![]() |
|
|
Home > Approfondimenti > L'Astro Nasseriano "L'Astro Nasseriano", di Simone PelizzaUtopia della realizzazione di una Nazione panaraba e panislamica nell'Egitto di Nasser. Immagini correlate.Al termine della Prima Guerra Mondiale, l'Egitto avanzò richieste di indipendenza alla Gran Bretagna, come compenso per il sostegno politico e materiale alla vittoria finale delle Potenze dell'Intesa; Londra accettò formalmente tali richieste, ma in pratica tentò di negoziare un'indipendenza fortemente condizionata, per difendere le proprie prerogative sul Canale di Suez. Così, dopo tre anni di estenuanti trattative, nel 1922 un atto unilaterale britannico riconosceva l'indipendenza egiziana, riservandosi però, oltre alla difesa di Suez, anche il controllo militare del Sudan (che gli egiziani avevano sempre considerato parte integrante del proprio territorio nazionale) e la protezione di precisi e consistenti interessi economici. Fu garantita una Costituzione, e il giovane Fahd assunse il titolo di Re. Ma simili disposizioni non potevano certamente essere accettate dai movimenti nazionalisti egiziani: l'atto britannico venne seccamente rifiutato e ciò provocò molta tensione tra i due Paesi. La crisi etiopica del 1935 e la minaccia italo-tedesca nel Mediterraneo riconciliarono temporaneamente Londra e Il Cairo; due Trattati di Alleanza, uno politico e l'altro militare, riconobbero la piena indipendenza dell'Egitto e la sua ammissione a pieno titolo nella comunità internazionale. In cambio, il governo britannico otteneva, senza ostacoli e ostilità di sorta, la difesa militare del Canale di Suez e dell'intero territorio egiziano-sudanese. In tal modo, Londra si assicurava ancora una volta, alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale, la "Via all'India". Ma la situazione era destinata a durare poco. Nell'immediato Dopoguerra, infatti, i rapporti anglo-egiziani precipitarono nuovamente: la proclamazione di Faruk a nuovo re d'Egitto (1950) rimise in moto le cose. Il nuovo sovrano denunciò subito i due precedenti Trattati, e tornò a rivendicare pesanti diritti sul Sudan. Ma poteva fare ben poco in entrambe le direzioni: il suo Regno versava infatti in condizioni disastrose. L'agricoltura, settore trainante dell'economia, stava attraversando un grave periodo di crisi; le auspicate riforme politiche e sociali non decollavano; tanto la Corona quanto le forze politiche tradizionali (compresi i nazionalisti del WAFD) erano ormai centri di corruzione, incapaci di agire o dare solamente nuovi stimoli alla Nazione. In breve tempo, la monarchia rimase priva dell'indispensabile consenso: il 23 Luglio 1952 un colpo di Stato organizzato da alti ufficiali dell'Esercito liquidava il vecchio regime e proclamava la Repubblica. L'ascesa di Nasser. Unione Nazionale e progetti di riforma: la Via SocialistaIl nuovo governo, presieduto dal generale Negib, iniziò subito trattative con la Gran Bretagna per risolvere i punti "caldi" di Suez e del Sudan: ma mentre sullo sgombero dell'importante Canale si raggiunse presto un'intesa (accordi del Luglio 1953: sgombero totale britannico entro venti mesi da tale data), i contrasti sul Sudan permanevano. Il parlamento sudanese approfittò di tali divergenze per proclamare unilateralmente l'indipendenza; indipendenza che fu riconosciuta a denti stretti tanto da Il Cairo quanto da Londra. Lo smacco sudanese segnò la fine della carriera politica di Negib: nel Novembre 1954 un nuovo colpo di Stato lo toglieva di mezzo, spianando la strada del Potere ad un altro esponente delle Forze Armate, il Colonnello Jamal Abd en-Nasser. L'ascesa di Nasser segnò un'importante svolta non solo nella recente storia egiziana, ma anche in quella della maggior parte dei moderni Paesi islamici: essa segnò l'avvento del "panislamismo" che, sullo sfondo di una prospettiva universalistica, ricercava la solidarietà oltre i limiti del mondo arabo sulla base di precisi sentimenti politico-religiosi. Una forza nuova, capace di incarnarsi ben presto in movimenti politici "di massa", provocando rivolgimenti istituzionali sia nel Vicino Oriente che in Africa, dando nuova linfa alla dottrina musulmana contemporanea: dopo l'esperienza nasseriana, infatti, questa non avrebbe più avuto bisogno di prestiti culturali e intellettuali stranieri (occidentali o orientali), ma sarebbe tornata a pescare a piene mani nelle sue origini e nei suoi principi, maturando la propria emancipazione/risveglio puramente nell'ambito dell'Islam, al di fuori del quale "non esiste salvezza". Ma perché il "Nasserismo", così come venne in seguito chiamato l'insieme delle dottrine politiche del Colonnello egiziano, ebbe un simile successo? Quali erano i suoi cardini, le sue novità? E come Nasser applicò tali concezioni in pratica, nella propria azione di governo? Il discorso è lungo e non facile. Anzitutto, va detto che inizialmente Nasser dovette governare con l'appoggio (decisamente scomodo) della potente "Associazione dei Fratelli Musulmani": un movimento politico integralista e riformista, che rivendicava il primato dell'Islam e delle sue fonti tradizionali, sviluppando al contempo un'interessante forma di "socialismo islamico". Il Colonnello accettò la collaborazione forzata ma, nel frattempo, veniva elaborando la "sua" dottrina, l'aureo libretto della "Filosofia della Rivoluzione", che ancora oggi è una delle basi ideologiche di tutto il mondo islamico: nessuna rivoluzione vera poteva aver luogo senza il concorso delle masse, e soltanto queste potevano legittimare il potere con il loro consenso. Tale pensiero politico pragmatico e moderno, di forte connotazione socialista, era decisamente inconciliabile con l'intransigenza dei leader dell'Associazione; una volta sicuro del proprio consenso popolare, Nasser si liberò degli scomodi alleati e mise in piedi una politica riformatrice volta al compromesso sia interno che esterno. Nel 1956 fu promulgata una nuova costituzione, approvata dal popolo con referendum. Poco dopo, veniva creato un partito unico, l'Unione Nazionale, il cui compito era di operare per l'attuazione degli scopi della rivoluzione e incoraggiare gli sforzi per la costruzione politica, sociale, economica della Nazione. Nel corso della prima riunione del partito, vennero fissati i tratti principali del nuovo regime: esso era "democratico, socialista e cooperativo". Gli obiettivi da raggiungere erano "la ricostruzione del Paese attraverso la pace e la cooperazione, la realizzazione della democrazia e del vero socialismo islamico, la lotta al Sionismo e all'Imperialismo". Era chiaro, da tali concetti, una vicinanza ideologica alle dottrine marxiste classiche e, quindi, un rapporto di simpatia e stima verso l'Unione Sovietica. Ma questo appeal doveva essere di breve durata. La crisi di Suez e i rovesci militari della Seconda Guerra Arabo-Israeliana troncarono subito il riformismo laico messo in piedi da Nasser con la fondazione dell'Unione Nazionale. Nonostante il leader egiziano riuscisse a conservare il Potere e ad affermare internazionalmente il proprio prestigio (l'abile azione diplomatica del Colonnello trasformò l'Egitto in un Paese-cardine del Blocco dei Non Allineati, insieme alla Jugoslavia di Tito e all'India di Nehru; e lo rese pure uno dei pilastri della Lega Araba), i progetti di rinascita economica e politica da lui formulati andarono in frantumi, con gravissime conseguenze. L'agricoltura crollò pesantemente; l'industria e il manifatturiero non risposero alle aspettative delle varie pianificazioni. Le tecnologie, che avrebbero dovuto progredire attraverso investimenti e trasferimenti esteri (perlopiù Sovietici dopo la crisi di Suez), furono completamente assorbiti dall'apparato militare e non produssero risultato. L'aggravarsi della situazione economica, specie di quella agraria, portò a un esodo selvaggio dalle campagne verso le maggiori città (Il Cairo, Port Said, Alessandria); città che scoppiarono sotto il peso di un urbanesimo caotico e macroscopico, con la conseguente nascita di un enorme sottoproletariato, dalle condizioni di vita miserabili e facile preda del rinascente fondamentalismo dell'Associazione dei Fratelli Musulmani. Ma il Leader, l'Astro nazionale pareva non accorgersi del disastro sotto i suoi piedi, preso com'era nel tentativo di affermare la propria ambiziosa linea politica in tutto l'Oriente arabo. Però, questa affermazione non arrivava affatto, abbattuta da nuovi e umilianti fallimenti. L'Abbandono della Via Socialista: il ritorno all'Islam. Fallimento del NasserismoIl fallimento della federazione siro-egiziana (la Repubblica Araba Unita) nel 1961 costrinse finalmente Nasser a rivedere la propria linea politica. La Via Socialista venne gradualmente abbandonata, e il Colonnello si concentrò su nuove teorizzazioni che riuscissero a tirare fuori il Paese dalla grave situazione in cui era precipitato. Nella primavera 1962 si riunì al Cairo il Congresso Nazionale delle Forze Popolari, al quale Nasser sottoponeva un Progetto di Carta d'Azione Nazionale, un documento programmatico e dottrinale, nel quale giungeva a maturazione tutta l'esperienza sin lì accumulata. Nel documento viene ribadito il ruolo principale della Rivoluzione nel processo politico della Nazione, "la sola via che consenta alla lotta araba di abbandonare il passato per rivolgersi all'avvenire". Ma il tono e il significato sono profondamente diversi rispetto alla "Filosofia della Rivoluzione" di alcuni anni prima. Gli obiettivi rivoluzionari sono sempre gli stessi (Democrazia, Socialismo e Cooperazione), ma il termine socialista è regredito nettamente: esso ora è un mezzo nella ricerca della giustizia e dell'efficienza nazionale, non più un fine. L'Islam e le sue dottrine tornano ad essere il vettore dell'azione rivoluzionaria e ricostruttiva nazionale; purificate dalle sovrastrutture e dalle deviazioni apportate dai secoli diventano, nel pensiero nasseriano, strada pragmatica verso la realizzazione della democrazia e della ripresa nazionale. Ma non solo: questo ritorno alle origini, alla dottrina dell'Associazione dei Fratelli Musulmani, è la base che trasforma il Nasserismo tradizionale in Panislamismo. Nasser e l'Islam ritrovato diventano la forza in grado di assorbire tutti i particolarismi e gli individualismi del mondo arabo in nome di ideali superiori, da sventolare in alto sopra tutti e tutto. La lotta al Sionismo e all'Imperialismo occidentale, anzitutto; poi, l'unione di tutti i popoli arabi nell'agognato Grande Stato comprendente l'intero Medio Oriente; infine, la liberazione dalle catene della miseria e dell'ignoranza, verso l'eguaglianza universale sancita dal Corano. Ma è anche il radicale rifiuto del Socialismo, marxista e non. Dopo il Congresso, il Partito Comunista venne messo subito fuorilegge in Egitto, sottoposto a violente persecuzioni. Anche nei Paesi che scelsero la nuova via nasseriana (Iraq e Libano), le forze di Sinistra, fino ad allora vicine ai rispettivi governi, vennero messe al bando e perseguite. La rottura con l'URSS apparve irrimediabile (anche se Mosca continuò ad appoggiare il regime egiziano, in funzione anti-americana); ma ancora più grave era la spaccatura con la Siria del Socialismo baathista: questa scelse con decisione di restare nel campo sovietico, e ruppe ogni rapporto con il vecchio alleato. Il grande fronte arabo del secondo dopoguerra, che aveva strappato a forza l'indipendenza dai colonizzatori francesi e inglesi, e che aveva altresì messo in pericolo diverse volte l'esistenza di Israele, non esisteva più. Ora vi erano Paesi legati all'Occidente (Arabia Saudita e Giordania), Paesi legati all'Oriente (Siria), e Paesi che seguivano la neonata linea di Nasser (come già detto sopra, oltre all'Egitto stesso, anche Iraq e Libano). Una situazione regionale, dunque, ancora più instabile e foriera di tensioni; tensioni che sarebbero ben presto esplose, insanguinando nuovamente interi popoli e nazioni. Nonostante l'indubbio carisma personale e le dottrine politiche estremamente seducenti, Nasser era destinato nuovamente a vedere infrante le proprie ambizioni: la strepitosa vittoria israeliana nella Guerra dei Sei Giorni e la crisi yemenita (1962-1967) segnarono la pesante sconfitta delle forze panarabe e rivoluzionarie di cui il Colonnello aveva bisogno per rafforzare la scossa egemonia egiziana. La ripresa del vecchio stendardo antisionista, di facile presa emotiva sulle masse di tutta l'ecumene islamica, non riuscì a salvare la situazione. Anzi, il disastro militare della Guerra dei Sei Giorni tracciò un ulteriore, profondo solco tra l'Egitto e gli altri paesi arabi: alcuni ruppero la linea intransigente e si riavvicinarono allo Stato ebraico, aprendo dirette e indirette trattative di pace con esso per risolvere i nodi dei territori occupati e dei Luoghi Santi dell'Islam a Gerusalemme (ora sotto totale controllo israeliano); altri collassarono internamente, riuscendo a salvare a stento la propria stabilità (la Giordania di re Hussein fu tra questi); altri ancora, infine, non rinunciarono alla linea dura contro Israele, ma scelsero nuove strategie e obiettivi di lotta (la Siria si legò sempre di più all'URSS, accentuando i propri caratteri laici e socialisti, e iniziò largamente ad impiegare l'arma del terrorismo per colpire il "nemico sionista"). L'Egitto rimase solo, isolato diplomaticamente e con un prestigio internazionale in caduta libera. Gli ultimi anni di Nasser furono drammatici e solitari, segnati dal fallimento totale non solo dei propri obiettivi internazionali ma anche di quelli interni. L'Egitto, infatti, non riuscì a trasformarsi da democrazia paternalistica a repubblica democratica; il regime politico rimase ferocemente coercitivo, incapace di avviarsi verso il mercato e lo sviluppo economico. Il crescente malessere sociale trovò lucido sfogo nelle numerose associazioni islamiche, filiazioni dell'Associazione dei Fratelli Musulmani, sorte come funghi tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70. Si formarono però anche movimenti d'opposizione meno estremisti e radicali, specialmente nelle università, che chiedevano riforme decise sia in politica interna che in politica estera. In quest'ultimo campo: apertura all'Occidente e ai suoi investimenti economici, avvicinamento a Israele e agli Stati Uniti, processo di pace per risolvere questioni dell'intera area. Gradualmente il peso di entrambi i tipi di organizzazioni (radicali-islamiche e democratico-moderate) crebbe enormemente. La morte di Nasser (1973) vedeva il fallimento di tutti gli ideali politici dell'Astro; il Nasserismo, pur dando un contributo fondamentale e un modello realistico ben studiato all'indipendenza di molti paesi arabi e africani durante gli anni '60, non riuscì a realizzare le proprie aspettative più ambiziose. Il nuovo presidente egiziano, succeduto a Nasser, Anwar el-Sadat, dopo un primo periodo di transizione (in cui cercò di seguire le orme del predecessore, senza successo- Guerra dello Yom Kippur, impresse una netta svolta politica al Paese. L'Egitto ruppe definitivamente i legami con il blocco sovietico, si avvicinò agli Stati Uniti e abbandonò ogni velleità egemonica in Medio Oriente. La storica pace con Israele, sancita nei memorabili Accordi di Camp David (1978), sancì un cambiamento epocale per tutta l'area mediterranea contemporanea. L'impegno coraggioso di Sadat per la pace venne pagato a caro prezzo: il leader egiziano fu infatti ucciso da un commando integralista islamico nel 1981. Ma i suoi sforzi erano destinati ad essere coronati dal successo. L'Egitto era ora un paese nuovamente integrato nella realtà internazionale, con un nuovo e importante ruolo di alfiere diplomatico e pacifico, avviato verso lo sviluppo economico. Un Paese ancora in bilico, ma con speranze concrete in fondo al tunnel. La presidenza Sadat chiuse definitivamente il discorso politico nasseriano, e aprì la strada a nuove idee e movimenti: non solo in Egitto, ma anche in tutto il Medio Oriente e nell'Africa mediterranea. L'Astro tramontava, e lasciava il campo a forze inedite. Simone Pelizza Fonti: "Processi di decolonizzazione in Asia e in Africa",
pubblicazioni dell'ISU (Università Cattolica di Milano), a cura
della prof.ssa Valeria Fiorani Piacentini; |
|
|
© 2005 PDSM |
||