di cadaveri: donne, uomini, vecchi e bambini indistintamente, tutti quanti bruciati, sfigurati e mutilati. Alcuni giorni dopo, la situazione diventò incontrollabile, i morti era troppi, nessuno riusciva più a portarli via: "le persone morivano una dopo l’altra e nessuno veniva a portar via i cadaveri. Con l’aria sconvolta, i vivi erravano tra i corpi. Si videro allora tutte le rovine nelle strade principali. Uno spazio vuoto e grigio si estendeva sotto un cielo plumbeo". Purtroppo, queste non sono le uniche testimonianze dirette dei danni causati dalla bomba atomica. Anche in tempi più recenti, come ci testimonia Ettore Mo sul Corriere della Sera del 6 settembre 1995, gli esperimenti effettuati dalla Russia in Kazakhstan tra il ’49 e il ’90 hanno causato l’annientamento di parte della popolazione locale, usata come cavia e condannata a morte senza alcuna colpa. Mo ci racconta di bambini mutilati, ragazzi totalmente inebetiti, uomini e donne senza capacità di intendere e volere, vere e proprie larve umane bruciate dalle radiazioni che, ad una ad una, muoiono, tutt’oggi, nel silenzio di un buio corridoio d’ospedale. Tutto questo per dei semplici ed inutili esperimenti che servivano soltanto ad assicurare alla Russia il primato nucleare sugli Stati Uniti, dal momento che la minaccia di una guerra nucleare rimase una costante paura per il mondo intero per decenni. Ma dopo il crollo del Muro di Berlino questo triste primato ha svelato il suo volto più terribile: "mezzo milione di malati radioattivi e, molti di loro, ai tempi di Stalin, erano proprio delle cavie umane". Ora l'eredità di quel triste passato è difficile da cancellare poiché i malati, ancora molti, sono ammassati negli ospedali e muoiono di giorno in giorno come ci testimonia Mo: "nell'ospedale che visto, in almeno due stanze, non c'è speranza di vita. Sono accatastati come povere bestie e immagino che alla sera gli diano qualcosa da bere e da mangiare (...). "Non guariranno mai mi dice il direttore dell'ospedale qui entrano e muoiono. Sono sette anni che vivo qui e non ho mai visto nessuno uscire vivo e sano da questo ospedale. Non sono un medico, sono il curatore di un cimitero. Non ci sono malati, c'è solo gente condannata all'estinzione."NESSUN PENTIMENTO PER IL PILOTA DELL'ENOLA GAYUn fatto significativo della tragica esperienza dell'6 agosto del 1945, emerse alcuni anni più tardi in un'intervista al pilota dell'Enola Gay, Paul Tibbets, apparsa sul Corriere della sera del 4 agosto 1985. Tibbets ricostruisce con incredibile freddezza e con animo sereno ed imperturbabile ciò che gli apparve agli occhi alle 8 e 17 di quella tragica mattina, quando, con il suo aereo, virò di 160° per vedere ciò che rimaneva di Hiroshima. "Non c'era più nulla- dice Tibbets- se non una nebbia nera e ribollente che mi sembrò una specie di catrame. In verità era fumo, rottami, polvere. Sembrava che tutto gorgogliasse nell'aria...". Allora Tibbets aveva 29 anni ed era l'unico, in veste di comandante della missione, a conoscere, fin dall'inizio, il vero scopo della missione; gli altri dodici uomini di equipaggio avevano soltanto una vaga idea di ciò che stava per accadere. Tuttavia da quella tragica mattina, Tibbets non provò mai dubbi o rimorsi, sentimenti come l'angoscia o il senso dell'orrore perché fermamente convinto di aver servito il proprio paese. Egli fa anche notare che le notizie diffuse dai russi circa la possibilità che l'equipaggio dell'Enola fosse composto da pazzi non siano altro che dicerie inventate per screditare l'operato dei piloti. Tibbets concluse la sua intervista con delle parole di certo significative che ci fanno comprendere quale fosse, in quel momento, l'amore verso la patria americana da parte dei soldati statunitensi: "Non sono un uomo bellicoso. Non mi piace l'idea della guerra nucleare. Se volete sapere la verità, non mi piace nessuna guerra (...) Fu il comandante del raid aereo su Pearl Harbor del 7 dicembre del ‘41 a farmi notare che avevo salvato più vite di quante ne avevo distrutte. Senza la bomba atomica, avremmo dovuto invadere il Giappone e ci sarebbe stata una lunga carneficina: i Giapponesi avrebbero combattuto fino alla fine, casa per casa, anche con le pietre e i bastoni. Vi dico una cosa: se oggi esistessero le stesse condizioni che v'erano nel '45, non esiterei un istante a sganciare la bomba". IL PROBLEMA DELLA BOMBA ATOMICA NON SI FERMA SOLO AL 1945.Dopo l'esplosione delle due bombe sul Giappone la seconda guerra mondiale terminò: bisognava ora ristabilire l'ordine e riorganizzare il mondo dopo i terribili sconvolgimenti politico-militari causati dal conflitto. L'impresa non si rivelò facile, soprattutto per quanto riguardava la divisione della Germania che rimaneva una minaccia sia per i francesi a ovest , sia per i russi a est. Bisognava altresì aggiungere che tra le potenze vincitrici v'erano la Russia e gli Stati Uniti, due nazioni unite durante il conflitto per distruggere il nazismo, ma separate da ideologie politiche diametralmente opposte: fu quindi inevitabile la "rottura" dell'alleanza tra le due superpotenze alla fine della guerra. La fine dei buoni rapporti tra USA e URSS ebbe inevitabili ripercussioni sulla spartizione della Germania: l'Unione Sovietica teneva sotto controllo la parte est (che diventò nel ‘49 Repubblica Democratica Tedesca con capitale Pankow); gli Usa, la Francia e l'Inghilterra dominavano il settore ovest (futura Repubblica Federale Tedesca con capitale Bonn). L'Europa ed il mondo intero erano divisi in due e fu inevitabile che le tensioni tra i due blocchi aumentassero sempre di più, specialmente quando, nel 1949, la Russia compì il suo primo esperimento nucleare che levò agli Usa il primato atomico. Lo spettro di una terza guerra mondiale incombeva minaccioso perché avrebbe significato, molto probabilmente, l'annientamento del genere umano, date le dimensioni che il conflitto nucleare avrebbe potuto raggiungere. Ci fu una vera e propria corsa agli armamenti, seguita da un ricerca sfrenata di alleanze militari che si concretizzarono nel 1949 con la firma del Patto Atlantico tra i paesi dell'ovest: nasceva così la NATO che comprendeva undici paesi tra i quali l'Italia. A questa mossa, la Russia rispose nel 1955 con la firma del Patto di Varsavia, sottoscritto da gran parte dei paesi dell'est. Ma la lotta, in Europa, si svolse anche su un piano economico dal momento che fu approvato, negli Usa, il cosiddetto piano Marshall, un sistema di aiuti economici concessi dagli Stati Uniti ai paesi alleati in Europa per risollevare le sorti della loro economia. Tale progetto portò indubbi benefici all'Europa anche se il rischio era quello di rimanere strettamente vincolati allo strapotere statunitense perdendo l'autonomia "Europea". Si tentò quindi di formare delle associazioni di collaborazione economica che garantissero l'indipendenza dei singoli paesi alleati con gli Usa: nacque così l'OECE, la CECA, l'EURATOM e, infine nel 1957, la CEE. A queste unioni economiche tra i paesi dell'ovest, la Russia rispose con la formazione del COMECOM, un consiglio per la mutua assistenza economica tra i paesi dell'est. In questo clima di così grande tensione, concentrato soprattutto sul vecchio continente, anche le questioni internazionali considerate meno importanti fino a quel momento, diventano il pretesto per inasprire la lotta ed aumentare gli attriti tra le due superpotenze. Un caso, che ha costituito motivo di grande tensione in tutto il mondo, perché si è sfiorato l'uso della bomba nucleare, è costituito dalla guerra di Corea. Fino a quel momento la Corea era divisa in due zone: la Corea del nord, controllata dai Russi e la Corea del Sud, controllata dagli Americani. Il casus foederis è stata la violazione del confine, posto sul 38° parallelo, da parte delle truppe del Nord considerate come "invasori" dal consiglio di sicurezza dell'ONU (in quella seduta non era presente il rappresentante Russo per una forma di protesta contro l'esclusione della Cina Popolare, sostituita dalla Cina Nazionalista di Chiang Kai-shek, dal consesso delle nazioni unite). Inizia così, con l'approvazione dell'ONU, una guerra sanguinosa che si protrasse per oltre 3 anni e non portò ad alcun risultato: i confini rimasero pressoché gli stessi, le due superpotenze conservarono la loro influenza, anche se la guerra procurò un milione mezzo di morti per lo più tra i civili. Il rischio che il mondo ha corso durante questa guerra è stato di enormi proporzioni dal momento che alcuni documenti trovati in un secondo tempo, hanno testimoniato come alcuni gruppi militari americani e russi avrebbero spinto i loro governi all'uso dell'atomica. Ciò che probabilmente ha evitato la catastrofe è stata la reciproca paura delle due superpotenze, in quanto, dopo il '49, nessuna delle due possedeva il "monopolio atomico", e quindi si sarebbe sviluppata una lotta ad armi pari che avrebbe, molto probabilmente distrutto il mondo. LA BOMBA: VI E' ANCHE UN PROBLEMA DI "MORALE"Da quando è stato inventato il primo ordigno, gli esperimenti sul nucleare e sulla successiva bomba all'idrogeno si sono moltiplicati e, di conseguenza è aumentato il rischio di una totale distruzione del pianeta in caso di un impiego massiccio di tali armi. Il problema è stato immediatamente capito anche dalla comunità scientifica che si era direttamente interessata alla realizzazione della bomba e, già dopo il '45, alcuni scienziati come Einstein e Heisemberg mostravano il loro disappunto e la loro effettiva paura di fronte all'espandersi di una così grande minaccia. Uno dei punti chiavi sottolineato da Einstein "nell'appello per la pace" del 1955 è quello di "mettere da parte i sentimenti politici e di considerarsi solo come membri di una specie biologica che ha avuto una storia importante e della quale nessuno di noi può desiderare la scomparsa". Einstein insiste più volte sul fatto che la bomba A e la nuova bomba H, se impiegate in numero elevato, senza alcun dubbio provocherebbero una morte generale di ogni forma di vita, non solo per causa diretta dello scoppio, ma anche, e soprattutto per la prolungata "pioggia mortale" che investirebbe il pianeta: il genere umano verrebbe "torturato dalle malattie e dalla disintegrazione". Risulta quindi ovvia la domanda finale che gli scienziati si pongono: "...dobbiamo porre fine alla razza umana, oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?". Di fronte a questo interrogativo ritorna di attualità un tema proposto da Hegel agli inizi dell'ottocento. Egli infatti sosteneva ne "Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio" che la guerra non solo fosse inevitabile e necessaria (allorquando non vi siano le condizioni per un accomodamento delle controversie tra stati), ma anche altamente morale. Per sostenere questa tesi egli faceva un esempio, diventato celebre, con il quale paragonava la guerra al "movimento dei venti che preserva il mare dalla putredine, nella quale sarebbe ridotto da una quiete durevole". Hegel inoltre sosteneva l'impossibilità dell'esistenza di un diritto internazionale che potesse regolare le controversie tra stati, anche se ciò è stato in parte smentito dalla storia dopo la creazione dell'ONU (bisogna però dire che la filosofia di Hegel è alquanto datata e sicuramente agli inizi dell'ottocento nessuno si sarebbe potuto immaginare le grandi trasformazioni del secolo successivo), vale a dire che secondo il filosofo tedesco, l'unico giudice è la Storia, cioè lo Spirito, che si fonda principalmente sulla guerra e usa i grandi personaggi (come Napoleone o Cesare) soltanto per raggiungere il suo fine, cioé conoscere se stesso. Fonti: |
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