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Su gentile concessione dell'autore
Articolo pubblicato sul Quotidiano "IL MANIFESTO" di domenica 15/12/1991

E' IN FIAMME LA TERRA DEL DRAGO, di Claudio Loreto

Il grande sogno di Jigme Singye Wangchuck, giovane ed avvenente monarca, di salvaguardare i propri domini dalle endemiche miserie d'Asia e dai disvalori occidentali con una interessante politica di semi-isolazionismo combinata con un autonomo sforzo di lento ma armonico ammodernamento, sembra oggi destinato a spegnersi. Anche il "Druk-Yul" ("Paese del Drago": così è chiamato dai suoi abitanti il piccolo regno himalayano del Bhutan) è stato infatti "contaminato" dal caos sociale e le sue regioni meridionali sono attualmente in fiamme a causa del conflitto etnico improvvisamente esploso fra la minoranza nepalese e il resto della popolazione, il cosiddetto "Druk-Pa" (Popolo del Drago), d'origine tibetana.

I nepalesi popolano e coltivano il sud del Paese da ormai più di un secolo, perfettamente integrati con le genti autoctone; la diversità di religione (indù i nepalesi, buddisti i "druk-pa") non ha mai generato attriti. In anni recenti, però, la miseria crescente ha indotto nuove masse di nepalesi ad abbandonare il proprio Paese alla volta delle fertilissime pendici del Basso Himalaya bhutanese, profittando di confini difficilmente controllabili dalle autorità di Thimphu.

Dal censimento del 1988 è così emerso che gli immigrati ammontavano ormai ad un terzo della popolazione totale (poco più di un milione di anime). Da allora il sonno del giovane sovrano è stato popolato dai fantasmi del vicino Sikkim: là, in breve tempo, gli immigrati nepalesi avevano superato in numero la popolazione locale; ciò concorse a determinare la caduta della monarchia buddista e l'annessione della regione da parte dell'India indù nel 1975.

Il sovrano, di conseguenza, ha recentemente disposto che non venga riconosciuta la cittadinanza agli stranieri introdottisi nel Paese successivamente al 1958; egli si propone di concedere a costoro solo un permesso di soggiorno sfornito d'ogni diritto civile, per evitare fra l'altro il crack finanziario dei sistemi sanitario e scolastico, nel regno completamente gratuiti.

A disincentivare l'immigrazione mira anche l'abolizione dell'insegnamento del "nepali" nelle scuole ("dzongkha" ed inglese le sole lingue ora impartite, con grave pregiudizio però per i nepalesi residenti in Bhutan da generazioni), mentre al fine dichiarato di salvaguardare "l'identità e l'unità nazionali" il sovrano ha escogitato una pericolosa "integrazione" forzata dei nepalesi già naturalizzati, cui adesso vengono ad esempio assurdamente "consigliati" abiti e taglio dei capelli "druk-pa" (è invece loro lasciata la libertà religiosa).

Ma tali sudditi, organizzati soprattutto nel "Bhutan People's Party", rifiutano comprensibilmente di rinunciare al loro retaggio culturale; così essi, oltrechè dar vita ad una campagna di disobbedienza civile, hanno iniziato a manifestare per una revisione dello Stato in senso pienamente democratico, quale sola garanzia di tutela della loro minoranza (attualmente l'Assemblea Nazionale, lo "Tshogdu", è composta dai fiduciari del sovrano, dai "lama" e da una manciata di rappresentanti dei villaggi, e la voce dei naturalizzati vi trova scarsissima eco. Il "Druk-Gyalpo", Re del Drago, è soggetto ogni tre anni ad un voto di fiducia da parte dello "Tshogdu": in mancanza d'essa - eventualità in realtà solo teorica - il sovrano è obbligato ad abdicare a favore del membro della famiglia reale successivo nella linea ereditaria).

"In verità costoro mirano unicamente a costituire il Sud in Stato autonomo", accusa il monarca. In un simile quadro di tensione, l'intervento delle forze dell'ordine è stato inevitabile, con la sua coda di morti (*), di feriti e di rastrellamenti. Fra i numerosi attivisti rifugiatisi in India almeno 3.000, appoggiati dai connazionali lì residenti (così denunciano le autorità di Thimphu), si sono organizzati in gruppi armati, i quali, riattraversando il confine e facendosi scudo di donne e bambini presi in ostaggio, darebbero l'assalto a posti di polizia ed uffici governativi, incendierebbero scuole e si impadronirebbero di prigionieri "druk-pa" poi resi ai parenti cadaveri od orrendamente mutilati. La polizia, per meglio controllare la frontiera, ha per contro demolito alcuni villaggi popolati da nepalesi.

La protesta armata rappresenta il punto di non ritorno allo statu-quo antecedente e la pacificazione del Paese ha ormai un suo prezzo: il riconoscimento a livello politico del peso che l'etnia indù ha in campo economico e sociale (la quasi totalità delle derrate, ad esempio, è fornita dagli agricoltori meridionali di origine nepalese). Il "Re del Drago", dunque, dovrà apportare delle mutazioni all'assetto istituzionale (imponendole in primo luogo ai "lama") o le conseguenze per il suo regno saranno incalcolabili.

(*) NOTA: circa 330, secondo la denuncia del "Bhutan People's Party".... I "contatti" bhutanesi dello scrivente non sono in condizione di quantificare il numero esatto delle vittime (soprattutto per timore di un controllo delle linee telefoniche da parte delle autorità reali) e accennano genericamente a "molte" disgrazie. Una di tali "fonti" ha poi segnalato "malumori" anche nell'estremo est del Paese, ad opera dei "Sarcho-pa", anch'essi mongoli, ma di presunta origine birmana.

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Articolo pubblicato dal Settimanale "AVVENIMENTI" del 17 novembre 1993

17 novembre 1993: Tek Nath Rizal, padre del movimento per i diritti umani in Bhutan, comincia il 5° anno di prigionia, di CLAUDIO LORETO

Non conosce tregue la tragedia che si sta consumando nel regno himalayano del Bhutan, un tempo autentica oasi di pace e benessere nel tormentato continente asiatico.

La fine del "paradiso" ha avuto inizio circa cinque anni or sono, allorchè il timore di poter essere un giorno esautorato dall'etnia nepalese in pieno "boom" demografico nel sud del regno ha spinto il gruppo politicamente dominante, i "Druk-Pa" di origine tibetana, a scatenare una preventiva decimazione della stessa.

Con il "placet" del sovrano, il 38.enne Jigme Singye Wangchuck, il sud del Paese si è in breve trasformato in un inferno di violenze: villaggi incendiati, espulsioni in massa, massacri, torture. Già oltre 100.000 bhutanesi di lingua nepali, espulsi od in fuga, sono dovuti riparare in Nepal, nei campi profughi allestiti dall'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati.

"Fui arrestato nel settembre '90, senza alcun mandato, e torturato per 4 giorni" - racconta uno sfollato - "Dopodichè mi rilasciarono. Nel luglio dell'anno successivo, però, venni imprigionato nuovamente: prono sul pavimento, con le mani annodate alle caviglie, i soldati mi camminavano sulla schiena. Rimasi legato in quella posizione per 15 giorni, i primi tre dei quali chiuso dentro un gabinetto fetido... Il 16° giorno mi interrogarono; volevano sapere se avevo dato denaro agli "antinazionali" (così il regime definisce coloro che si oppongono alla sua politica razziale, N.d.R.) o avevo preso parte a dimostrazioni. Un militare cominciò a martoriarmi la schiena con un ferro rovente. Svenni. Al risveglio" - prosegue l'uomo - "confessai contributi e partecipazione. Dopo la scarcerazione, avvenuta il 1° aprile '92, ebbi uno shock alla vista della mia casa ridotta in cenere e degli alberi del frutteto circostante segati: erano stati i soldati, mi spiegarono i vicini. Alcuni giorni più tardi seppi che l'esercito aveva ripreso gli arresti ingiustificati; terrorizzato, fuggii dal Bhutan..."

Su simili atrocità, Amnesty International non ha tardato a far udire la propria voce. Per metterla subito a tacere, Wangchuck in persona ha pensato scaltramente di domandare all'organizzazione un'ispezione, certo di poterla "pilotare"; la missione, svoltasi nel gennaio '92, non ha invece risparmiato al governo di Thimphu il biasimo per appurate violazioni dei diritti fondamentali, calde raccomandazioni di attenersi alle direttive dell'ONU in materia di trattamento dei detenuti e la richiesta di immediato rilascio dei prigionieri d'opinione, primo fra tutti l'apostolo dei diritti umani in questo Paese, Tek Nath Rizal, che il 17 novembre comincerà il suo 5° anno di reclusione senza processo.

Rizal, 46 anni oggi, ricopriva in Bhutan le cariche di "Chimi" (Rappresentante del Popolo) all'Assemblea Nazionale, di membro della Magistratura e, soprattutto, di Consigliere del Sovrano per i distretti meridionali.

Date le sue alte qualità morali, il monarca lo volle poi anche membro della "Commissione di Verifica"; e in tale ultima veste Rizal documentò al Re diversi casi di appropriamento indebito di fondi pubblici da parte di alti funzionari dello Stato, che vennero di conseguenza destituiti o tratti in arresto (ma più tardi rilasciati e reintregati nelle funzioni). Ciò gli valse l'avversione dell'élite druk-pa, che macchinò per incolparlo di "alto tradimento" allorchè nell'aprile 1988 rivolse una accorata supplica al Sovrano in merito al censimento varato dal Governo, le cui illegali modalità di svolgimento stavano defraudando della cittadinanza larga parte dei sudditi del sud. Rizal, in effetti, aveva intuito che quell'iniziativa rappresentava la prima fase di un più vasto disegno di persecuzione della comunità di lingua nepali.

Destituito da ogni incarico, incarcerato e poi rilasciato con l'ordine di abbandonare la capitale, Rizal non intese assistere impotente alla vorticosa escalation di vessazioni che seguì e si recò presto in volontario esilio in Nepal, dove il 7 luglio 1989 fondò il "People's Forum for Human Rights of Bhutan". Quattro mesi più tardi, il 16 novembre, venne rapito a Birtamod (Nepal) da agenti di sicurezza bhutanesi e tradotto clandestinamente nella Prigione Centrale di Thimphu. Da allora non si sono più avute notizie di lui...

"Il popolo può farsi garante che l'asserzione di violazione dei diritti umani sostenuta dagli antinazionali è totalmente senza base!" - tuonano per contro, uno dietro l'altro, i "chimi" all'Assemblea Nazionale. La 72.ma sessione del concistoro bhutanese, apertasi il 19° giorno del 5° mese dell'Anno dell'Uccello Femmina dell'Acqua (corrispondente al 8 luglio 1993), si è così risolta in una interminabile gara di slogans tra deputati.

Non è stata elaborata nessuna ponderata analisi della "questione meridionale", sebbene essa abbia impegnato 2/3 dei lavori, durati 23 giorni. Numerose invece le solenni dichiarazioni di sostegno, "...anche a costo della vita", della monarchia ereditaria e del Sovrano ("Il Prezioso Gioiello della Nazione", la cui perdita "...sarebbe come portare l'oscurità fra il popolo del Bhutan nel mezzo di un giorno radioso"), oltrechè la più avvilente uniformazione alle posizioni ufficiali del Governo Reale. Queste sono riassunte nello sconcertante - ma "chiarificatore" - intervento del Ministro degli Esteri, Lyonpo Dawa Tsering: "Le accuse dei dissidenti sono solo una trovata per ottenere attenzione e sostegno dalla comunità internazionale. OBIETTIVO DI COSTORO E' IMPIANTARE UNA DEMOCRAZIA MULTIPARTITICA e portare al 40% la rappresentanza dei sud-bhutanesi all'Assemblea Nazionale (questi, pur costituendo quasi la metà della popolazione, hanno attualmente diritto a soli 16 seggi su 151, N.d.R.) ...in modo da trasformare così il Bhutan in uno Stato nepalese!" Di identiche vedute il suo collega agli Interni, Dago Tshering, che evoca un antico adagio: "Senza monarchia vi è anarchia!".

In parole povere, i Druk-Pa (15% della popolazione!) non intendono rinunciare al monopolio del potere. A conclusione dei lavori, l'Assemblea ha poi vagliato il compromesso sulla questione profughi raggiunto a Thimphu il 18 luglio con gli inviati del governo di Katmandu, ansioso da parte sua di scrollarsi di dosso i rifugiati. L' accomodamento prevede la costituzione di una commissione bilaterale con in pratica però il solo - quanto privo di effetti - compito di determinare le differenti "categorie" di sfollati. Esso, infatti, non registra alcun esplicito impegno del governo bhutanese al successivo rimpatrio di tali categorie.

Thimphu sostiene che i campi sono zeppi, fra l'altro, di nepalesi d'India e del Nepal, lì fatti affluire dai dissidenti con la complicità di Katmandu allo scopo di poterli poi introdurre in Bhutan con l'etichetta di profughi e poter così soppiantare agevolmente lo Stato druk-pa. Dago Tshering è stato quindi irremovibile: innanzitutto, "depurare" i campi; i rimpatri verrebbero negoziati (forse) in un secondo tempo. Pur disillusa, la delegazione nepalese ha ceduto allo scopo di non far fallire definitivamente la trattativa (quello di metà luglio era il 9° incontro tra le parti!) e, soprattutto, per privare i Druk-Pa di alibi agli occhi del mondo.

La "soluzione" tenuta a mente dal governo di Thimphu, in effetti, è d'altro genere: la polizia nepalese ha recentemente tratto in arresto uno sfollato che si apprestava a rovesciare fiale di veleno nelle cisterne d'acqua potabile del campo "Beldangi 1"; interrogato, l'uomo ha confessato di essere stato generosamente pagato dalle autorità bhutanesi.

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Articolo pubblicato sul Settimanale "AVVENIMENTI" del 24 gennaio 1996

BHUTAN, CAOS PROSSIMO VENTURO?, di CLAUDIO LORETO

"Le famiglie di lingua nepali del sud hanno lasciato il Bhutan per calcolo e non perchè scacciate dall'esercito! - recita il deputato di Samdrup Jongkhar - Costoro hanno venduto finanche i tetti di lamiera ondulata e le tubazioni dell'acqua potabile delle loro case agli Assamesi d'oltreconfine, dopodichè si sono spostati in Nepal perchè attratti dalle distribuzioni gratuite di cibo, cherosene e sapone effettuate nei campi profughi!". Immediato, come da copione, il plauso dei colleghi.

Nessuno tra i chimi (deputati) intervenuti alla 73.ma sessione dell'Assemblea Nazionale bhutanese sembra insomma ricordare che l'Alto Commissariato dell'ONU per i Rifugiati ha allestito nel Nepal orientale 8 "allettanti" tendopoli soltanto dopo che l'esodo dei "fannulloni" aveva raggiunto proporzioni allarmanti; oggi esse accolgono 87.000 bhutanesi di ceppo nepalese (altre decine di migliaia sono disperse presso parenti ed amici soprattutto in India), vittime in realtà della feroce politica razzistica varata dal governo reale di Thimphu al fine di scongiurare la possibilità che l'etnia dominante druk-pa, di origine tibetana, potesse un dì essere scalzata dal potere dai nepalesi, insediatisi più tardi nel Bhutan (soprattutto al sud) ma oramai maggioranza.

Naturale, dunque, che a tutt'oggi non siano approdati a nulla i colloqui per il rimpatrio dei fuoriusciti pretesi dalle allarmate autorità di Katmandu. Esso comporterebbe per Thimphu pesanti indennizzi e reintegrazioni (le case dei rifugiati sono state rase al suolo dai militari e le loro terre sono in corso di distribuzione a contadini druk-pa) nonchè l'ammissione, di fronte alla comunità internazionale, di un deplorevole "errore": i fuoriusciti, infatti, non sarebbero più degli ngolop (traditori della patria e sovversivi), ma cittadini vessati ai quali dover allora garantire anche una "autodifesa politica". Si darebbe così vita all'embrione di un assetto pluripartitico: un suicidio, per i dominatori druk-pa.

"A quanti hanno lasciato il Paese non dovrà mai essere concesso di rientrare!" - insistono pertanto i deputati. I reimpatriati, secondo questi ultimi, introdurrebbero nel regno le perverse concezioni occidentali assimilate nei campi. "Diverse agenzie internazionali ed alcuni governi assistono i profughi allo scopo di convertirli al Cristianesimo o per mero tornaconto politico - ammonisce il Ministro degli Esteri Lyonpo Dawa Tsering - Dobbiamo stare all'erta, poichè la nostra tradizione e cultura nonchè la stessa nostra sovranità sono minacciate!".

Ma un "contagio" è in effetti già avvenuto. Nonostante l'estrema cautela con la quale il "Regno Proibito" si è da poco dischiuso al mondo, molti druk-pa ormai preferiscono le videocassette di Rambo ai mantra buddisti (a testimoniare la "degenerazione", l'ondata di furti di preziosi religiosi nei monasteri per la successiva vendita agli stranieri, che ha spinto diversi deputati a reclamare l'estensione della pena capitale a tali reati), mentre qualcuno già comincia ad avvertire "da occidentale" il bisogno di una profonda riforma politica.

E' il caso di Rongthong Kinley Dorji, uno degli uomini d'affari più in vista del Bhutan. "Le sue asserzioni all'estero di violazione dei diritti umani nel nostro Paese e di un vasto sostegno popolare alla sua persona sono pure invenzioni! " - tuona il chimi di Lhuntsi. In aula Rongthong Kinley viene dipinto come un losco faccendiere che per salvarsi dagli enormi debiti contratti con lo Stato pensò bene di abbatterlo; a tal scopo, "spiega" il Ministro degli Interni Lyonpo Dago Tshering, egli allacciò rapporti con i leaders degli ngolop in Nepal, garantendo loro la sollevazione del Bhutan orientale. Arrestato, venne graziato dopo avere sottoscritto una dichiarazione di fedeltà (genja) all'ordine costituito. "Ma Rongthong Kinley fuggì in Nepal ancora prima che l'inchiostro seccasse sulla genja che aveva firmato!", ringhia Tshering.

Qui, il 21 giugno scorso, il "traditore" druk-pa ha fondato un movimento per la democratizzazione del Bhutan, il Druk National Congress; il mese dopo suo fratello Tandin Dorji, capo della polizia, è stato condannato a 3 anni di reclusione per "negligenza"...

Ma la politica razzistica, come un boomerang, sembra produrre guasti all'interno stesso del "palazzo". Nel corso dei lavori parlamentari si assiste infatti ad un duro confronto tra i chimi, oltranzisti, ed il monarca druk-pa Jigme Singye Wangchuck, apparentemente convertitosi alla moderazione e così ora propenso a ricercare un accomodamento con Katmandu sulla questione profughi.

"I parenti dei fuoriusciti che lavorano nella pubblica amministrazione vanno immediatamente licenziati ed espulsi dal Paese! - premono molti chimi - Costoro sono infatti come pianticelle dai frutti malefici: mantengono stretti contatti con gli antinazionali delle tendopoli, passano loro informazioni e documentazione riservata oppure fuggono essi stessi in Nepal non appena riescono a sottrarre del danaro pubblico. Tale gente rappresenta una costante minaccia per il regno!".

"Nessuno sarà licenziato finchè non violerà la legge!", replica il re. Interviene il deputato della capitale: "La linea morbida non dà frutti; il governo dovrebbe considerare di più le opinioni del popolo!". Gli da manforte il rappresentante di Sarpang, fautore di una "pulizia etnica" totale, giacchè "...il latte non dovrebbe essere diluito con l'acqua!".

Finzioni? Una recita orchestrata da un machiavellico sovrano per dimostrare ai nepalesi rimasti (ora ridotti ad un numero "tollerabile") che senza di lui anch'essi sarebbero perduti e spingerli quindi alla totale sottomissione? O, al contrario, per atterrirli ulteriormente ed indurli ad emigrare spontaneamente? Oppure una messinscena per recuperare il favore dei governi che finanziano lo sviluppo del Paese e nel contempo costringerli a sospendere, di fronte al ventilato rischio di nuovi più violenti pogrom, le pressioni (peraltro fiacche) per la riammissione degli esuli?

Chissà! Più probabilmente, invece, il dissidio con l'Assemblea è reale. La clamorosa e prima d'ora impensabile "libertà" di opposizione sfoderata dai chimi sembra così confermare le voci di un serio appannamento dell'autorità e della popolarità del monarca, oramai assorbito dalle squallide beghe di successione al trono accese dalle sue quattro mogli, nonostante queste siano fra loro sorelle. La dinastia dei Wangchuck ha saputo assicurare all'arretrato e multirazziale Bhutan ottant'anni di serenità; ma è stato utopistico da parte dell'ultimo di essi credere che la non più procrastinabile apertura al mondo esterno, se rigidamente regolamentata, non avrebbe comportato contraccolpi eccessivi per la monarchia e che si sarebbe pertanto potuta parallelamente evitare una modernizzazione dello Stato. Sfortunatamente, gli scambi hanno sviluppato in primo luogo le brame di piaceri, di ricchezze e di onori dei vari clan druk-pa fino ad ieri aggiogati dai monarchi assoluti: così, nell'attuale contesto, lo sgretolamento della monarchia si tradurrebbe ineluttabilmente in una spaventosa faida tra etnie e clan. E questa, purtroppo, appare oggi una prospettiva tutt'altro che fantasiosa: il re, infatti, non sembra davvero in grado di riappropiarsi delle redini del Paese.

Nelle tendopoli, intanto, ad angustiare ulteriormente i profughi corre voce che l'ONU, in conseguenza della grave crisi finanziaria in cui è sprofondato, si vedrà di qui a poco costretto a "chiudere" i campi nepalesi.

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